La vita di Oliver Sacks

Un articolo del Washington Post racconta il famoso e apprezzato neurologo e divulgatore che ha detto di avere un tumore in fase terminale

di Sarah Kaplan - The Washington Post

Oliver Sacks voleva essere un “vero scienziato” – uno che lavorava in un laboratorio, faceva esperimenti e pubblicava studi sulle riviste accademiche.

Con l’avvicinarsi della fine della sua carriera e della sua vita, però, è probabile che questo signore di 81 anni venga ricordato più per il suo ruolo di scrittore e divulgatore, che per quello di ricercatore. La cosa è ancora più evidente se si osservano in particolare le migliaia di reazioni online all’articolo che Sacks ha pubblicato giovedì sul New York Times, in cui ha annunciato che un tumore diagnosticato nel 2005 ha portato a metastasi nel suo fegato, lasciandogli solo alcuni mesi di vita.

L’editoriale è stato twittato dagli scrittori John Green, Neil Gaiman, Susan Orlean e Joyce Carol Oates, dall’attrice Marlee Matlin, da decine di giornalisti e migliaia di persone totalmente estranee alla comunità scientifica.

“Una dichiarazione bellissima, eloquente… ma così triste”, ha twittato Oates. “Tutto finisce troppo presto”.

“Ho appena letto della tua diagnosi terminale ma sono molto ispirata dalle tue parole – come sempre”, ha twittato Matlin.

“Che struggente e bellissima lettura di un eroe”, ha detto Atul Gawande, che tra le altre cose è un medico e autore del libro Being Mortal.

La grande quantità di risposte è il riconoscimento dell’impatto avuto dai libri di Sacks, in cui sono state raccontate le esperienze lavorative che l’autore ha vissuto a contatto con pazienti affetti da disturbi neurologici.

“Oliver Sacks è eccezionalmente capace di coinvolgere chi legge”, affermò nel 2013 il giornalista scientifico Robert Krulwich durante un episodio del suo show radiofonico Radiolab, in onda su NPR. “Le descrizioni contenute in tutti i suoi libri sono così piene di sentimento che riesce a dare vita ai suoi argomenti. Questo è il suo lascito”.

Ispirati dalla tradizione ottocentesca degli “aneddoti clinici”, i dodici libri di Sacks raccontano le sue ricerche con un linguaggio allo stesso tempo preciso ed espressivo. Sono ricchi di dettagli narrativi – focalizzati tanto sulle implicazioni del dover convivere con una patologia neurologica, quanto sulle caratteristiche delle malattie stesse – e si sono facilmente prestati ad adattamenti per il teatro, il cinema e, in un caso, per un’opera lirica di un’ora.

Nel corso dell’intervista di Radiolab, Sacks disse che non aveva mai previsto di diventare uno scrittore. Dopo avere fallito come ricercatore presso l’Einstein Medical Center dell’Università di Yeshiva, fu “esiliato” al Beth Abraham Hospital, una casa di cura nel Bronx. Là incontrò un gruppo di pazienti affetti da encefalite letargica, un disturbo del sonno che dura decenni, che fu in grado di rianimare utilizzando una sostanza chimica chiamata L-DOPA (Levodopa). Frustrato dalla tendenza delle riviste mediche a focalizzarsi su dati e test di laboratorio, piuttosto che sulla “descrizione fenomenologica”, Sacks documentò le sue scoperte nel libro del 1973 Awakenings (Risvegli).

L’opera ottenne scarsa attenzione dalla comunità neurologica: si sostenne che quella di Sacks fosse solo una serie di aneddoti e non una vera e propria ricerca.

I lettori e molti scrittori, invece, s’innamorarono di Awakenings. Il libro diventò un bestseller e il poeta W. H. Auden lo definì un “capolavoro”. Il nome di Sacks diventò ancora più familiare quando da Awakenings fu tratto un film del 1990, con Robin Williams come protagonista. Williams, che ottenne una candidatura ai Golden Globe come miglior attore in un film drammatico per la sua interpretazione di un neurologo ispirato a Sacks, descrisse lo scienziato come una combinazione di Arnold Schwarzenegger e Albert Schweitzer (un medico, musicista, filantropo, filosofo, biblista, missionario e teologo luterano franco-tedesco.). “La cosa incredibile è che, nonostante la sua stazza e la sua forza, Sacks riesce a essere un uomo molto gentile e compassionevole” disse Williams, “e questa è una cosa straordinaria”.

