Il colore del vestito e i lama, nel giornalismo

Le due storie sono state discusse molto online e hanno diviso lettori e giornalisti su una vecchia faccenda: quali notizie trattare e come

di Justin Peters - Slate

Colore del vestito” (nero e blu, o oro e bianco) e “lama” sono state le due storie di cui si è parlato maggiormente su Internet negli ultimi giorni. La storia del colore del vestito si è diffusa da un post scritto da una giornalista del sito americano BuzzFeed, dopo una segnalazione su Tumblr. Il post è stato visualizzato oltre 37 milioni di volte, ne hanno parlato su Twitter varie celebrità e diversi scienziati hanno provato a dare una spiegazione scientifica al perché vediamo colori diversi, tipo questa. La discussione sul colore del vestito si è aggiunta a quella dei lama scappati in Arizona: ne è nata una discussione più generale su come trattare questo tipo di notizie, più “leggere”, diciamo così, rispetto alle tradizionali news.

Due lama e un brutto vestito entrano nell’internet. L’internet dice: «Hey, figo, due lama e un brutto vestito!». I lama e il vestito non dicono niente, non potendo parlare. Poi l’internet si annoia dei lama e del vestito, e si chiede perché li ha trovati fighi all’inizio. Alla fine l’internet accusa i media.

Probabilmente avete già sentito un discorso del genere. Ogni volta che un meme cattura l’attenzione dei media mainstream, la storia finisce sempre con un sacco di persone che interpretano la copertura dei media di quel meme come qualcosa di indicativo riguardo il declino degli standard giornalistici e l’incombere di un mondo popolato da stupidi. Giovedì, quando due lama fuggitivi e un vestito che cambia colore hanno conquistato le redazioni online di tutto il mondo, non è stata un’eccezione. Le mie timeline di Facebook e Twitter sono piene di persone che si lamentano della copertura mediatica della storia del vestito, che reputano un completo fallimento. Queste persone si sbagliano. L’apparente copertura a tappeto dei media sui lama e sul vestito – “BREAKING: Due lama stavano scappando oggi in Arizona”, come l’ha messa il Washington Post – è un segno di forza del giornalismo, non di malattia. Rappresenta quello che c’è di giusto nei media online.

Considerate questo: per decenni, quando i giornali di carta e le televisioni monopolizzavano l’informazione, la “rilevanza di una notizia” era decisa in un processo dall’alto verso il basso, da direttori e giornalisti che erano solo in minima parte tenuti a rispondere alle persone per le quali lavoravano. I lettori potevano scrivere lettere ai direttori, e potevano offrire spunti per delle storie, ma il loro coinvolgimento nel processo dell’informazione si fermava qui. I giornalisti scrivevano le notizie, i lettori le leggevano. E se al lettore non piaceva la notizia che gli era stata raccontata, beh, cavoli suoi, perché il lettore aveva bisogno del giornale più di quanto il giornale avesse bisogno del singolo lettore. La disaggregazione delle notizie al tempo di internet ha rovesciato questa relazione e ha reso i giornali ipersensibili agli interessi dei lettori. Questo è uno sviluppo positivo. È un bene che i media raccontino storie che interessano i lettori e che i lettori vogliano leggere. È un bene che i giornali siano connessi con la community dei lettori. Se sei il principale giornale di internet – una cosa a cui siti come BuzzFeed, Huffington Post e Slate puntano – allora faresti meglio a prendere nota degli interessi e delle priorità dei tuoi lettori. Se non lo fai, allora gli affari andranno male, perché – sorpresa! – in un mondo in cui la scelta delle news è illimitata, hai più bisogno tu del lettore che lui di te.

Una newsletter sul dannato futuro dei giornali

Quando lavoravo alla Columbia Journalism Review, discussi a lungo della “ruota del criceto”: la paura che l’evoluzione digitale delle news avrebbe portato il giornalismo a passare le giornate a produrre contenuti rapidi e inutili, a discapito di materiale più ragionato. Di sicuro è una cosa brutta quando un sito di news si adegua alla viralità e sacrifica completamente la sostanza per le fesserie. Ma pochi giornali importanti lo fanno davvero. BuzzFeed, Slate, l’Atlantic, Huffington Post, Gawker, e altri siti importanti hanno tutti trovato il modo di bilanciare le cose sceme con la sostanza, parlando del vestito e dei lama mentre si occupano delle vere notizie. La presenza di una cosa non impedisce quella dell’altra. Al contrario, il traffico ottenuto dalle storie sceme aiuta a sostenere e rendere possibili le altre.

Per di più, non mi sento di dire che i lama e il vestito fossero cose sceme. I giornali hanno sempre avuto le sezioni di costume e cultura pop specializzate nelle notizie leggere. Parlare dei meme di internet è solo una variazione rispetto alle sezioni di costume, tranne per il fatto che non è legata a Hollywood o a cosa fa la gente ricca. Parlare dei meme per lo più è uno sviluppo positivo nella misura in cui rappresenta una forma di giornalismo di costume dal basso verso l’alto, prodotto collettivamente, opposto al giornalismo dall’alto verso il basso che l’industria del costume vorrebbe vendervi (certo, è anche vero che certi meme sono studiati a tavolino).

Su DigiDay, Brian Morrissay ha usato la storia del vestito come strumento per sostenere un punto di vista interessante sulla “monotonia virale” e sui media online: tanti siti di news offrono lo stesso contenuto, trattato con lo stesso taglio, e spesso su siti che addirittura si assomigliano. È un problema, ma non possiamo definirlo nuovo. I giornali, per esempio, hanno sempre usato layout relativamente simili per cercare una certa omogeneità di design e per i limiti della tecnica tipografica. E le notizie su quei giornali possono sembrare simili, e non solo perché molti giornali copincollano le stesse agenzie. Mettete 40 cronisti su un bus di una campagna elettorale per un anno e poi confrontate i loro articoli alla fine: la monotonia è il problema, ed è stata un problema fin da quando i media sono esistiti. Provare a partecipare alla stessa corsa alla viralità che fanno siti come BuzzFeed, scrive Morrissey, è un «gran modo per i giornali con una tradizione di perdere tutte le caratteristiche che li differenziano dagli altri». Forse. Ma oggi ci sono meno barriere a impedire la differenziazione dell’informazione di quante ce ne siano mai state. Tutti i post sui lama e sul vestito sono potuti sembrare relativamente simili, ma non c’era una ragione intrinseca per cui non avrebbero potuto essere diversi. Il giornale più brillante e più flessibile troverà sempre un modo per prendere queste storie e raccontarle in maniera personale.

Quindi: due giornali entrano nell’internet per scoprire che l’internet è rimasto incantato dal filmato di due lama che scappano in Arizona. Un giornale se ne va, urlando: “Chissene importa, non è una notizia”. L’altro giornale nota che l’internet è interessato, e pubblica un post sulla fuga dei lama, che è online assieme a decine di altri articoli su altri argomenti. L’ultimo giornale potrebbe finire con l’essere criticato dalle persone che credono che non dovrebbe aver sprecato il suo tempo con qualcosa di così stupido. Ma la barzelletta è sul primo. Perché è difficile tirare avanti come sito di news se pensi di essere troppo superiore rispetto all’internet.

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