(Three Lions/Getty Images)

La religione rende più altruisti?

Secondo uno studio serio e recente no, anzi: l'educazione religiosa sembra scoraggiare la generosità spontanea e aumentare le tendenze punitive

(Three Lions/Getty Images)

Giovedì 5 novembre sulla rivista scientifica Current Biology è stato pubblicato uno studio che si occupa del rapporto tra religione e prosocialità. I comportamenti prosociali sono quelli che, senza la ricerca di ricompense esterne, favoriscono le altre persone o il raggiungimento di obiettivi sociali positivi: tra le abilità prosociali ci sono l’autocontrollo, l’empatia, la comprensione degli altri, l’assistenza, la valorizzazione della diversità, la solidarietà. La ricerca si sofferma in particolare sul legame tra educazione religiosa e altruismo in quei bambini che sono cresciuti, appunto, in famiglie che si definiscono “religiose”. Le conclusioni sono tre: i genitori religiosi considerano i loro figli più empatici e sensibili alle ingiustizie (l’opinione dei genitori non religiosi sui propri figli è più moderata); le modalità di trasmissione di valori e pratiche religiose da una generazione all’altra non favoriscono il comportamento altruistico; la religiosità invece che l’altruismo aumenta le tendenze punitive.

Lo studio è innovativo per due motivi: finora le ricerche sul rapporto tra religiosità e moralità si erano concentrate su categorie sociali ben precise (persone occidentali, scolarizzate e con un buon livello economico) mentre lo studio pubblicato in questi giorni è stato condotto sui bambini di vari e differenti paesi. In secondo luogo i risultati, come hanno spiegato i ricercatori, «sfidano la tesi per cui la religione sia di vitale importanza per lo sviluppo morale, e supportano l’idea che la secolarizzazione del discorso morale non diminuirà la bontà umana ma farà esattamente il contrario». Nella presentazione dello studio si spiega: «Poiché 5,8 miliardi di esseri umani, che rappresentano l’84 per cento della popolazione mondiale, si identificano come religiosi, la religione è senza dubbio un aspetto prevalente della cultura che influenza lo sviluppo e l’espressione della prosocialità». Ma si dice anche che nonostante sia generalmente accettato che la religione formi il giudizio morale delle persone e il comportamento prosociale, la relazione tra religiosità e prosocialità è in realtà molto più controversa.

Lo studio è stato condotto da Jean Decety, del dipartimento di Psicologia dell’Università di Chicago, ed è stato finanziato dalla John Templeton Foundation, un’organizzazione di ispirazione cristiana nata nel 1987 per volontà di sir John Templeton (filantropo di confessione presbiteriana e agente di borsa) che decise di investire il suo patrimonio nella promozione di studi e ricerche sui rapporti fra religione e scienze. La Fondazione è conosciuta anche per un premio da circa un milione e mezzo di dollari che assegna ogni anno. La ricerca ha coinvolto 1.170 bambini dai 5 ai 12 anni di sei paesi diversi: Canada, Cina, Giordania, Turchia, Stati Uniti e Sudafrica.

Lo studio ha innanzitutto misurato il livello di pratica religiosa nelle famiglie dei bambini. Per motivi di semplificazione statistica, le famiglie sono state divise in tre gruppi: non religiose, cristiane, musulmane (altri culti erano sotto rappresentati nel campione). I ricercatori hanno chiesto ai genitori di valutare la capacità di empatia e la sensibilità verso l’ingiustizia dei loro figli. Cristiani e musulmani hanno fornito valutazioni più alte rispetto a quelle dei genitori non credenti.

Sensibilit all'ingiustizia

Dopodiché a ogni bambino o bambina sono stati mostrati dei brevi video che mostravano altri bambini che si spingono e che cadono, in modo intenzionale o no, ed è stato chiesto loro di valutare il livello di “cattiveria” e quello di una possibile punizione per i trasgressori, in base a una scala graduata ma non specifica. Il risultato è che i bambini di famiglie religiose hanno mostrato in media un giudizio più severo, indipendentemente che la spinta fosse stata compiuta volontariamente o meno, e hanno proposto punizioni più severe rispetto a quelle dei bambini di famiglie non religiose. I bambini musulmani si sono dimostrati i più intransigenti.

Punibilità

Infine, per valutare il livello di generosità e altruismo dei bambini, i ricercatori hanno usato un adattamento del cosiddetto “gioco del dittatore”, ideato dagli economisti: fra trenta adesivi hanno proposto ai bambini di sceglierne dieci, quelli che preferivano, precisando però che non ci sarebbe stato il tempo di distribuirli a tutti nella loro scuola. A chi aveva potuto scegliere era stato chiesto se sarebbe stato disposto a cedere qualche adesivo a chi non l’aveva ricevuto. Il numero di adesivi regalati, in assenza dei ricercatori, aumentava con l’età (ma questo è un effetto dello sviluppo dell’altruismo con l’aumentare degli anni, già noto e riconosciuto). I bambini di famiglie non religiose si sono mostrati significativamente più generosi rispetto ai loro coetanei credenti: tra loro il numero dei doni era inversamente proporzionale all’intensità della pratica religiosa e questo senza alcuna significativa differenza statistica in base alla cultura, alla religione o al paese», ha precisato Jean Decety. I figli dei non credenti hanno regalato una media di 4,1 adesivi. I bambini provenienti da un contesto religioso, hanno ceduto una media di 3,3 adesivi.

Generosità

I ricercatori hanno spiegato questo fenomeno facendo appello al meccanismo di “licenza morale”: la religiosità è percepita in se stessa come segno di bontà e i praticanti potrebbero consentire a loro stessi – «inconsciamente», dice Jean Decety – di essere più egoisti nella vita quotidiana. La spiegazione è stata giudicata plausibile da altri studiosi: altre ricerche hanno infatti dimostrato che la religiosità è associata a maggiori donazioni caritatevoli, ma non a un’assistenza offerta in situazioni spontanee.

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