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  • giovedì 29 ottobre 2015

Gli avvocati che lavorarono all’uccisione di bin Laden

Il New York Times ha raccontato le storie delle 4 persone che in gran segreto stilarono gli argomenti legali a giustificazione del raid di Abbottabad

Un lungo articolo pubblicato sul New York Times racconta la storia dei quattro avvocati del governo statunitense che ebbero il compito di dare solide basi legali all’operazione per catturare Osama bin Laden nel 2011, qualsiasi potesse essere il risultato dell’incursione in Pakistan delle forze speciali degli Stati Uniti. Mentre si è parlato molto del modo in cui fu trovato e ucciso bin Laden, finora non erano mai state diffuse informazioni così dettagliate sulle persone che resero l’intera operazione legittima o per lo meno accettabile per il diritto internazionale. I quattro legali lavorarono in grande segretezza, senza la possibilità di consultarsi con i loro assistenti, su computer estremamente sicuri e scambiandosi documenti e informazioni a mano, usando corrieri di fiducia. Il loro lavoro consentì al governo degli Stati Uniti di: organizzare meglio l’incursione, senza dovere avvisare il governo del Pakistan; autorizzare una missione per uccidere qualcuno; rinviare il coinvolgimento del Congresso al dopo operazione; seppellire in mare un nemico di guerra.

I quattro avvocati che fornirono la loro consulenza legale alla Casa Bianca sono Stephen W. Preston, consulente generale della CIA; Mary DeRosa, consulente legale del Consiglio per la sicurezza nazionale; James W. Crawford III, consulente legale dello Stato maggiore congiunto e Jeh C. Johnson, consulente generale del Pentagono. Il 24 marzo del 2011, quindi circa cinque settimane prima del raid in Pakistan, la Difesa degli Stati Uniti avviò i primi contatti con Preston e DeRosa, invitandoli al Pentagono per un incontro nel quale furono poste domande molto generiche e ipotetiche circa “la possibilità di trovare un obiettivo di alto valore” e le possibili conseguenze legali a seconda degli scenari, dalla sua cattura alla sua uccisione. Il loro compito era delicatissimo: se qualcosa durante il raid fosse andato storto, il governo americano avrebbe dovuto difendere le modalità dell’operazione e avrebbe avuto bisogno di solidi argomenti legali.

Abbottabad
Tra condizionali e domande poco circostanziate l’incontro non portò a molto, ma Preston e DeRosa intuirono qualcosa: da circa sei mesi circolavano voci circa il fatto che la CIA avesse trovato il luogo in cui si nascondeva da tempo Osama bin Laden, considerato uno dei principali organizzatori degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 e un punto di riferimento dell’organizzazione al Qaida. Secondo l’intelligence, bin Laden si trovava in un complesso ad Abbottabad nel nord-est del Pakistan. Quando si concluse che il terrorista si trovava effettivamente al suo interno, fu valutata la possibilità di bombardare il sito per ridurre al minimo i rischi per il personale militare e di intelligence degli Stati Uniti. L’opzione fu però scartata perché un bombardamento avrebbe comportato la morte di decine di civili e, al tempo stesso, non avrebbe consentito di affermare con certezza che bin Laden fosse stato trovato e ucciso.

abbottabad_comp

I principali responsabili della sicurezza nazionale iniziarono a discutere la questione con il presidente Barack Obama, concludendo che fossero necessarie solide basi legali per eseguire un’operazione mirata ad Abbottabad ed evitare strascichi o imprevisti alla sua conclusione. A metà aprile 2011 tutti e quattro gli avvocati furono aggiornati sulla situazione e avvisati che il raid sarebbe avvenuto entro poche settimane. Persino l’allora procuratore generale degli Stati Uniti (l’equivalente del nostro ministro della Giustizia), Eric Holder, non fu avvisato e ricevette qualche informazione solo il giorno prima dell’attacco, quando le varie questioni legali erano state ormai esaminate e risolte dal gruppo di consulenti.

Nella seconda metà di aprile i quattro parteciparono a diverse teleconferenze e si incontrarono separatamente per discutere dubbi e perplessità circa l’operazione per catturare e uccidere Osama bin Laden. Su proposta di Preston, si concluse che fosse opportuno scrivere alcune relazioni sui principali aspetti e risvolti legali.

Sovranità nazionale
Johnson si occupò del tema più complicato dal punto di vista del diritto internazionale: violare la sovranità del Pakistan per condurvi un’operazione militare con soldati sul posto. Se due paesi non sono in guerra, le leggi vietano che uno possa effettuare attività militari nel territorio dell’altro senza ricevere un esplicito permesso. Gli Stati Uniti avrebbero quindi dovuto chiedere un’autorizzazione al Pakistan o chiedere al governo pakistano di occuparsi della cattura di bin Laden. Il governo statunitense però non si fidava molto dell’intelligence pakistana e temeva che una fuga di notizie potesse consentire a bin Laden di scappare, quindi questa strada non fu ritenuta percorribile.

