Il salvataggio delle banche italiane, dall’inizio

Cos'è successo esattamente, perché se ne parla tanto e cosa c'entrano l'Unione Europea e Maria Elena Boschi

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca
La sede della Banca d'Italia a Milano (Gian Mattia D'Alberto / LaPresse)

Lo scorso 22 novembre, il governo ha approvato il cosiddetto “salva banche“, un decreto con cui sono state salvate dal fallimento quattro piccole banche locali che erano da anni in grave difficoltà: Banca dell’Etruria, Banca Marche e le Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti. Il salvataggio è avvenuto in base alle nuove regole europee che hanno aiutato dipendenti e gran parte dei risparmiatori, ma che hanno causato perdite agli azionisti e ad alcune persone che avevano investito denaro nelle obbligazioni delle quattro banche.

La notizia è però arrivata sulle prime pagine dei giornali italiani solamente negli ultimi giorni, sostanzialmente in seguito al suicidio di un pensionato a Civitavecchia – attribuito dalla sua famiglia alla perdita dei risparmi seguita al fallimento della sua banca – e al coinvolgimento del Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, il cui padre è stato per anni un membro del Consiglio d’amministrazione di Banca dell’Etruria, una delle banche salvate dal decreto. Il dibattito ieri è proseguito ieri quando Roberto Saviano ha scritto che il ministro Maria Elena Boschi dovrebbe dimettersi a causa di un conflitto di interessi. Ma andiamo con ordine.

Cos’è successo in sostanza?
Da anni le quattro banche salvate erano in grave difficoltà a causa di cattive pratiche di amministrazione: tutte e quattro erano già state commissariate, cioè messe sotto la gestione di amministratori nominati dal governo. Lo scorso 22 novembre si è “semplicemente” deciso di procedere al salvataggio tramite decreto per evitarne il fallimento, che sarebbe stato molto dannoso non soltanto per il sistema finanziario in generale, ma anche per i dipendenti e per centinaia di migliaia di risparmiatori.

Il salvataggio è avvenuto tramite il cosiddetto bail in, un sistema che prevede di salvare una banca utilizzando i soldi degli investitori invece che quelli dello stato, pratica soprannominata bail out. Il bail in è stato introdotto dal decreto “salva banche” che ha sostituito le vecchie società con quattro nuove banche. In queste nuove società ci sono soltanto gli “attivi”, cioè le parti “sane” delle vecchie banche come filiali, dipendenti e crediti che hanno delle possibilità di essere riscossi. Le nuove banche continueranno ad operare normalmente e la loro sopravvivenza assicurerà una transizione morbida alla maggior parte dei loro clienti e al sistema finanziario in generale.

I debiti delle banche e le altre parti “insane”, come ad esempio i prestiti che la banca non riuscirà a recuperare, sono stati trasferiti a una nuova società: sono le cosiddette bad bank, cioè scatole vuote che esistono soltanto per tenere in pancia le perdite e vendere i crediti inesigibili a società specializzate nel recuperarne almeno una parte.

Si tratta di un’operazione costosa: le banche avevano enormi buchi nei bilanci che andavano ripianati per permettere alle nuove good bank anche solo di esistere. La parte più sostanziosa del denaro necessario a finanziare l’operazione, circa 3,6 miliardi, è stata erogata dal cosiddetto “Fondo di risoluzione”, un fondo creato proprio per queste situazioni in cui tutte le banche del paese versano un contributo (una specie di “assicurazione” delle banche). Il resto del denaro è stato recuperato azzerando il valore delle azioni delle banche e delle obbligazioni subordinate, uno strumento finanziario offerto dalle banche molto rischioso ma che assicura alti rendimenti.

Perché un sacco di risparmiatori hanno perso i loro soldi?
Nessuna delle persone che aveva semplicemente depositato i suoi risparmi sul conto corrente, o che aveva investito in prodotti finanziari più ordinari ha perso i propri soldi (in Italia, oltretutto, i depositi sul conto corrente sono assicurati fino a 100mila euro). Hanno perso del denaro le persone che avevano investito i propri risparmi nelle azioni della banca (era quindi un azionista, cioè uno dei proprietari della banca) oppure in obbligazioni subordinate.

Il problema è che adesso molti di questi risparmiatori accusano le banche di averli truffati. Diversi obbligazionisti hanno raccontato di aver ricevuto vere e proprie minacce da parte dei dirigenti delle banche. Alcuni hanno detto che l’unico modo per avere un mutuo o per non vedersi revocato il fido era sottoscrivere le obbligazioni subordinate della banca. Questo comportamento è un reato, in Italia come nel resto d’Europa.

Altri hanno raccontato di essere stati raggirati e di aver acquistato le obbligazioni subordinate dopo essere stati assicurati che si trattava di prodotti poco rischiosi. L’impiegato della Banca d’Etruria che ha “venduto” le obbligazioni subordinate al pensionato di Civitavecchia ha detto a Repubblica di avere ricevuto pressioni dalla stessa banca al fine di «convincere più clienti possibili ad acquistare i prodotti della banca». Va detto che nei documenti che bisogna firmare prima di acquistare questi prodotti sono specificati tutti i rischi a cui si va incontro. Per legge, però, questi documenti sono spesso lunghi decine di pagine e scritti in una lingua difficilmente comprensibile.

Perché le banche sono state salvate in questo modo?
Dichiarare semplicemente fallite le banche sarebbe stato dannoso per il sistema finanziario italiano, per i dipendenti delle banche, per le piccole e medie imprese che avevano preso soldi a prestito e per molti più risparmiatori di quelli danneggiati dal decreto “salva banche”. Per ridurre i danni si è ricorsi al salvataggio secondo nuove regole europee.

