Jan-Philipp Strobel/AP Images
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  • giovedì 11 Giugno 2015

Atleti, e fratelli e sorelle di atleti

Quelli che praticano lo stesso sport, a volte anche entrambi molto bene: ed essere fratelli o sorelle di altri atleti li ha aiutati o no?

Jan-Philipp Strobel/AP Images

La rivista online l’Ultimo Uomo ha pubblicato un articolo che racconta storie di fratelli – e fratelli e sorelle – che si sono trovati a fare lo stesso sport. L’articolo, scritto da Arnaldo Greco, racconta nel dettaglio quei casi in cui dei fratelli sono stati ugualmente forti e competitivi, ma anche quei casi in cui qualcuno si è trovato a dover essere il fratello di John McEnroe, Roberto Baggio, Diego Maradona o Andre Agassi e a fare, a sua volta, il calciatore o il tennista: e si chiede quanto dell’essere fratelli o sorelle di qualcuno contribuisca da giovanissimi a costruire un senso di competizione col prossimo.

L’articolo dell’Ultimo Uomo parla anche di quelle volte – più rare – in cui due o più fratelli sono riusciti a affermarsi entrambi, con un talento paragonabile e un numero di successi equamente distribuito: è per esempio il caso dei cestisti spagnoli Pau e Marc Gasol.

Greco racconta anche il caso di due ottimi calciatori olandesi, i gemelli de Boer, “che hanno probabilmente risolto le proprio controversie scegliendosi in campo due ruoli diversi”, e quello dei tre fratelli Abbagnale: «Carmine e Giuseppe, che condividevano la stessa canoa, sono sicuramente i due più noti canottieri della storia d’Italia, il terzo fratello Agostino ha vinto una medaglia d’oro olimpica in più rispetto ai fratelli maggiori, ma ha avuto una popolarità sicuramente inferiore agli altri, solo perché gareggiava in equipaggi “di sconosciuti”». L’articolo di Greco descrive la frustrazione dei deboli, il senso di colpa dei forti ma anche la complicità che in certi casi è esistita, a prescindere dal divario di talento, tra un fratello e l’altro. L’articolo si apre con il discorso con cui Steph Curry, eletto miglior giocatore NBA di questa stagione regolare, ha ringraziato il fratello Seth, che quest’anno in NBA ha giocato in totale otto minuti.

Steph e suo fratello
Durante il discorso per la consegna del premio come MVP, Steph Curry ha rivolto delle splendide parole al fratello Seth:

«Sono fiero di te, fratello. Ci siamo affrontati in tante battaglie crescendo. Ci siamo sfidati ogni giorno quando giocavamo quegli uno contro uno nel cortile. Le nostre partite andavano avanti fino a notte, e potevano concludersi solo per due ragioni: uno, arrivava la mamma a dirci di smetterla perché stavamo disturbando i vicini. Era tardi e se avessero sentito il pallone rimbalzare avrebbero potuto chiamare per dirci di fare silenzio. O due, andavi fuori di testa perché ti stavo battendo, e tu mi accusavi di imbrogliare perché non ti avevo dato un fallo. Allora prendevi la palla e entravi in casa fino a quando non ti richiamavo dicendo: “Va bene, prenditi quel fallo—mettiti in lunetta”. Quelle battaglie, non le dimenticherò mai. È stato molto divertente, anche solo a guardare come siamo cresciuti e dove siamo arrivati. Non c’è limite per te. Continua a fare ciò che sai fare e continua a rendere orgogliosa la tua famiglia».

Seth ha ascoltato piangendo con la testa tra le mani. Commosso per la vittoria di Steph, e forse un po’ invidioso visto che “le tante battaglie” hanno reso il fratello “il miglior giocatore NBA dell’anno” e lui a malapena degno di giocarci in quel campionato (8 minuti quest’anno, 17 in carriera, poi tantissime partite in D-League).

Forse avrà pensato che è comunque un riconoscimento fantastico: lo sparring partner di una vita del miglior giocatore, o forse si chiede cosa gli sarà mancato e se è colpa sua o della natura o del gioco. O forse semplicemente non ha pensato a niente e ha ragione Steph. Ha la coscienza di fare del suo meglio e questo gli basta. Non voglio pensare male per forza, magari è davvero più felice che invidioso.

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