Ai ferri corti

Un racconto di Jonathan Coe, tratto dalla nuova raccolta Disaccordi imperfetti: sul "prendere o lasciare"

Feltrinelli ha pubblicato il libro Disaccordi imperfetti di Jonathan Coe, lo scrittore inglese autore fra l’altro dei romanzi La famiglia Winshaw, La casa del sonno e La banda dei brocchi. Il libro raccoglie i racconti scritti da Coe negli ultimi dieci anni e un saggio scritto per la rivista francese Cahiers du Cinéma sul film di Billy Wilder La vita privata di Sherlock Holmes, e sono tradotti in italiano da Delfina Vezzoli.
Quello che segue è il breve racconto intitolato Ai ferri corti.

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Talvolta il sole ti abbaglia col suo splendore, quasi eccessivo da sopportare, e talvolta la nebbia si alza così fitta e repentina che non riesci nemmeno a scorgere il capanno, ed è solo il rumore delle onde sui ciottoli della spiaggia che ti dice dove diavolo ti trovi. È un posto solitario, non quello che immaginavo, ma se non altro sai che ci sono dei vicini, c’è sempre qualcuno alla porta accanto. E naturalmente noi due ci siamo l’uno per l’altra.

La strada corre dritta per chilometri e chilometri, lungo la costa, dritta come una strada romana, e tutti i bungalow sono uno accanto all’altro e si affacciano sulla spiaggia al di là della litoranea, e in lontananza si può quasi intravedere l’acqua, se non c’è la bassa marea. Talvolta il silenzio dura per una mezzora o più, un silenzio assoluto, nemmeno una macchina di passaggio, e tutto quel che senti è lui che sfoglia le sue carte o tira l’acqua in bagno o fruga in quel suo armadietto. Quando cala la foschia senti il suono delle sirene da nebbia dal faro, non so come facciano a renderlo così potente, era buio la prima volta che l’ho sentito e mi ha fatto pensare al cessato allarme ma adesso non me lo ricorda più, suona solo come se stesso.

A noi due piace il silenzio. Ci siamo abituati. Non c’è più bisogno di parlare molto, ci siamo detti tutto quel che avevamo da dire. Lui sa che non mi piace che faccia scorrere l’acqua calda e poi metta i piatti nel lavandino e la lasci raffreddare, ma lo fa comunque, quindi a che serve. Gliel’ho detto mille volte e non intendo ripeterlo di nuovo. Ci sono cose che una volta ti davano i nervi, cose per cui avresti potuto strozzarlo, e alla fine non hanno più importanza. Alla fine, tutto si riduce a te e lui, lui e te. Prendere o lasciare. E nessuno dei due intende lasciare, ormai.

Non discutiamo più nemmeno sul nome, anche se lo facevamo in continuazione. La nostra è l’unica casa senza un nome, ma non siamo riusciti a decidere. Lui si sedeva al tavolo davanti alla finestra per tutto il giorno, a guardare la spiaggia, e poi mi dava una lista di cose tipo Sinfonia marina e Saltaire* o Navigazione piana e A un tiro di sasso. È bello dare un nome a una casa, non dovrebbe essere solo un numero civico se è qualcosa che hai aspettato per tutta la vita, ma io non volevo niente di così fiorito. Perché non la chiamiamo Ai ferri corti, ho detto una volta, visto che viviamo a Loggerheads, ovvero Ai ferri corti, da quando sei andato in pensione, ma lui non ha colto l’ironia. Continuo a pensare che era proprio un bel nome.

A volte ci ridiamo sopra, però, e questa è la cosa importante. Proprio l’altro giorno, la nebbia era più fitta che mai, ma siamo usciti lo stesso per una passeggiata ed eravamo a metà della spiaggia senza riuscire a vederci a un palmo dal naso, sembrava che il mondo intero avesse deciso di sparire e io ho detto, meno male che non l’abbiamo chiamata Vista mare, eh? E abbiamo riso entrambi, ma quello è stato il giorno in cui ho sentito di nuovo le sirene da nebbia e poi in lontananza, doveva essere a chilometri di distanza, c’è stata una risposta da una delle navi e mi ha colto di sorpresa, mi ha fatto pensare a qualcosa, aveva il suono del pedale di un organo di chiesa e di colpo mi sono ricordata che stavo accucciata là sotto, dovevo essere molto piccola, e mi ha ricordato le sue gambe, dovevano essere le gambe di mamma, le sue gambe con le calze quando suonava, me n’ero scordata del tutto, non ripensavo a quei giorni da anni, ma quel suono mi ci ha fatto pensare, ha rievocato tutto, e per un momento, con tutta quella nebbia e quel grigiore mi è quasi preso un colpo, non sapevo più dov’ero, pensavo che forse ero morta o non so cosa, ma poi ho sentito il suo respiro accanto a me e mi sono ricordata, e tutto è andato a posto.

* Saltaire è un villaggio vittoriano situato nell’area metropolitana di Bradford, West Yorkshire, in Inghilterra, tra il fiume Aire e il canale di Leeds e Liverpool. Il villaggio è stato inserito tra i Patrimoni dell’umanità ed è una tappa chiave dell’European Route of Industrial Heritage. [N.d.T.]

 

© 2014 Jonathan Coe, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
per gentile concessione di Berla & Griffini Rights Agency