Come si reagisce al sessismo online?

Prova a rispondere il Washington Post, dopo che due donne recentemente hanno deciso per lo sputtanamento pubblico

Un recente articolo del Washington Post racconta e analizza alcuni casi di sessismo online di cui – soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – si è molto parlato negli ultimi giorni. Si tratta di casi in cui alcune donne hanno deciso di rendere pubblici i messaggi che degli uomini hanno scritto loro online. Nel suo articolo per il Washington Post la giornalista Caitlin Dewey spiega che grazie alla decisione di queste donne si è potuto parlare di un problema poco noto, spesso trascurato e poco studiato.

Il primo caso di cui parla il Washington Post è quello di Maggie Serota, una blogger statunitense che alcune settimane fa ha condiviso su Twitter un messaggio privato che le aveva scritto un uomo conosciuto su OkCupid, un social network d’incontri. L’uomo aveva scritto a Serota un lungo messaggio dal tono passivo-aggressivo ricco di informazioni su di lei trovate con Google, e mostrava di aver guardato le sue immagini e analizzato tutto ciò che poteva nei suoi profili social.

Alcuni giorni dopo il tweet di Serota – condiviso più di 100 volte – è arrivato un nuovo, simile tweet, scritto il 7 settembre dall’avvocata britannica Charlotte Proudman, e condiviso più di 800 volte. Nel suo tweet Proudman ha mostrato il messaggio che le ha scritto un uomo su LinkedIn, un social network usato per contatti professionali. L’uomo, un importante avvocato britannico, ha scritto a Proudman: «So che tutto questo non è politicamente corretto, ma la tua foto profilo è stupenda. Vinci sicuramente il premio per la miglior foto profilo di LinkedIn che mi sia mai capitato di vedere. Sono sempre interessato a capire le qualità delle persone e a scoprire come potremmo lavorare insieme».

Proudman ha commentato quel messaggio in un articolo che ha scritto per Independent: «Se sia donne che uomini si aiutassero a vicenda nel rendere pubblici i casi di sessismo ogni volta che si presentano, allora le cose cambierebbero. È questo il motivo per cui ho fatto quel che ho fatto».

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti non tutti sono però d’accordo con la tesi di Proudman. È vero, spiega il Washington Post, che rendendo pubblici i casi di sessismo – to shame the shamers – si mette in moto quello che in sociologia si chiama il “controllo sociale informale”, un efficace modo che le società trovano per auto-regolarsi. Secondo altri, però, sia Serota che Proudman hanno sbagliato rendendo pubblici messaggi privati, destinati solo a loro.

I tweet di Proudman e di Serota hanno un’altra rilevante differenza: Serota non ha diffuso le generalità dell’uomo che le ha scritto il messaggio, Proudman ne nostra invece nome e cognome. L’eventuale errore di Proudman è accentuato dal fatto che oltre al problema del sessismo su internet esiste quello della “giusta proporzione”: la “rivalsa” nei confronti di chi ha sbagliato – in questo caso dell’uomo che le ha scritto – tende a essere sproporzionata ed eccessiva, diventando quasi una “vendetta” collettiva. Di casi di questo tipo parla il libro del giornalista britannico Jon Ronson, So you’ve been publicly shamed, che a ottobre uscirà in italiano per Codici Edizioni e di cui alcuni mesi fa aveva parlato Luca Sofri.

Il libro parla, a stringere molto, di “pubbliche umiliazioni al tempo dei social network”: mette in fila una serie di storie pazzesche ed esemplari di persone a cui la versione contemporanea e online della gogna pubblica – spontanee insurrezioni contro di loro sui social network – ha travolto le vite, a partire da casi e accadimenti molto diversi tra loro e con misure varie di colpa, ma in cui la punizione sembra sempre superare presto la misura del “giusto”.

La conclusione del Washington Post è che l’oppressione è, secondo il femminismo, un “problema istituzionalizzato” e fa parte di un sistema che esiste e si ripete da secoli. «Sta alle vittime scegliere come reagire alle molestie che subiscono. Ma umiliando pubblicamente gli uomini e parlando di loro come di “fastidiose anomalie” finiamo per far ricadere tutta la colpa sulle loro piccole spalle, senza però prendercela con la Società, quella con la “s” maiuscola».

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