In passato, quando nel corso della crisi moltissime banche si sono trovare in difficoltà, i loro problemi sono stati spesso risolti con il denaro pubblico, cioè dai contribuenti dei vari paesi europei. Secondo la Banca Centrale Europea, tra il 2008 e il 2014, circa 800 miliardi di soldi pubblici sono stati utilizzati, in un modo o nell’altro, per salvare le banche. In molti casi, come quello del Monte dei Paschi di Siena in Italia, si è trattato comunque di denaro ritornato nelle case pubbliche maggiorato degli interessi del denaro prestato.

In altri, invece, i salvataggi hanno fatto lievitare moltissimo il debito pubblico costringendo altri stati europei a intervenire prestando o garantendo a loro volta denaro allo stato che si era indebitato per salvare il suo sistema finanziario. Per evitare che questa situazione si ripeta in futuro, nel luglio del 2014 i paesi europei riuniti nel Consiglio dell’Unione Europea e nel Parlamento europeo hanno approvato una nuova direttiva, la BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive), che introduce la procedura di bail in.

In sostanza, d’ora in poi le banche non dovranno essere più salvate con soldi pubblici – tranne casi eccezionali – ma con il coinvolgimento degli investitori privati. L’idea alla base è responsabilizzare gli azionisti e chi scommette sulle banche: se portate la vostra banca all’orlo del collasso, sarete voi azionisti a rimetterci, insieme a quelli che hanno comprato obbligazioni subordinate di quella banca. La BRRD prevede in sostanza che negli stati europei siano messi in piedi organismi come il “fondo di risoluzione” italiano. Una parte della BRRD è già entrata in vigore dal primo gennaio 2015. Una seconda parte entrerà in vigore a partire dal primo gennaio 2016. Una delle ragioni per cui, secondo gli esperti, il governo ha deciso di agire ora è che dopo l’entrata in vigore della seconda parte della direttiva sarebbe stato ancora più alto il numero di risparmiatori e investitori nella banca a dover pagare il fallimento.

Perché non abbiamo salvato queste banche alla vecchia maniera?
Diversi commentatori e politici in questi giorni si chiedono perché i governi del passato non abbiano salvato le quattro banche quando erano ancora in vigore le vecchie regole (posto che fosse giusto farlo, e secondo molti non lo era nemmeno all’epoca). Prima dell’introduzione del BRRD, lo stato avrebbe potuto fare un intervento di “ricapitalizzazione” delle banche. In altre parole, le avrebbe acquistate, punendo gli azionisti, ma tutelando ad esempio i detentori di obbligazioni subordinate.

Secondo gran parte degli esperti ci sono almeno due ragioni per cui questo non è stato fatto. La prima: per anni politici e banchieri hanno sostenuto che il sistema finanziario italiano non aveva bisogno di salvataggi – comunque ritenuti una misura “estrema” – perché era più sano di quello del resto d’Europa. I dati sui soldi pubblici spesi durante la crisi per salvare le banche mostrano che l’Italia è stato uno dei paesi europei a ricorrere meno a questo strumento. Il secondo è che, anche volendo, l’Italia non avrebbe avuto denaro sufficiente per salvare il proprio sistema finanziario. Al culmine della crisi, con lo spread a oltre 500 punti, era praticamente impossibile per qualunque governo reperire le decine di miliardi di euro necessari a ricapitalizzare il sistema finanziario.

E chi ha investito nelle obbligazioni subordinate?
L’idea che sta dietro al bail in è responsabilizzare gli investitori: chi investe in una banca o acquista prodotti finanziari rischiosi, ma con alto rendimento, deve farlo con consapevolezza. Quando si verifica una crisi, quindi, devono essere investitori e altre banche a ripianare le perdite e non i contribuenti. Questo non significa che non esistano soluzioni per tutelare quei risparmiatori che sono stati truffati.

Le regole europee vietano un salvataggio “a tappeto”, in cui viene rimborsato chiunque abbia perso soldi, ma è ancora possibile intraprendere singole azioni legali contro le banche per chi ritiene di aver subito un torto. Secondo i giornali, il governo sta studiando insieme alla Commissione Europea una procedure di arbitrato più veloce della normale giustizia civile per esaminare tutti i singoli casi e stabilire chi è stato truffato e restituire loro tutto o parte del denaro perduto.

Cosa c’entra Maria Elena Boschi?
Dal 2011 fino al commissariamento avvenuto nel febbraio del 2015 Pier Luigi Boschi, padre del ministro Maria Elena Boschi, è stato membro del Consiglio d’Amministrazione di Banca dell’Etruria e per otto mesi ne è stato anche vice-presidente, mentre suo fratello Emanuele ne è tuttora un dipendente. Boschi padre ha ricevuto una multa da 144mila euro da parte di Banca d’Italia per aver violato una serie di norme sulle comunicazioni e sulla trasparenza dell’attività finanziaria della banca, ed è stato estromesso dal cda proprio dal governo di cui fa parte sua figlia.

Secondo molti commentatori, la posizione dei parenti del ministro all’interno di una banca salvata dal governo la pone in una posizione di conflitto di interessi. Il ministro, secondo loro, dovrebbe quindi dimettersi. Fino ad ora, però, non sono emersi elementi chiari che dimostrerebbero dei favoritismi da parte del governo nei confronti della Banca dell’Etruria.

Per il momento nelle procedure di salvataggio non sembra esserci nessuna norma che tuteli o che garantisca privilegi speciali agli ex amministratori della banca, come Boschi. Il ministro non ha partecipato alle riunioni in cui il governo ha deciso di varare il salvataggio, e si è difesa spiegando che suo padre è «una persona perbene».

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