Migranti afghani all'entrata del Captain Elias, un hotel abbandonato a Kos, in Grecia, 16 agosto 2015. (LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)
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  • lunedì 17 agosto 2015

I migranti nell’hotel abbandonato di Kos

Centinaia di persone sull'isola greca dormono nei corridoi di una struttura turistica abbandonata, senza alcun tipo di assistenza

Migranti afghani all'entrata del Captain Elias, un hotel abbandonato a Kos, in Grecia, 16 agosto 2015. (LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)

Da giorni si parla della difficile situazione a Kos, un’isola greca a circa cinque chilometri dalla costa turca da dove negli ultimi mesi sono arrivati su barche e gommoni circa settemila migranti fuggiti soprattutto da Iraq, Siria e Afghanistan. Le autorità greche si sono dimostrate impreparate a gestire la situazione, che è peggiorata la scorsa settimana dopo che circa 2.500 persone – tra cui anziani, donne e bambini – sono stati rinchiusi nello stadio della città senza acqua, cibo e adeguati servizi igienici. Dopo che molte persone si sono sentite male, mercoledì sera lo stadio è stato riaperto e svuotato, ed è stato inviato un traghetto per ospitare e registrare i migranti siriani. Molti altri però sono abbandonati a se stessi, senza strutture adeguate a ospitarli: la maggior parte di loro non ha intenzione di fermarsi sull’isola, dove intende solo ricevere i documenti necessari per proseguire il viaggio attraverso i Balcani e arrivare nel nord Europa.

A Kos non è stato allestito alcun centro apposito per gli immigrati, che si sono accampati nelle strade in tende e baracche improvvisate. Uno dei pochi edifici che le autorità hanno concesso ai migranti è il Captain Elias, un hotel a pochi chilometri dal centro della città, abbandonato dopo il fallimento l’anno scorso.

Le autorità avevano intenzione di trasformare l’hotel abbandonato in un centro di accoglienza, ma non se n’è fatto niente e i migranti sono di fatto abbandonati a se stessi. Come ha detto Stella Nanou, portavoce del UNHCR – l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati – «non c’è nessuna organizzazione ufficiale per la distribuzione del cibo» e i migranti si affidano ai propri mezzi e al lavoro dei volontari. Cibo e acqua non vengono distribuiti per giorni e le provviste che arrivano sono sempre troppo poche e i migranti sono sempre troppi: finiscono per litigare tra loro anche solo per una bottiglia d’acqua.

Nella struttura a due piani dell’hotel sono accampate centinaia di famiglie, costrette a condividere stanze e corridoi su materassi malandati. La lobby dell’hotel è piena di coperte, tende e materassi, gli uomini si radono in giardino utilizzando il tubo dell’acqua, i panni sono stesi ad asciugare un po’ ovunque e i bambini giocano a terra tra le piastrelle scheggiate. Murcal Rezai, una ragazzina di 16 anni arrivata da Kabul con la sorella e i genitori, racconta che nell’hotel «non c’è corrente, non c’è un posto per i bambini, non c’è privacy. La situazione è difficile, non è facile quando tante persone devono vivere insieme». Ulan Mustafa, uno studente pakistano di 22 anni, dice che «il Captain Elias è il campo per i poveri. Se dovesse chiudere non riesco a immaginare cosa potremmo fare». Medici Senza Frontiere è tra le poche organizzazioni a preoccuparsi della situazione a Captain Elias: ha allestito sei bagni chimici nel giardino dell’hotel e fornisce sostegno psicologico e visite di controllo agli immigrati. Julia Kouraga, responsabile di MSF a Kos, spiega che «Cerchiamo di fare il possibile. Però questa è la situazione più triste che abbia visto in Grecia».

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