Giambattista Valli alla fine della sfilata di Moncler Gamme Rouge, 7 ottobre 2015 (PATRICK KOVARIK/AFP/Getty Images)
  • Moda
  • lunedì 12 ottobre 2015

I vestiti per le donne li fanno gli uomini

Salvo poche eccezioni: e alle sfilate di Parigi è stato notato e commentato da diversi osservatori (ma soprattutto osservatrici)

Giambattista Valli alla fine della sfilata di Moncler Gamme Rouge, 7 ottobre 2015 (PATRICK KOVARIK/AFP/Getty Images)

A sfilate concluse, tra i bilanci finali di queste ultime settimane c’è anche quello che riguarda la presenza di stiliste donne nella progettazione dei vestiti che sono stati mostrati in passerella: gli stilisti che hanno presentato le collezioni primavera/estate 2016 donna sono infatti quasi tutti uomini.
Sul New York Times Vanessa Friedman, la fashion editor del giornale, scrive che solo il 20 per cento dei 91 brand che hanno sfilato a Parigi questa stagione avevano direttori creativi donna, chiedendosi: dove sono le donne? Perché sono perlopiù uomini a disegnare abiti femminili?

È la stessa domanda che si pone Quartz, secondo il quale al momento non ci sono risposte esaurienti che vadano al di là della solita – fragile – spiegazione che ciò avviene per due ordini di motivi: o perché gli stilisti maschi sono più “obiettivi” o perché sono più “fantasiosi”.
Non a caso uno degli argomenti più frequenti nel dibattito è che ad essere diversi sono anche i risultati: gli uomini disegnerebbero vestiti che vorrebbero vedere indossati dalle donne, mentre le donne vestiti che indosserebbero realmente, riuscendo a capire le esigenze femminili e andando oltre il solo senso estetico. I primi per la fantasia, le seconde per la funzionalità.
Friedman considera questo approccio troppo riduttivo: se è vero che spesso uno dei maggiori complimenti che si sente fare alle stiliste è di aver disegnato vestiti che le donne potrebbe veramente indossare, le sfilate di Parigi hanno mostrato che anche gli uomini ne sono capaci: come ad esempio Giambattista Valli, Karl Lagerferd per Chanel o Nicolas Ghesquière per Louis Vuitton.

Sempre Friedman fa notare che i grandi nomi femminili del calendario ufficiale di Parigi erano programmati negli stessi giorni, verso il finale della settimana, parlando di un “quasi-ghetto delle ragazze”, ammettendo che possa essere stato casuale – allo stesso modo in cui probabilmente lo è stata la scelta di lasciare gli stilisti giapponesi il weekend, – ma che questo ha creato comunque una strana implicazione, una sorta di situazione alla “Quattro amiche e un paio di jeans”, la serie di libri (e anche un film) sull’amicizia di quattro ragazze che, lontane per le vacanze, si tengono in contatto spedendosi a turno un un paio di jeans che stranamente va bene a tutte.

Tra le stiliste più apprezzate a Parigi, un po’ da tutti, ci sono state Stella McCartney, che dirige la casa di moda che porta il suo nome, Phoebe Philo di Celine e Chitose Abe di Sacai. E altri nomi femminili erano quelli di Vanhee-Cybulski di Hermès, Sarah Burton di Alexander McQueen e Miuccia Prada per Miu Miu.
In particolar modo, su The Cut, Cathy Horyn arriva a dispiacersi del successo commerciale di Hedy Slimane, direttore creativo di Saint Laurent, colpevole per la critica di aver presentato degli abiti banali e lontani dal gusto e dalla ricercatezza dell’alta moda (Horyn ha definito i suoi vestiti “dozzinali” e “senza gioia, bellezza o gusto”) e spera che a prevalere siano le prospettive di donne come appunto Phoebe Philo e Sarah Burton. Horyn aggiunge che potrebbe fare anche nomi maschili altrettanto validi, ma di non volerlo fare per bilanciare il trattamento ingiusto che subiscono le donne nell’industria della moda. Secondo la critica di The Cut, spesso stilisti con talenti minori ottengono le prime proposte per posizioni importanti solo per il fatto di essere uomini, ma i risultati sono poi deludenti, riferendosi in questo caso a Dao-Yi Chow e Maxwell Osborne, nuovi stilisti di DKNY, la linea più economica e pensata per clienti più giovani di Donna Karan.
E tutti questi commenti mostrano come anche il settore della moda – un settore assai peculiare nel rapporto con le donne – sia compreso a suo modo nel dibattito più generale sulle pari opportunità nel mondo del lavoro.

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