L’abitudine di Sacks di trasformare i suoi pazienti in protagonisti dei suoi libri – o, in alcuni casi, in personaggi secondari – ha sollevato le critiche di scienziati e attivisti. Con un gioco di parole sul titolo del successo letterario pubblicato da Sacks nel 1985 The Man Who Mistook His Wife for a Hat (L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello), il genetista e sostenitore dei disabili Tom Shakespeare una volta lo chiamò “l’uomo che scambiò i suoi pazienti per una carriera letteraria”.

In tempi più recenti, il soggetto più frequente degli studi scientifici di Sacks è diventato se stesso. In The Mind’s Eye – una serie di racconti a proposito di pazienti affetti da problemi alla vista pubblicata nel 2010 – Sacks descrive il trattamento per il suo tumore dell’occhio con un frastornato interesse intellettuale. In una scena che lo descrive confinato in una camera ospedaliera mentre un chip radioattivo viene impiantato nel suo occhio affetto dal cancro, Sacks chiede all’infermiera di portargli dei minerali fluorescenti per un possibile esperimento.

“Magari avrei potuto far emettere luce ai minerali fissandoli con il mio occhio radioattivo e i suoi raggi” scrisse. “Sarebbe stato un bel trucchetto da usare alle feste!”.

Nella maggior parte dei casi, le descrizioni dei processi di diagnosi e trattamento fatte da Sacks sono state elogiate sia per il loro valore letterario, che per quello scientifico. In un articolo su di lui uscito su Wired nel 2002, Steve Silberman sostenne che l’enfasi di Sacks verso l’aspetto narrativo fosse essenziale per una comprensione più articolata della mente umana. Secondo Silberman, gli strumenti della neurologia moderna hanno limitato gli scienziati a guardare il cervello come una semplice macchina e i ricordi come meri “file statici”.

“Al contrario, le recenti scoperte nel campo delle neuroscienze cognitive dimostrano che i ricordi sono richiamati contemporaneamente da molte aree diverse della corteccia, come se ci fosse una fitta rete di storie” scrisse Silberman. “Riportando la narrazione al centro della pratica medica, Sacks ha riportato la professione alle sue vere radici”.

L’editoriale di Sacks sul New York Times è di una malinconia calzante per l’uomo che una volta fu chiamato il “poeta laureato della medicina contemporanea”. È pieno delle sue tipiche riflessioni filosofiche e, a tratti, d’interesse clinico verso il fenomeno scientifico, anche se questo fenomeno è il cancro che gli sta devastando il corpo.

“Nel corso degli ultimi giorni, sono riuscito a guardare la mia vita da un punto di vista molto lontano, come una specie di paesaggio, e con una profonda consapevolezza della connessione tra tutte le sue parti” ha scritto.

E nonostante le risposte luttuose ricevute su Twitter, l’editoriale di Sacks è netto nel sostenere che per lui non è ancora finita. On the Move, un memoriale degli inizi della sua carriera di fisico, sarà pubblicato a maggio 2015, inoltre Sacks scrive che ha ancora parecchi libri quasi conclusi.

Come nuove priorità, Sacks non si occuperà più della politica o del riscaldamento globale. “Questi non sono più affari miei; appartengono al futuro” ha scritto.

Al loro posto, Sacks ha detto che si concentrerà sul suo lavoro, sui suoi amici e su se stesso.

“Non posso fingere di non avere paura. La mia attuale sensazione predominante, però, è di gratitudine. Ho amato e sono stato amato. Mi è stato dato tanto e qualcosa ho restituito. Ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Ho avuto una relazione col mondo, quella speciale relazione tra scrittori e lettori” ha scritto. “Soprattutto, sono stato un essere senziente, un animale pensante, su questo pianeta meraviglioso, e questa cosa in sé è stata un enorme privilegio e una fantastica avventura”.

2015 ©The Washington Post

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