• Cultura
  • mercoledì 29 aprile 2015

Cosa si dice del nuovo Whitney Museum

Una delle più grandi istituzioni culturali newyorkesi si è appena trasferita in una nuova discussa sede, progettata da Renzo Piano vicino alla High Line

La nuova sede del Whitney Museum di New York, un famoso museo di arte moderna e contemporanea americana, è stata progettata dall’architetto italiano Renzo Piano ed è stata inaugurata con una festa lo scorso 23 aprile; aprirà le porte al pubblico il prossimo primo maggio. Sta facendo parlare molto: non solo per la storia e l’importanza del museo ma anche per l’ambizione del progetto, e alcune delle critiche che ha ricevuto.

La storia del museo
La storia del Whitney Museum è iniziata negli anni Trenta, quando l’allora direttore del Metropolitan Museum of Art, Edward Robinson, non accettò di esporre 500 opere del Whitney Studio Club, uno spazio espositivo ideato per dare visibilità ai giovani artisti emergenti. La scultrice Gertrude Vanderbilt Whitney nel 1931 decise allora di fondare il Whitney Museum, proprio con lo scopo di lanciare sul mercato dell’arte i nuovi artisti. La sede del nuovo museo si trovava a West Eight Street, nel Greenwich Village, sempre a New York. Nel 1966 fu spostata per la prima volta dalla West Eight Street a Madison Avenue, nell’Upper East Side: il nuovo edificio fu progettato dall’architetto ungherese Marcel Breuer. Nel 2004, soprattutto per esigenze di spazio, si è iniziato a pensare di spostare la sede una seconda volta e il progetto è stato affidato a Renzo Piano.

Il nuovo museo, visto dall’esterno
Il nuovo Whitney Museum sorge in un’altra zona della città: nel Meatpacking District, il quartiere di Manhattan dove un tempo si trovavano gli stabilimenti che lavoravano la carne e che confina a nord con Chelsea, a sud e a est con il Greenwich Village e ad ovest con il fiume Hudson. La nuova posizione è importante perché, come ha osservato il New York Times, Renzo Piano ha realizzato un edificio in grado di comunicare con tutto il resto della città, con la sua storia, le sue tradizioni e soprattutto con l’architettura già esistente. Ecco perché, continua sempre il New York Times, il Whitney Museum ricorda, a seconda della prospettiva da cui lo si guarda, cose anche molto diverse tra loro: da ovest, cioè dal lato del fiume Hudson, una vecchia nave mercantile; da nord, cioè dal lato della vecchia zona industriale del Meatpacking District, una vecchia fabbrica o un vecchio ospedale, algido e austero; la parte est dell’edificio comunica invece con la High Line, cioè il parco di New York costruito su una vecchia ferrovia sopraelevata che Renzo Piano ha deciso di utilizzare come ingresso principale del museo, creando così uno spazio di entrata libero e aerato.

Nel complesso l’architettura esterna del nuovo museo è imponente, spiazzante, geometricamente tagliente e non proprio gradevole da un punto di vista estetico. L’Economist ha scritto che dall’esterno l’edificio sembra essere «un conglomerato di vetrate e calcestruzzo» e l’ha paragonato a un «ragazzino che sgomita malamente per farsi vedere». Tuttavia secondo altri che sia bello o brutto conta poco: l’obiettivo di Renzo Piano era creare un edificio in grado di spiazzare l’osservatore, come del resto fa di solito un’opera d’arte.

Il nuovo museo, visto dall’interno
L’architettura interna è molto diversa rispetto a quella esterna: non ci sono contrasti e geometrie taglienti e pesanti, bensì spazi aperti e omogenei. L’edificio è composto da nove piani di gallerie ampie e illuminate bene grazie alle grandi vetrate. I pavimenti sono in legno di pino riciclato, le pareti sono prevalentemente bianche e talvolta mobili, il soffitto ha un’illuminazione a LED particolarmente innovativa per un museo. La presenza delle vetrate trasforma la parte dell’edificio che dà sulla High Line in una vera e propria protesi del parco sopraelevato: sembra quasi di camminare all’aperto tra le opere esposte. Al terzo piano la nuova sede del Whitney Museum ospita una cosa che il museo non aveva mai avuto prima: un teatro. Degli ascensori, arredati con le opere dell’artista americano Richard Artschwager, mettono in comunicazione i vari padiglioni del museo. A ogni piano corrisponde inoltre un’ampia terrazza (quella dell’ottavo piano ospita il bar), messa in comunicazione con le altre da una serie di scale di metallo che ricordano le scale antincendio tipiche delle case newyorchesi.

I costi del progetto e la sua sostenibilità
La nuova sede, presentata da Renzo Piano, dalla curatrice Donna De Salvo, e dal direttore Adam D. Weinberg, è costata in tutto 422 milioni di dollari (pari a circa 385 milioni di euro). Una spesa ingente, a cui si aggiungono le stime delle spese necessarie al mantenimento dell’edificio, che saranno decisamente superiori rispetto a quelle della vecchia sede: si ipotizza un aumento delle spese pari al 50 per cento del bilancio, vale a dire circa 43 milioni di dollari (39 milioni di euro) all’anno. Tuttavia il direttore Weinberg ha detto al New York Times di essere fiducioso circa la possibilità di riuscire a coprire le nuove spese. L’amministrazione del Whitney Museum sta infatti pensando a una serie di accorgimenti che renderanno la nuova sede del museo più sostenibile: il museo rimarrà aperto un giorno in più a settimana (quindi 6 giorni su 7), con un orario più esteso (il giovedì, il venerdì e il sabato resterà aperto fino alle 22) e il costo del biglietto sarà aumentato (passando da 20 a 22 dollari). Parte della sostenibilità del progetto si basa inoltre sulla posizione strategica dell’edificio: il fatto che l’ingresso del museo sia posizionato sulla High Line, che è ormai diventata uno dei luoghi turistici più visitati di New York, è considerato importantissimo.

La prima mostra
America is hard to see (L’America è difficile da vedere) è il titolo della mostra con cui il Whitney inaugurerà la sua nuova sede e che durerà fino al 27 settembre 2015. La mostra, frutto di una accurata selezione della collezione del Whitney, presenta 600 opere di 400 artisti americani, alcuni noti (Hop­per, Pollok e Warhol tra gli altri) e altri meno noti, divise in varie sezioni tematiche. Nel complesso America is hard to see vuole essere un percorso, per immagini, attraverso la storia passata del Whitney e una riflessione sul ruolo futuro delle istituzioni museali nell’arte.

Foto: Spencer Platt/Getty Images

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