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  • domenica 21 giugno 2015

“Una diplomazia da libretto degli assegni”

È l'espressione usata dal New York Times per definire la politica estera dell'Arabia Saudita, dopo la pubblicazione di alcuni documenti sottratti e diffusi da Wikileaks

Venerdì il sito Wikileaks ha pubblicato più di 60 mila documenti sottratti ai server del ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita. I documenti, principalmente dispacci diplomatici inviati dalle varie ambasciate al ministero, si riferiscono al periodo che va dall’inizio della cosiddetta “Primavera araba” nel 2011 ai primi mesi del 2015. Anche se Wikileaks non ha rivelato alcuna informazione particolarmente imbarazzante per l’Arabia Saudita, i documenti sottratti rivelano come in Medio Oriente moltissimi tra stati, singoli politici e interi partiti abbiano chiesto e ricevuto favori e denaro del governo saudita. Il New York Times ha definito quella saudita “una diplomazia da libro degli assegni”.

Ad esempio, in uno dei documenti sottratti da Wikileaks l’ambasciata libanese ha scritto al ministero degli Esteri saudita che un politico locale, il cristiano Samir Geagea, avrebbe voluto dai sauditi un aiuto finanziario per il suo partito: Geagea, si legge nel testo, si è sempre schierato dalla parte dell’Arabia Saudita, ha criticato spesso il regime siriano – un nemico dell’Arabia Saudita – e ha dimostrato la sua “disponibilità” nei confronti di qualsiasi richiesta proveniente dal governo saudita. Dai documenti emerge anche come la “generosità” dell’Arabia Saudita si estendesse al di là del Medio Oriente: per esempio in un documento si parla della richiesta di finanziamento a un’agenzia di stampa della Guinea, in Africa Occidentale. Quello della Guinea non è l’unico caso in cui il ministero degli Esteri saudita si è occupato di media. Una società araba di telecomunicazioni satellitari ha ricevuto la richiesta di eliminare o quantomeno limitare la diffusione di un canale televisivo iraniano (l’Iran è il principale avversario dell’Arabia Saudita). Altri documenti riguardano invece i media locali e i diversi modi a disposizione del regime saudita per influenzarli.

Nei documenti ci sono anche accenni alle attività tradizionali che svolge un ministero degli Esteri. Per esempio si parla dei sospetti sauditi che il Qatar, un altro stato arabo che affaccia sul Golfo Persico, stesse finanziando alcuni politici dell’opposizione in Yemen per causare problemi alla diplomazia saudita (oggi l’Arabia Saudita è impegnata in un intervento militare in Yemen contro i ribelli houthi). Ci sono anche tracce di una trattativa con i Fratelli Musulmani egiziani, il movimento politico-religioso al potere in Egitto dalla rivoluzione che portò alla deposizione di Hosni Mubarak fino al colpo di stato dell’esercito del 2013. Da questi documenti si capisce come l’Arabia Saudita abbia trattato per pagare ai Fratelli Musulmani 10 miliardi di dollari per evitare che Mubarak – alleato dei sauditi – fosse messo in prigione. La trattativa non andò in porto a causa della scarsa fiducia dei diplomatici sauditi nei confronti dei Fratelli Musulmani.

Altri particolari riguardano i finanziamenti inviati ad alcuni politici dell’opposizione irachena per destabilizzare l’allora primo ministro sciita Nouri al Maliki. Dai documenti emerge anche come Saud al Faisal, principe della casa reale e fino allo scorso aprile ministro degli Esteri, avesse bisogno del permesso ufficiale del re per potersi occupare anche delle piccole faccende. Questo dettaglio rivela come lo stato saudita sia tuttora molto centralizzato e come la maggior parte del potere sia ancora controllato dal re.

Il New York Times ha scritto che i documenti diffusi fino ad ora – Wikileaks ha detto di averne sottratti in tutto mezzo milione – non contengono particolari novità, ma confermano quello che quasi tutti gli esperti già sapevano, ossia che l’Arabia Saudita cerca continuamente di espandere la sua influenza politica investendo i proventi del petrolio per finanziare stati, individui e movimenti che considera alleati. Dai documenti sono del tutto assenti invece i temi più dibattuti oggi, come ad esempio i finanziamenti ai gruppi armati impegnati nella guerra in Siria. Secondo la maggior parte degli esperti, questi finanziamenti non vengono gestiti dal ministero degli Esteri ma sono di competenza dei servizi segreti sauditi in modo da rendere più difficile collegarli direttamente al governo del regno.

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