La “tassa sulle religioni” in Germania

Migliaia di fedeli nel 2014 hanno lasciato la chiesa cattolica e quella protestante per via dell'inasprimento di una tassa molto controversa

(Hendrik Schmidt/picture-alliance/dpa/AP Images)

Negli ultimi tempi si è tornati a parlare della controversa “tassa sulle religioni” presente in Germania – come in altri paesi europei fra cui Danimarca e Svizzera – per via delle migliaia di persone che stanno abbandonando le varie chiese in seguito all’inasprimento dei metodi per pagarla (in tedesco è chiamata Kirchensteuer). In Germania, segnalare nella dichiarazione dei redditi la propria appartenenza alla religione – cattolica, protestante o ebraica – equivale ad autorizzare il pagamento di una ulteriore tassa pari all’8-9 per cento delle proprie imposte. Supponendo ad esempio che una data persona guadagni ogni anno 100mila euro e che ne paghi 30mila in tasse, la tassa aggiuntiva sulla religione ne porterà via altri 2400 o 2700, a seconda della regione in cui vengono pagate. In Italia viene applicata invece a livello nazionale una tassa sul reddito dello 0,8 per cento – il cosiddetto otto per mille – che ciascun cittadino decide se donare allo stato o a una delle chiese convenzionate presenti in Italia.

Identificarsi come cattolico e non pagare la tassa fa scattare una procedura di infrazione nei propri confronti: è quello che è successo di recente al calciatore italiano Luca Toni, che secondo la Chiesa cattolica tedesca deve 1,7 milioni di euro di tasse non pagate durante le sue due ultime stagioni al Bayern Monaco fra il 2008 e il 2010 (Toni ha detto che non era stato informato della tassa dalla sua commercialista).

I soldi della tassa sulla religione sono trasferiti direttamente alla Chiesa, che se ne serve per gestire le sue strutture e pagare i propri dipendenti. Il guaio è che negli ultimi anni il pagamento è diventato molto più stringente: nel 2012 la conferenza dei vescovi cattolici tedeschi ha emanato un decreto che vieta a chi non ha pagato la tassa “speciale” di ricevere i sacramenti, e cioè per esempio di ricevere la comunione o sposarsi in chiesa (ottenendo critiche dalle altre chiese cattoliche nel mondo). Nel 2009, inoltre, il governo tedesco ha emanato una nuova tassa da applicarsi ai capital gain – cioè ai guadagni ottenuti al di fuori dello stipendio regolare – che in precedenza potevano non essere inclusi nella dichiarazione dei redditi. La tassa viene trattenuta già dalla banca. Dal 2014 la tassa sulla religione viene ricavata anche dai capital gaine quindi trattenuta dalla banca. Questo impedisce a molti fedeli di “barare”, dato che fino all’anno scorso veniva calcolata sulla base della dichiarazione dei redditi, e non trattenuta “alla base” dalla banca.

La modifica nella raccolta della tassa sulla religione – unita alle molte critiche ricevute dalla chiesa cattolica per il suo decreto del 2012 – ha convinto molti ad abbandonare ufficialmente la propria chiesa, cosa che in Germania va certificato con un atto ufficiale di “rinuncia” (che fra l’altro ha un costo fisso, di solito attorno ai 30 euro). Nel 2014 circa 200mila fedeli protestanti hanno abbandonato la propria chiesa con un atto ufficiale, mentre erano stati 138mila nel 2013. I numeri della Chiesa cattolica per il 2014 non sono ancora noti – anche se secondo il Telegraph i numeri sono simili – mentre nel 2013 circa 178mila cattolici hanno rinunciato all’appartenenza ufficiale alla Chiesa.

Secondo un articolo del Wall Street Journal pubblicato ad agosto del 2014, su 80,8 milioni di cittadini tedeschi circa il 30 per cento è registrato come cattolico, mentre il 29 per cento è registrato come protestante. Nel 2013, la chiesa cattolica e quella protestante hanno raccolto complessivamente circa 10 miliardi di euro dalla tassa sulla religione.

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