La volta che Babe Ruth e Jesse Owens si incontrarono

Raccontata nel primo romanzo di Federico Buffa e Paolo Frusca, ambientato durante le Olimpiadi di Berlino del 1936

È appena uscito per Rizzoli il romanzo L’ultima estate di Berlino, scritto da Federico Buffa, giornalista e commentatore sportivo su Sky, e Paolo Frusca. Il libro è ambientato nel 1936, durante le Olimpiadi di Berlino, ed è composto dal racconto alternato di due narratori: l’ufficiale tedesco Wolfgang Fürstner, responsabile dell’organizzazione dei giochi olimpici che dovranno celebrare la potenza della Germania nazista che viene destituito alla vigilia dell’evento quando si scopre la sua origine ebraica, e Dale Warren, giornalista americano inviato al seguito della delegazione olimpica statunitense.

L’estratto racconta l’incontro fra l’atleta Jesse Owens e il campione di baseball Babe Ruth, nel momento della partenza dagli Stati Uniti.

***

Porto di New York, 15 luglio 1936.

Aveva ragione il reverendo Bridges a credere che sarei diventato un grande giornalista.
A spingermi a diventare un giornalista.
Non fosse stato per lui, io, Dale Fitzgerald Warren, non sarei qui, in procinto di salpare per l’Europa, corrispondente dell’«Herald Tribune» per le Olimpiadi.
No. Niente Olimpiadi.
Più probabilmente starei raccogliendo patate nei campi attorno alla mia città, a Decatur, traballando sul rimorchio del trattore coi miei fratelli, lungo le strade polverose dell’Alabama, tergendomi il sudore col fazzoletto del nonno e bevendo sidro dal bottiglione di vetro.
Invece ora guardo l’oceano dal ponte principale di questo transatlantico.
Fiancata bianca, striscia rossa e blu.
La nave si chiama Manhattan, è lunga come due campi di football e porterà in Europa la nostra delegazione per i Giochi olimpici. È un privilegio essere qui.
Viaggio di prima classe pagato dal giornale, mica male per uno che viene da Decatur, Alabama, e nella vita era destinato a raccogliere patate.
Sento il salmastro dell’Atlantico sul viso e ripenso al giorno in cui tutto è iniziato: io a diciassette anni, la faccia piena di brufoli, che scrivo per il giornaletto della scuola la cronaca della partita Red Riders contro Patriots, campionato di football fra High School.
Benson Field, il nostro campo spelacchiato di erba gialla.
Tre cheerleader per squadra, «… e datemi una R, e datemi una E», quattro trombettieri disperati a suonare la carica e una dozzina di spettatori sulla tribunetta di legno.
Caschi scoloriti, per chi li aveva, e il mio professore di religione, il reverendo Bridges, che era anche l’allenatore della squadra di football, che porta di persona (oh, di persona!) la mia cronaca della partita al direttore del «Decatur Daily», il principale quotidiano della città. Anzi, l’unico.
Dalla chiesa alla sede del giornale nove chilometri in bicicletta per andare e nove per tornare, non proprio dietro l’angolo, sotto il sole dell’Alabama.
Il direttore fu talmente entusiasta che pubblicò la mia paginetta manoscritta nell’edizione del giorno successivo, senza cambiare una virgola.
No. Questo non è vero, forse qualcosa cambiò… non lo ricordo esattamente, è roba di vent’anni fa.
Comunque, due giorni dopo ero in redazione, con indosso le scarpe di vernice di mio fratello, la camicia stirata e un quaderno con i fogli azzurrini per prendere appunti che mi aveva regalato il reverendo.
Da quell’articolo iniziò la mia carriera. Una straordinaria carriera.
Non potrò mai ringraziare abbastanza il reverendo Bridges.
Ora ci vorrebbe un drink. Vediamo dove si trova il bar su questo ponte…
La sirena del piroscafo sta fischiando. Già si parte? Impossibile, dovrebbe salpare fra un’ora. E perché fischia allora? Ancora non esce fumo dai comignoli.
Guardo in basso, sul molo, movimento di gente, colleghi giornalisti e semplici lavoratori del porto, ufficiali e scaricatori, tutti in grande subbuglio. Una decina di marinai, divise candide, escono da un boccaporto e corrono verso la fiancata dove mi trovo, si tengono i berretti in testa con la mano perché non volino via nel vento, ridono felici, si affacciano. Come aspettassero qualcuno.
Urlano, saltano. Anche le altre navi intorno fanno fischiare le loro sirene. C’è aria di festa.
Guardo il molo. Distinguo solo atleti, colleghi e dirigenti della squadra americana che stanno salendo sulla nave. Non capisco cosa abbia provocato tutta questa agitazione.
Un giovane ufficiale arriva con gli altri alla balaustra, si colloca proprio al mio fianco e lo interrogo: «Ehi, guardiamarina, mi dici che succede?».
«Sta arrivando! Viene a bordo!» Poi mi guarda stupito per l’assenza di una mia reazione.
«Davvero non hai capito chi sta salendo?»
«Oh, “ammiraglio”, non te lo avrei chiesto.»
Lui alza di un tono la voce, se possibile ancor più emozionato: «Ma Babe Ruth, lo hanno detto alla radio militare… viene a bordo a salutare gli atleti in partenza».
Ora mi spiego la confusione. George Herman Ruth, detto “Babe”. Il dio del baseball, il più famoso sportivo d’America. Forse il più popolare personaggio d’America.
Altri marinai si accalcano intorno a me, tutti esaltati. Guardo di nuovo verso il basso e lo riconosco. È proprio lui che sale lungo la scaletta con passo veloce, atletico.

