Anas el Abboubi nelle foto della Polizia di Stato italiana (ANSA)
  • Mondo
  • giovedì 10 Dicembre 2015

L’Albania e i “foreign fighters” dell’ISIS

Davide Maria De Luca racconta dei musulmani radicalizzati che hanno provato a unirsi all'ISIS partendo dall'Albania (e dall'Italia, anche)

Anas el Abboubi nelle foto della Polizia di Stato italiana (ANSA)

Davide Maria De Luca ha raccontato in un lungo reportage sul Foglio le storie dei musulmani radicalizzati che dall’Italia hanno provato a raggiungere i territori controllati dallo Stato Islamico in Siria, passando dall’Albania: una rotta sempre più frequentata e importante per gli estremisti islamici, ma di cui non si parla moltissimo. In una conversazione con De Luca, il primo ministro albanese Edi Rama ha spiegato che “la risposta al radicalismo islamico passa per lo sviluppo economico, ma anche per quello culturale”.

Sette anni fa non si vedevano in giro così tante donne con il velo e uomini con la barba lunga”, racconta Alfred Xhameta, seduto nel suo bar di Synej, una cittadina di seimila abitanti a un’ora di macchina da Tirana. Xhameta ha lasciato Synej per venire a lavorare in Italia nel 2008. All’epoca, ricorda, in Albania era difficile distinguere un musulmano da un cristiano. Era un paese tiepido nei confronti della religione, dove si sentivano ancora le conseguenze di trent’anni di persecuzioni comuniste. Negli anni Sessanta, il dittatore Enver Hoxha aveva vietato ogni forma di religione e distrutto quasi tutti i luoghi di culto. Alla caduta del regime, i pochi sacerdoti che si riuscivano a trovare erano quelli cresciuti nelle scuole religiose create dal partito, che conoscevano meglio la dialettica marxista dei dogmi religiosi.

Quando nel 2012 Xhameta è ritornato in Albania ha trovato un paese cambiato. A Shijak, una cittadina a pochi chilometri da Synej, una fondazione del Kuwait ha costruito un centro culturale islamico. Intorno, diversi negozi hanno iniziato a servire solo cibi halal. Nel suo paese, Synej, una fondazione del Qatar ha costruito una nuova moschea, dove ogni giorno si ritrovano a pregare alcune decine di persone, le donne con il capo coperto e gli uomini con la lunga barba tipica dei musulmani più conservatori. Negli ultimi anni, sono comparse centinaia di moschee come questa in tutta l’Albania e nel vicino Kosovo. Vobarno, un paese di ottomila abitanti nelle valli a nord di Brescia, è molto diverso da Synej, ma anche qui una comunità sta riscoprendo le sue origini religiose. Nella zona, fondazioni egiziane, turche o dei paesi del Golfo hanno finanziato l’acquisto di villette, edifici o addirittura scantinati per creare luoghi di culto. I ragazzi che li frequentano hanno cambiato le proprie abitudini. Anas el Aboubi, uno studente della Scuola Bottega di Brescia, uno degli istituti tecnici più prestigiosi del nord Italia, dopo essersi convertito ha smesso di bere e di fumare. Anas è nato in Marocco, ma ha trascorso 14 dei suoi 23 anni a Vobarno. “Amo il tricolore, amo l’Italia”, dice in un documentario prodotto da Mtv nel 2012 sui giovani cantanti di origine straniera cresciuti in Italia. Anas era conosciuto nel bresciano con il suo nome da rapper, Mc Khalif e nel video parla delle sue canzoni, di Allah e delle difficoltà a integrarsi in Italia. Pochi mesi dopo aver partecipato al documentario, Anas ha abbracciato una forma ancora più severa della sua religione e ha deciso di smettere di cantare.

Continua a leggere sul Foglio