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  • martedì 24 marzo 2015

Il revival dell’oriundo

Stefano Bartezzaghi riflette sulla storia di una parola che credevamo usasse ancora solo Conte: ma Paolo Conte

La decisione di Antonio Conte, allenatore della nazionale italiana di calcio, di convocare i calciatori Eder (brasiliano naturalizzato italiano) e Vazquez (argentino naturalizzato italiano) ha fatto parlare di nuovo dei cosiddetti “oriundi”, cioè i calciatori stranieri che acquisiscono la nazionalità italiana grazie a vecchi antenati o al tempo passato giocando in Italia, e quindi vengono convocati dalla nazionale di calcio. L’allenatore dell’Inter, Roberto Mancini, ha detto lunedì che secondo lui «la nazionale italiana deve essere italiana. Magari ci troviamo in nazionale un giocatore che non è italiano ma che ha solo dei parenti qui. Ma questa è solo la mia opinione”. Mancini ha chiarito di non parlare dei giocatori nati in Italia da genitori stranieri. «Io penso che un giocatore italiano meriti di giocare in Nazionale, mentre chi non è nato in Italia, anche se ha dei parenti, credo non lo meriti. Se le regole sono queste Conte fa bene ad applicarle, ma io resto della mia opinione».

Stefano Bartezzaghi, giornalista, scrittore, esperto di parole e linguaggio, ha scritto oggi su Repubblica di come la parola “oriundo” – una parola d’altri tempi, che iniziò a circolare molto nel calcio negli anni Sessanta con Sivori e Altafini – sia tornata improvvisamente attuale.

La convocazione dell’oriundo” sarà anche un problema calcistico serio, ma non vi sembra un titolo degno di un apocrifo di Paolo Conte? “Oriundo” è una parola che solo il maestro di Asti saprebbe infilare in una delle sue rime come quella fra “bovindo” e “tamarindo”.

Per poter cogliere appieno la suggestione della parola “oriundo”, e ricavarne il massimo dell’impatto sonoro e immaginativo, probabilmente è necessario avere incominciato a incollare figurine all’album all’epoca in cui andava fatto ancora con la coccoina, ovvero nella gloriosa fase di transizione della “cellina biadesiva”: la fine degli anni Sessanta. Una parola da maschi, ché le femmine allora né giocavano a calcio né attaccavano figurine, ed erano legittimate a pensare che una parola come “oriundo” fosse un termine di turpiloquio, proprio in quanto di uso fondamentalmente maschile. Ai tempi “dell’oriundo”, in panchina si trovava anche l’allenatore chiamato Oronzo (Pugliese) e, sciocchi come si era e in parte si è rimasti, pote- declamare parole e nomi simili per ore, senza poter mai giustificare l’ilarità che ci ispiravano.

Ma “oriundo” non era affatto un nonsense. I calciatori “oriundi” appartenevano a una categoria che andava all’esaurimento: non ne venivano tesserati di nuovi, le frontiere si erano serrate da un pezzo; ma alcuni delle ultime ondate erano ancora in attività (Sivori! Sormani! Pesaola! l’intramontabile Altafini!) e il loro status veniva segnalato dalle sobrie didascalie dell’editore Panini: “oriundo”. Nessuno spiegava ai piccoli collezionisti di allora che l’aggettivo derivava dal gerundivo del latino oriri, nascere, avere origine.

(continua a leggere l’articolo di Repubblica sul sito del Corriere)

foto: José Altafini, Antonio Angelillo e Omar Sívori con la nazionale italiana nel 1961.

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