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  • lunedì 16 Marzo 2015

Felice Casson ha vinto le primarie di Venezia

Il senatore del PD – non sostenuto dal PD nazionale, a parte i civatiani – ha ottenuto più del 50 per cento dei voti e sarà il candidato del centrosinistra il prossimo 31 maggio

Felice Casson sarà il candidato sindaco del centrosinistra alle elezioni amministrative che si terranno a Venezia il prossimo 31 maggio. Casson, senatore del PD considerato vicino a Pippo Civati, ha vinto le primarie di domenica ottenendo il 55,62 per dei voti (7.168 preferenze, su un totale di 12.888 votanti). Nicola Pellicani, giornalista sostenuto da Massimo Cacciari e dal PD nazionale, ha ottenuto il 24,42 per cento (3.147 voti); Jacopo Molina, ex consigliere comunale, ha avuto il 19,96 per cento (2.573 voti). «È stata una vittoria bella e netta in tutte le zone della città», ha detto Casson dopo il voto. «I miei due avversari sono stati i primi a chiamarmi, ancora a scrutinio in corso, assicurandomi che da oggi lavoreremo assieme per vincere le elezioni, senza alcun problema». Il candidato di centrodestra a sindaco di Venezia ancora non c’è.

Dal 3 luglio 2014 il comune di Venezia è gestito da un commissario straordinario, Vittorio Zappalorto: da quando cioè il sindaco Giorgio Orsoni era stato arrestato con l’accusa di aver ricevuto finanziamenti illeciti per la sua campagna elettorale del 2010 dai responsabili del Consorzio Venezia Nuova – il gruppo composto da grandi imprese di costruzioni, cooperative e piccole aziende locali cui sono affidati i lavori per la realizzazione del MOSE – e aveva annunciato la sue dimissioni.

Felice Casson risiede a Venezia ma non è veneziano: è nato a Chioggia, ha 61 anni, ha studiato dai Salesiani in provincia di Treviso e di Verona e si è diplomato al liceo classico di Adria (Rovigo). Si è laureato in giurisprudenza all’Università di Padova, con una tesi in procedura penale e a 26 anni è entrato in magistratura. Dal 1993 e fino al marzo del 2005 è stato pubblico ministero alla Procura della Repubblica di Venezia occupandosi di varie inchieste: la strage di Peteano, il caso Gladio, le truffe organizzate ai danni del Casinò di Venezia, l’incendio del Grande Teatro La Fenice, i processi per le morti causate dall’amianto a Marghera, e molte altre ancora. Attualmente ha il grado di magistrato di Cassazione, fuori ruolo perché ora fa il parlamentare.

Casson ha insegnato Diritto dell’Ambiente all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia e ha scritto diversi libri. Nel 2005 si era già candidato a sindaco di Venezia, ottenendo oltre sessantamila voti al primo turno (37,7 per cento), ma aveva perso al ballottaggio contro Massimo Cacciari. Nel 2006 entrò al Senato come indipendente tra le file dei Democratici di Sinistra, all’epoca del governo Prodi. Alle elezioni politiche del 2008 si presentò con il PD, diventando poi vicepresidente dei senatori del suo partito. Nel marzo del 2013, dopo aver partecipato alle cosiddette “parlamentarie”, è stato confermato al Senato: è vicepresidente della commissione Giustizia, segretario del comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (CoPaSiR), membro della giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari e del comitato per i procedimenti d’accusa. È considerato vicino a Pippo Civati e non ha votato il Jobs Act né la riforma costituzionale. Recentemente si è parlato di lui quando la giunta delle elezioni e delle immunità del Senato ha negato l’autorizzazione a procedere sulle intercettazioni di Antonio Azzollini (NCD), ex sindaco di Molfetta, indagato dalla Procura di Trani per lo scandalo del porto della città che amministrava. Casson, relatore e favorevole, si era sospeso dal gruppo del PD.

Alle primarie di Venezia, Casson era sostenuto da Rifondazione Comunista e da un pezzo del PD: come lui stesso aveva dichiarato, «dalle persone, ma non dall’apparato del partito». In una recente intervista a MicroMega, Casson aveva detto: «A differenza degli iscritti e degli elettori, l’apparato del PD mi è contro. E sono contentissimo di ciò. A Venezia dobbiamo segnare un profondo tratto di discontinuità col passato sia nelle scelte di vertice dell’amministrazione – quindi sindaco ed assessori – sia nelle società partecipate e nei livelli dirigenziali territoriali».