• Cultura
  • mercoledì 9 dicembre 2015

C’è un nuovo studio sul significato del punto

E conferma l'ipotesi che circola da tempo: nelle conversazioni online chiudere una frase con un punto è percepito come un'espressione di fastidio

(Dal film "Quinto Potere")

Da alcuni anni si parla del fatto che nei messaggi scritti via internet – da smartphone, tablet e pc, in app e programmi diversi – il punto ha cambiato significato. Ne ha parlato già nel 2013 Ben Crair su New Republic, in un articolo intitolato “Il punto è incazzato“. La tesi di Crair, poi ripresa e spiegata dal Post, è che nelle conversazioni testuali e digitali il punto sta diventando un simbolo che esprime aggressività, nettezza, fastidio e distacco. Un recente studio di un gruppo di ricercatori e psicologi della Binghamton University dello stato di New York lo ha confermato: come sintetizza Rachel Feltman sul Washington Post, “finire certi messaggi con un punto è terribile”.

Lo studio della Binghamton University è stato guidato dalla professoressa associata di psicologia Celia Klin, è intitolato “Messaggiare in modo falso: il ruolo del punto nei messaggi” ed è stato pubblicato a novembre sulla rivista accademica Computers in Human BehaviorI ricercatori guidati da Klin hanno chiesto a 126 studenti universitari di leggere e interpretare una serie di messaggi: alcuni erano messaggi mandati via smartphone o computer, altri erano semplici note scritte a mano su fogli di carta. Le frasi che gli studenti hanno dovuto leggere erano basilari: a qualcuno che chiedeva qualcosa (“Ehi, ho un biglietto in più per la partita, vieni?”) qualcun altro rispondeva in modo affermativo e con una sola parola: “Sì”, “Bello”, “Ok”, “Certo”.

Le risposte erano sempre affermative, cambiava solo una cosa: alcune erano seguite da un punto, altre no. Lo studio ha dimostrato – come Crair e molti con lui sospettavano – che nel caso di messaggi via smartphone o computer la maggior parte dei 126 studenti percepiva le risposte con un punto come meno sincere di quelle senza punto. Nel caso delle risposte scritte su carta, il fatto che il punto ci fosse o no era invece ininfluente: secondo la maggior parte degli studenti le risposte scritte a mano con o senza punto erano allo stesso modo sincere.

Gli autori della ricerca guidata da Klin hanno spiegato che nelle conversazioni di Skype, WhatsApp, Facebook e applicazioni e servizi simili, il punto non serve più a segnalare che una frase è finita ma  serve – un po’ come le emoticon – ad aggiungere un significato che non può essere comunicato in modo verbale. Klin spiega che quel significato è spesso associato al fastidio, alla falsità, al voler far capire che quello che viene prima del punto è da leggersi in modo diverso proprio perché è seguito da un punto. Feltman scrive, con un po’ di ironia, che in contesti digitali il punto «non è più il giusto modo per finire una frase: è un atto di guerra psicologica nei confronti dei propri amici».

Come spiegava già Crair, nei servizi di messaggistica istantanea per separare due frasi basta fare “invio” dopo una prima frase, e scrivere una nuova frase, che sarà letta su una linea diversa: facendo così viene meno l’utilità del punto. Mettere il punto è diventato spesso superfluo: in molti casi lo si mette quindi per scelta, non per necessità. Da segno di interpunzione il punto sta quindi diventando, perlomeno in certi contesti, un mezzo per cercare di far capire con che “tono” leggere quello che lo precede.

Crair spiegava che il punto non è l’unico simbolo che in questi anni sta cambiando significato. Anche il punto esclamativo, tradizionalmente usato per esprimere enfasi e stupore, sta diventando qualcosa che serve per esprimere sincerità. Se una risposta seguita da un punto potrebbe essere poco sincera, una risposta seguita da uno o più punti esclamativi è interpretata come davvero sincera, spiega Crair. Feltman scrive che nei prossimi giorni uscirà un nuovo studio del gruppo guidato da Klin: sarà dedicato proprio al significato del punto esclamativo, e anche in questo caso ci si aspetta che confermi la tesi di Crair.