Cedere i dati privati, ma quelli veri

C'è chi pensa sia impossibile difendere la propria privacy online: tanto vale battersi per ottenere che le nostre identità siano almeno fedeli a quel che siamo

di Catherine Rampell - The Washington Post

Sascha Meinrath ha una figlia di 4 anni e le ha insegnato a mentire. Quando un sito le chiede il suo colore preferito, lei dice “scozzese”. Se un gioco che sta usando le chiede il suo animale preferito, la risposta è “calamaro gigante”. Quando le viene chiesto il nome del suo miglior amico, la risposta è “Belzebù”. Sascha non le spiega a sua figlia come bugie, ma le dice che queste risposte un po’ eccentriche sono un modo per “raccontare storie” e “costruirsi un personaggio” che può usare nelle cose che fa online. E trasforma in un gioco la campagna di disinformazione della famiglia Meinrath.

“L’idea è di evitare che intorno a una bambina di 4 anni sia creato un profilo che la accompagnerà per tutta la vita” dice Meinrath. “Una simile eventualità mi spaventa, perché a quell’età non può capire l’importanza delle informazioni che sta offrendo ad altri”. Meinrath è il responsabile di X-Lab, un’organizzazione senza scopo di lucro che ha lo scopo di “anticipare le storture e gli esiti dispotici delle politiche legate alla tecnologia” e che “mira ad aiutare l’umanità a cambiare rotta”. Ha raccontato la sua storia al South by Southwest (SXSW) – il festival di musica, cinema, arti e tecnologia organizzato ogni anno ad Austin, in Texas – dove la maggior parte dei partecipanti vede come il demonio le pratiche di sorveglianza e identificazione attuate dai governi, mentre trova siano un business legittimo se condotte da aziende private. Questa è gente che non vede di buon occhio le proposte di limitare la raccolta di dati e il tracciamento delle attività online, o altre iniziative come quelle sul cosiddetto “diritto all’oblio” sostenute dall’Unione Europea per permettere agli utenti di rimuovere del tutto i loro dati online.

Meinrath invece propone una soluzione diversa: vuole soluzioni che permettano a ogni utente di rettificare più facilmente i dati che lo riguardano e che vengono accumulati online. Questo potrebbe permettere a sua figlia, quando sarà più matura e in grado di comprenderne le implicazioni, di cambiare alcune delle cose raccolte automaticamente su di lei in modo che i suoi datori di lavoro, i suoi creditori, i suoi padroni di casa e i suoi assicuratori possano ottenere informazioni su di lei senza pensare che il suo migliore amico sia davvero Satana.

Meinrath non si preoccupa tanto di quanti dati stiano raccogliendo le aziende: si preoccupa anche del fatto che arrivino a conclusioni sbagliate sulla base di quei dati. Che cosa accadrebbe, si chiede, se un conservatore del Sud degli Stati Uniti fosse categorizzato da un rivenditore come un omosessuale a causa di un algoritmo basato su uno stereotipo che dà troppo peso alle proprie preferenze per alcuni colori? Chi potrebbe poi entrare in possesso di quell’informazione sbagliata?

Meinrath dice di investire un sacco di tempo ogni mese nel tentativo di correggere interpretazioni automatiche sbagliate sul suo conto. È un uomo e si chiama Sascha, tra l’altro, e le grandi aziende si riferiscono spesso a lui chiamandolo “Signora”. Spiega che ci sono anche inconvenienti più fastidiosi, compresi quelli legati alla sua carta di credito, che viene bloccata quasi una volta al mese a causa di una transazione che viene interpretata come sospetta, anche se lui ha più volte avvisato la sua banca che è normale che ci siano addebiti di quel tipo. Vorrebbe avere un modo più semplice per dire a chi vende beni e servizi: non date retta alle cose che vi dicono gli algoritmi su chi sono o su cosa dovrei comprare, eccovi le informazioni corrette.

Capisco la sua frustrazione, considerata la grande quantità di pubblicità male indirizzate che mi trovo tra i piedi. Da quando ho cambiato il mio stato su Facebook in “sposata”, la mia sezione Notizie si è riempita di annunci pubblicitari sulle nausee mattutine, i nomi dei bambini, su come annunciare una gravidanza e un quiz per aiutarmi a scoprire se avrò una bambina o un bambino. Il fatto è che non sono incinta. Ma gli inserzionisti su Facebok si comportano lo stesso come un nonno apprensivo, facendo ipotesi sui miei piani per procreare, probabilmente perché le statistiche dicono che le donne giovani da poco sposate come me spesso hanno figli in breve tempo.

È difficile dire che cosa suona più invadente: quando le pubblicità ci azzeccano con cose tue molto personali, o quando non capiscono le cose tue molto personali. L’impulso a correggere gli errori degli altri che ti riguardano è molto forte, anche quando farlo significa però dare più informazioni di quelle che vorresti (come sanno bene i giornalisti).

Non sono molto convinta che la soluzione proposta da Meinrath sia la migliore possibile. E se il profilo su di te automaticamente creato online è accurato e però comprende informazioni sensibili che non vuoi siano messe in vendita? E se tu fossi davvero un conservatore del Sud e al tempo stesso gay, proprio come previsto dall’ipotetico rivenditore di cui sopra? Non sarebbero affari di nessun altro che tuoi.

Quando ho chiesto a Meinrath perché insista tanto sulla possibilità di correggere le informazioni invece di limitarne la raccolta, ha risposto che ormai è come chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Le associazioni che si battono per la tutela della privacy chiedono da anni nuove regole per non tracciare le attività degli utenti, e per ora non hanno ottenuto grandi risultati, mentre i sistemi per raccogliere informazioni sono diventati molto più sofisticati. Meinrath dice che l’ultima speranza rimasta agli utenti è quella di rendere correggibili i dati raccolti, se proprio non si può fare a meno di raccoglierli.

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