(Lo Debole/Bianchi/LaPresse)
  • Italia
  • venerdì 11 Dicembre 2015

Il suicidio del pensionato di Civitavecchia

Cosa sappiamo delle ragioni per cui un uomo si è ucciso dopo aver perso molti soldi nei guai di una banca fallita, e della sua storia

(Lo Debole/Bianchi/LaPresse)

Da diversi giorni gran parte della stampa italiana si sta occupando della morte di Luigino D’Angelo, un pensionato 68enne che si è suicidato il 28 novembre: secondo molti, a partire da sua moglie, lo avrebbe fatto per aver perso 100.000 euro di risparmi investiti in obbligazioni subordinate della Banca Etruria, una di quelle di cui si parla molto in questi giorni per via dei gravi problemi finanziari che hanno avuto e del tentativo di salvataggio in corso.

Dal 22 novembre quattro piccole banche italiane – Banca Marche, Banca Etruria, Cari Chieti e Cassa Ferrara – sono in liquidazione coatta amministrativa: una procedura simile a quella fallimentare, che è stata fatta per separare la parte “sana” e quella “problematica” di ogni banca, per salvarle da una situazione finanziaria molto difficile. In estrema sintesi: la parte “sana” è rappresentata dai depositi dei clienti; una delle parti problematiche delle banche è invece quella che riguarda le obbligazioni subordinate, quelle che consentono agli investitori i maggiori e più rapidi guadagni ma che sono allo stesso tempo le più rischiose.

Luigino D’Angelo era un pensionato di 68 anni ed ex dipendente dell’Enel, che abitava a Civitavecchia, un comune di poco più di 50mila abitanti, a circa un’ora di macchina da Roma. D’Angelo si è ucciso nel pomeriggio del 28 novembre ed è stato trovato poco dopo da sua moglie: se ne è però parlato solo negli ultimi giorni, dopo che il 9 dicembre un articolo del sito d’informazione online Etruria News ha associato il suicidio alla liquidazione delle quattro banche, nota come “decreto salva-banche”. L’articolo di Etruria News parla anche di «qualche problema di salute che tormentava D’Angelo da tempo», senza aggiungere altri dettagli. Dopo l’articolo di Etruria News la vicenda di D’Angelo – sposato e senza figli – è stata  ripresa, ampliata e approfondita dai principali giornali e telegiornali italiani. D’Angelo aveva investito circa 100.000 euro in azioni subordinate di Banca Etruria.

Prima di suicidarsi impiccandosi a una balaustra all’interno di casa sua D’Angelo ha lasciato un messaggio in cui sembra abbia spiegato di averlo fatto a causa dei problemi della sua banca, e delle conseguenze di quei problemi sui suoi investimenti. Il messaggio non è diventato pubblico e all’inizio non si è nemmeno capito se si trattasse di un lettera scritta a mano o di un messaggio trovato nel computer di D’Angelo. Lidia, la moglie di D’Angelo ha parlato a Rai News di un testo trovato in un file del computer:

La lettera era nel computer di mio marito, l’hanno trovata loro [la polizia]. Ma non è firmata e la banca potrebbe dire che l’ho scritta io che non so neanche come si accende il computer. Racconta il suo calvario di questi mesi. Accusa i dipendenti della Banca dell’Etruria che non hanno voluto ascoltarlo. Lui aveva capito da tempo come sarebbe andata a finire. Ha provato a farsi restituire almeno il 70 per cento della somma ma non c’è stato nulla da fare. Il decreto salva-banche è stato l’atto ufficiale della fine di ogni speranza di vedersi restituire i suoi risparmi.

Di D’Angelo si sa che aveva avuto per circa 50 anni un conto corrente presso la filiale di Civitavecchia della banca dell’Etruria, e che aveva investito circa 100mila euro in obbligazioni subordinate: quelle che per salvare le banche sembrava non sarebbero state rimborsate agli investitori (ora sembra invece che un rimborso ci sarà, ma arriverà probabilmente dopo quelli di altri investimenti meno rischiosi). La moglie di D’Angelo ha spiegato a Paolo Gianlorenzo, il direttore di Etruria News, le vicende bancarie che hanno riguardato D’Angelo negli ultimi mesi.

Tutto è cominciato a giugno, quando la banca convocò mio marito, spiegandogli che il suo profilo non era più adeguato al suo investimento: non so come, lo convinsero a passare da un profilo a «basso rischio» ad un profilo ad «alto rischio». Gli hanno fatto mettere un sacco di firme su un sacco di fogli. Lui, ad un certo punto, è stato assalito dal sospetto di essere stato incauto: ma quelli gli risposero che ormai aveva firmato e non poteva più tornare indietro. Abbiamo trascorso un’estate infernale. L’idea di ritrovarsi tutti i risparmi in una posizione di pericolo lo tormentava. Il decreto del governo è stata la mazzata finale. Luigino ha scoperto di aver perso tutto in un pomeriggio.

Non è ben chiaro il motivo per cui D’Angelo sia passato da un tipo d’investimento a basso rischio (con meno prospettive di guadagno, ma più sicuro) a un ad alto rischio: è comunque una scelta dell’investitore, che una banca può solo suggerire. Ed è una scelta che – così come molte altre operazione fatte da un correntista in una banca – richiede molte firme in cui l’investitore conferma di essere a conoscenza del tipo d’investimento che sta facendo, e dei rischi relativi. Etruria News scrive – ma al momento non esistono conferme – che dalla sede centrale della Banca Etruria, che si trova ad Arezzo, è stata inviata una funzionaria che avrebbe detto: «Luigino stai tranquillo, anche i miei genitori hanno fatto questo tipo di investimento. Se non fosse stato sicuro glielo avrei impedito io, non ti pare?». Sempre Etruria News scrive che prima del suicidio D’Angelo «le ha provate tutte. Si è rivolto anche ad alcuni colleghi giornalisti per raccontare la sua storia. Ha contattato avvocati ed è andato pure nella caserma della Guardia di Finanza per sporgere una denuncia che però non è andata a buon fine». La procura di Civitavecchia ha aperto un fascicolo contro ignoti per istigazione al suicidio.

Il 12 dicembre Repubblica ha pubblicato un’intervista in cui Marcello Benedetti, un ex impiegato della banca Etruria di Civitavecchia, ha raccontato di aver convinto D’Angelo, su forti insistenze della sua banca, a investire in obbligazioni subordinate. «Luigino fu uno dei primi clienti della banca a cui proposi questo investimento», ha detto Benedetti, che ha spiegato che D’Angelo era «uno dei clienti più diffidenti e convincerlo a fare proprio quel tipo di investimento non fu facile». Benedetti ha anche detto che si accorse del rischio di quelle obbligazioni e provò a convincere D’Angelo a cambiare tipo di investimento, ma lui si rifiutò.