I quattro avvocati trovarono una soluzione alternativa: un intervento militare, senza autorizzazione, è contemplabile nel caso in cui il paese sovrano è “impossibilitato o non vuole” eliminare un pericolo che si trova nel suo territorio e che minaccia un altro paese. Formalmente la cosa stava in piedi, ma invocare questa eccezione fu comunque un azzardo per almeno due motivi: primo, non tutti gli stati del mondo ne riconoscono la validità; secondo, Stati Uniti e Pakistan collaboravano già da anni in attività di sicurezza in territorio pakistano, quindi procedere senza avvisare il governo del Pakistan avrebbe potuto peggiorare i rapporti diplomatici con un paese alleato nell’Asia meridionale.

Non c’erano comunque solo ragioni di sicurezza per non avvisare il Pakistan. Mantenendo l’assoluta segretezza sull’operazione, se qualcosa fosse andato storto ad Abbottabad il governo degli Stati Uniti avrebbe potuto provare a ritirare le sue squadre speciali senza che nessuno se ne accorgesse, evitandosi una cattiva pubblicità per la missione fallita.

Che fare con il Congresso
Preston si occupò della relazione sui tempi con cui il governo avrebbe dovuto avvisare il Congresso circa il raid in Pakistan. Concluse che, data l’eccezionalità, l’avviso potesse essere dato a operazione conclusa senza particolari problemi in termini costituzionali. Le cose andarono comunque diversamente: l’allora direttore della CIA, Leon. E. Panetta, su permesso della Casa Bianca aveva comunque avvisato alcuni membri anziani del Congresso della situazione ad Abbottabad. Il segreto fu mantenuto e la maggior parte dei deputati e dei senatori seppe del raid a cose fatte, quando Obama ne diede notizia con un discorso alla nazione (nelle ore precedenti l’informazione era comunque arrivata ad alcuni media).

Uccidere bin Laden
DeRosa si occupò di un altro tema molto controverso: la legittimità di un’operazione militare che comprendeva da subito l’ordine di uccidere un obiettivo, come deciso da Barack Obama e i suoi consiglieri. Il team di avvocati portò diversi elementi per avere una buona base legale nel caso di polemiche o accuse di qualche tipo dopo il raid. Il ragionamento fu: sicuramente le forze speciali ad Abbottabad avrebbero incontrato una resistenza armata, quindi sarebbero state autorizzate a rispondere e usare la forza come consentito dal Congresso con le leggi speciali per combattere gli autori e gli organizzatori dell’11 settembre. Fu anche valutata la possibilità che bin Laden dichiarasse da subito la resa, cosa che per le leggi di guerra impone di risparmiare l’obiettivo e farlo prigioniero, ma i legali conclusero che date le circostanze le forze speciali statunitensi si sarebbero ritrovate in mezzo a molti miliziani agguerriti, che avrebbero potuto attentare alla loro sicurezza in presenza dello stesso bin Laden (l’allora capo di al Qaida durante l’attacco non si arrese, ma non fece nemmeno resistenza).

DeRosa scrisse anche una relazione sull’eventuale cattura di bin Laden, una possibilità giudicata comunque altamente improbabile dal governo degli Stati Uniti. In quel caso il piano prevedeva di trasportarlo su una nave militare per interrogarlo, rinviando a un secondo momento la decisione su come procedere con un prigioniero così famoso (e la cui detenzione sarebbe stata quindi pericolosa e delicatissima). La relazione non era comunque molto approfondita, a riprova del fatto che l’opzione principale fosse uccidere bin Laden e di non fare altri prigionieri.

Sepoltura
Crawford scrisse una relazione sul modo più opportuno per seppellire il corpo di Osama bin Laden, evitando che il luogo della sepoltura potesse diventare meta di pellegrinaggi o causare problemi di sicurezza di vario tipo. La Convenzione di Ginevra prevede che i nemici uccisi in battaglia siano sepolti “se possibile” secondo i riti della loro religione e con lapidi che ne indichino il nome. Sotterrare il corpo di bin Laden in direzione della Mecca come prevede la religione musulmana non fu ritenuto praticabile e si optò allora per una sepoltura in mare. Nella relazione Crawford scrisse che si trattava di una soluzione accettabile dal punto di vista religioso. Consigliò di chiedere all’Arabia Saudita se volesse il corpo di bin Laden dopo il raid, visto che era nato in quel paese, ma il governo saudita come prevedibile declinò e questo rese ancora più solida la scelta della sepoltura in mare, almeno dal punto di vista legale.

Nella notte del 2 maggio 2011, 24 militari statunitensi appartenenti ai Navy SEAL entrarono nel complesso di Abbottabad in Pakistan, dove trovarono e uccisero Osama bin Laden. L’operazione fu seguita in diretta da Barack Obama, il vicepresidente Joe Biden, l’allora Segretario di stato Hillary Clinton e altri funzionari di alto livello del governo e dell’esercito degli Stati Uniti, come mostrato nella famosa foto della Situation Room scattata da Pete Souza. I quattro avvocati che permisero agli Stati Uniti di avere le basi legali per il raid non erano presenti.

La decisione

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