Mian Khursheed/Washington Post
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  • venerdì 24 luglio 2015

La straordinaria valle dell’Hunza

È una specie di oasi felice in mezzo al Pakistan: i bambini e le bambine vanno a scuola, l'economia funziona e l'Islam radicale non attecchisce

di Tim Graig – Washington Post
Mian Khursheed/Washington Post

I visitatori della meravigliosa valle dell’Hunza, sormontata da cinque cime innevate, a volte si sentono come sul ciglio della Terra, o forse, al suo centro. In ogni caso, non sembra proprio di essere in Pakistan, un paese che fa i conti con la povertà, l’inquinamento, l’estremismo islamico e la mancanza di un sistema di istruzione, specialmente uno rivolto alle donne. Kaimabad, la città principale della valle, una volta era un posto desolato dove gli abitanti non avevano abbastanza da mangiare, ora è uno dei posti migliori del Pakistan: un’oasi di tolleranza, sicurezza e buone scuole. Gli standard di vita alti possono essere in qualche modo imputati alla moderata interpretazione dell’Islam e all’aiuto di grandi ONG.

Molti genitori che vivono nella valle dell’Hunza dicono che se dovessero decidere manderebbero a scuola le loro figlie piuttosto che i loro figli maschi. Quasi tutte le famiglie della valle possiedono un pezzo di terra. Gli abitanti dicono di non ricordarsi quando è avvenuto l’ultimo omicidio nella valle, e diversamente dal resto del Pakistan, i fiumi non sono inquinati di sacchetti di plastica, elettrodomestici rotti e scarichi fognari. Queste buone condizioni hanno permesso alla valle dell’Hunza di diventare una sorta di barriera contro l’estremismo islamico, nonostante la vicinanza alle roccaforti dei militanti islamisti in Kashmir e nelle aree tribali del Pakistan.

Hunza

Non tutto è perfetto, naturalmente. L’elettricità può mancare anche per diversi giorni di fila; l’industria del turismo è praticamente crollata dopo gli attacchi dell’11 settembre; la deforestazione ha portato a una strutturale carenza di legna da ardere, che in inverno costringe le famiglie a raccogliersi in una stanza per resistere alle temperature molto basse. Inoltre, alcuni leader locali pensano che la comunità della valle sia ormai troppo dipendente dalle ONG e dagli aiuti e sia diventata vulnerabile a un’improvvisa riduzione degli aiuti. Queste paure sono foraggiate anche dall’atteggiamento ostile del governo pakistano nei confronti delle ONG internazionali.

Ma per ora, Karimabad è un esempio di quello che si può ottenere nelle zone rurali del Pakistan quando i residenti accettano l’aiuto delle ONG internazionali e resistono strenuamente alle minacce dell’estremismo islamico. «Questa è la vera Shangri-La», ha detto l’ex ambasciatore dell’Unione Europea in Pakistan Lars-Gunnar Wigemark riferendosi al mitico posto descritto da James Hilton nel suo romanzo del 1933 Orizzonte perduto.

PAKISTANUna foto notturna della valle dell’Hunza (Mian Khursheed/The Washington Post)

PAKISTANDue uomini in moto sulla strada Karakoram, che attraversa la valle (Mian Khursheed/The Washington Post)

Più del 90 per cento degli abitanti di Karimabad si identificano come sciiti ismailiti, uno dei rami dell’Islam più moderato. Sono seguaci della famiglia dell’Aga Khan, visti come i discendenti diretti del genero del profeta Maometto. Il principe Karim Al Husseini, un miliardario e filantropo che vive in Francia e si fa anche chiamare Aga Kham IV, è l’attuale leader spirituale degli ismailiani, e uno dei più grandi benefattori della valle dell’Hunza.

L’Aga Kahn Development Network, la fondazione filantropica di Karim Al Husseini, ha un budget annuale di 600 milioni di dollari (circa 550 milioni di euro). Nel corso degli ultimi 40 anni la fondazione ha lavorato in collaborazione con altre ONG per investire centinaia di milioni di dollari nella valle dell’Hunza: rifacendo le strade, costruendo le scuole e aprendo ambulatori, ospedali, impianti per la purificazione dell’acqua per i 65mila abitanti della valle.

Circa 16mile persone vivono a Karimibad, che era la capitale della valle quando, prima della creazione del Pakistan nel 1947, Hunza era uno stato indipendente.