L’ho intervistato molte volte, ma vederlo da vicino è sempre emozionante.
Eccolo sul ponte. E i primi atleti gli vengono incontro alla spicciolata, eccitati e intimiditi, a rispettosa distanza.
«Ehi, Babe, vieni a giocare con noi in Europa?»
La domanda arriva da un terzabase della squadra nazionale di baseball, che per la prima volta sarà sport olimpico.
«Credo vincerete lo stesso, anche senza di me!»
«Babe, è vero che sei più famoso del presidente?»
«Ovvio ragazzi, anche ai repubblicani piace il baseball!»
Risposte fulminanti e risate di tutti i giovani intorno. Ruth sempre disponibilissimo, gentile.
Ora mi inquadra e, con mio immenso piacere, mi riconosce subito.
«Oh, guarda chi abbiamo qui. Il più feroce giornalista sportivo della East Coast, nientemeno che Dale Warren!»
Allunga la mano. Gliela stringo e devo confessare a me stesso di essere molto emozionato. Ma la professione viene prima di tutto, e maschero i miei sentimenti con una battuta: «Babe, per sopravvivere nel mio lavoro devi metter su denti da squalo!».
Risata generale.
Ora sta davanti a Jesse Owens. Il nostro velocista e saltatore in lungo.
Lui pare intimidito dalla presenza della star del baseball. Comprensibile per un ragazzo di colore con la sua storia, con la sua vita non facile e così simile a quella degli altri atleti di colore su questa nave.
Stavo giusto cercando idee per telegrafare il mio primo articolo al giornale. Be’, le ho trovate: Babe Ruth che parla con Jesse Owens. Si può pensare a qualcosa di più interessante per i nostri lettori?
No. Non si può.
Tolgo il taccuino e la matita dalla tasca della giacca, sono proprio a un metro dai due, un colpo di fortuna.
Sentirò tutto. Annoterò tutto. Le prime parole di Babe Ruth a Jesse Owens: «Jesse, ho grandissima fiducia in te. Volevo proprio incontrarti per dirtelo».
Owens, emozionatissimo, non apre bocca. Ruth prosegue.
«Ragazzo, hai battuto quattro record del mondo in quarantacinque minuti alla Big Ten, non devi avere timore di nulla!»
Ruth dimentica che probabilmente i record furono cinque, e che il “ragazzo” quel giorno aveva un tremendo mal di schiena, perché aveva fatto una partitella a football con gli amici la sera prima, tanto per passare il tempo…
Io c’ero, ne feci un grande articolo.
Owens annuisce, timido, e trova il coraggio di fare lui una domanda, la butta fuori come l’avesse tenuta a lungo in serbo: «Ma come fa? Mi dica come fa, mister Ruth. Come fa a battere sempre, sempre a quei livelli? Per ogni inning. A cosa pensa?».
Ruth sembra rifletterci un attimo. Poi replica, quasi paterno: «Sai Jesse, gli altri provano a vincere, io vinco. Ogni volta che vado in battuta e muovo quella mazza ho la netta sensazione che farò un home run, un fuori campo, e sono vivamente sorpreso se non lo faccio. Prova a ragionare così, Jesse. Sai qual è la chiave per vincere sempre?».
«Non lo so, mister Ruth.»
«Pensare sempre di poter vincere. Fallo anche tu. E, vedrai, funziona!»
Ancora risate e complimenti dagli atleti intorno.
Una stretta di mano di rito mentre qualche fotografo scatta immagini. Due sole sillabe mormorate da Jesse Owens, con la sua voce profonda: «Grazie».
A levargli l’imbarazzo arriva il comandante della nave, trafelato, attorniato dagli altri ufficiali.
Ruth ha finito con Owens e saluta il capitano.
Jesse si sposta, incrocio il suo sguardo, gli faccio segno col pollice verso l’alto.
«Tutto ok, ragazzo. Medaglie sicure! Se lo dice Babe Ruth!»
Lui ride.
«Grazie, Dale!»
Ricambia il gesto col pollice e poi inizia scendere la scaletta verso i ponti inferiori.
Decisamente ci vuole un drink, adesso.

***

Stavolta il fischio del piroscafo indica che si sta salpando.
Ora sì. Per davvero. Tutti a Berlino, Europa, anzi, Germania.
La grande avventura delle Olimpiadi.
Grazie, davvero grazie reverendo Bridges, dovunque lei sia. Quando tornerò, promesso, verrò a raccontarle tutto ciò che avrò visto, a voce bassa per non disturbare, restando in piedi sotto i grandi salici che proiettano ombra fresca sulla sua lapide, al cimitero di Decatur, Alabama.