Durante gli anni Ottanta, in un tentativo di far crescere l’economia locale, l’Aga Khan riuscì a convincere molte famiglie a cominciare a coltivare pesche e ciliegie, insieme ai raccolti tradizionali come patate e grano. Ora gran parte della valle è un frutteto. Al Husseini è anche un forte sostenitore dell’importanza dell’educazione scolastica, e quasi tutti a Karimabad possono citare a memoria alcuni dei suoi insegnamenti: “Se un uomo ha due figli, un maschio e una femmina, deve educare prima la femmina. Perché quando lei sarà educata potrà educare tutta la famiglia».

PAKISTAN(Un gruppo di bambini in una scuola nella valle dell’Hunza)

Secondo il giornale Pakistan’s Dawn, la valle dell’Hunza ha un tasso di alfabetizzazione del 77 per cento contro il 58 per cento nel resto del paese, dove c’è anche una grande disparità tra uomini e donne. Uno studio della Banca Mondiale pubblicato lo scorso anno ha concluso che l’alfabetizzazione femminile in alcune aree della valle dell’Hunza ha raggiunto il 90 per cento: a Diamer, una zona di montagna a circa 5 ore di macchina di distanza, l’alfabetizzazione femminile è al 5 per cento. «Quando andavo a scuola io, solo in pochi potevano parlare inglese» dice Javed Ali, di 41 anni, direttore di un albergo a Karimabad, «Ora tutti parlano inglese».

Partendo da villaggi a quasi 3mila metri di altitudine, alcuni bambini camminano anche 6 chilometri per arrivare a scuola a valle. Dopo le scuole medie, alcune ragazze si iscrivono alla Scuola secondaria per ragazze Aga Khan. che insegna solo matematica e scienze. Quasi tutti i diplomati vanno poi al college, secondo il direttore della scuola Zahra Alidad. Un’altra scuola importante a Karimabad è la scuola pubblica Hasegawa, finanziata dal governo giapponese e che promette di creare “cittadini del mondo con un orientamento cosmopolita che gli permetta di vivere in qualsiasi angolo del pianeta”. Gli studenti, qui, sono incoraggiati a discutere di argomenti difficili e delicati, compresi quelli che mettono in discussione alcuni insegnamenti dell’Islam. Gli studenti del nono anno, per esempio, hanno dovuto leggere “Il cacciatore di aquiloni“, un romanzo sulla cultura afgana che parla anche di adulterio, omosessualità e stupro.

PAKISTAN(Alcuni bambini giocano a calcio nel cortile di una scuola)

Nazim Aman, direttore della scuola Hasegawa, ha detto: «siamo sostenitori del pluralismo, crediamo che i nostri studenti debbano essere autentici. Crediamo nella diversità. Crediamo nella giustizia sociale». Questo tipo di approccio è condiviso anche da Mashgool Alam, leader 80enne della più grande tribù sunnita della valle dell’Hunza: «Un piatto è più buono se lo mischi con delle spezie. E se mescoli tante religioni, la società diventa un posto migliore».

Iqbal Wakji, presidente dell’Aga Khan Council for Pakistan, ha detto che questo atteggiamento ha aiutato a difendere la valle dell’Hunza dalle ideologie estremiste che hanno invece attecchito in altre aree del paese: «Quando ci sono comunità che lavorano per migliorare le loro condizioni, che ottengono scuole ed educazione, si previene il rischio della manipolazione intellettuale e si aumenta la resilienza della comunità dalle influenze esterne».

Alcuni leader locali, tuttavia, lamentano che i residenti della valle sono diventati troppo passivi e abituati agli aiuti dell’Aga Khan. Gli ismailiti sono diventati cittadini per procura, dice il politico locale Izhar Ali Hunzia: «Tutte le decisioni vengono prese in Francia e le persone qui aspettano solo che arrivi qualcuno a risolvere i loro problemi».

D’altra parte sono in molti ad essere grati per gli aiuti economici che hanno permesso a molte persone di affrancarsi dalla durezza della vita di montagna. Ali Murad, 66enne, si ricorda di quando da bambino la sua famiglia faceva fatica a sopravvivere e in casa si mangiavano solo cibi prodotti dal grano. Ora possiede 8 alberi di ciliegie, 35 alberi di mele e 40 di albicocche. Due dei suoi tre figli si sono diplomati al college. Uno lavora come chef a Dubai e l’altro lavora come traduttore dal cinese.

©2015 Washington Post 

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