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  • mercoledì 21 Gennaio 2015

L’unico giornalista occidentale in Corea del Nord

Eric Talmadge lavora da Pyongyang per AP: racconta un posto diverso da quello di cui siamo abituati a sentire, ma la sua agenzia ha fatto un "patto col diavolo"?

di Paul Farhi – Washington Post

La prima cosa da tenere a mente quando si fa il giornalista dalla Corea del Nord, dice Eric Talmadge, è che la risposta è quasi sempre “no”. No, non puoi andare là. No, non puoi intervistare quella persona. No, non puoi avere quell’informazione. Eric Talmadge – 53 anni, capo dell’ufficio di Associated Press a Pyongyang e unico giornalista occidentale che lavora regolarmente dalla Corea del Nord – ci è abituato. La Corea del Nord è uno stato totalitario in cui non vengono rispettati i diritti umani fondamentali e in cui l’indice relativo alla libertà di stampa è il peggiore al mondo: il governo nordcoreano non è per niente accomodante con i giornalisti, specialmente quelli americani (Stati Uniti e Corea del Nord sono nemici e avversari: in generale si può dire che l’unico paese “vicino” alla Corea del Nord sia la Cina).

A Pyongyang, Talmadge è costantemente seguito da un agente del governo, che lo accompagna ogni volta che lascia il suo hotel o il suo ufficio: può parlare con altri stranieri, ma le interazioni con i nordcoreani sono vietate. Talmadge – che ha parlato con il Washington Post via mail – ha raccontato di partire dal presupposto che le sue mail, le sue ricerche in internet, le sue telefonate e le sue conversazioni siano sorvegliate dal governo. Nella primavera del 2014, Talmadge ha ottenuto il permesso di fare un viaggio nell’entroterra nordcoreano: non ha visto i segni della malnutrizione che ha colpito il paese dalla metà degli anni Novanta, ma ha visto molte capre pascolare in libertà – parte di un programma avviato da Kim Jong-Il per risolvere il problema della mancanza di cibo – e ha scoperto che le automobili fuori dalle città sono rarissime. Ha visto poliziotti e soldati mettersi sull’attenti al passaggio della sua auto, immaginando probabilmente che a bordo ci fossero importanti funzionari del governo.

A Talmadge non è consentito rimanere costantemente in Corea del Nord: ogni mese si sposta da Pyongyang a Tokyo, in Giappone, dove vive con la sua famiglia. Normalmente riesce a trascorrere circa dieci giorni al mese a Pyongyang, o comunque il tempo che il governo nordcoreano decide di farlo restare. Le rigide restrizioni a cui è sottoposto – e il costante rischio di essere espulso o incarcerato – limitano la quantità e il tipo di storie che Talmadge può raccontare sulla Corea del Nord. Da quando è diventato il capo dell’ufficio di AP nel paese, Talmadge ha scritto della costruzione del primo resort sciistico in Corea del Nord, dell’ascesa di un gruppo musicale formato da sole ragazze chiamato Moranbong Band e degli sforzi del paese contro il virus ebola, nonostante in tutta l’Asia non ci sia stato un singolo caso di malato di ebola.

Anche con le storie più piccole, Talmadge è riesciuto a raccontare qualcosa di uno dei paesi più chiusi e misteriosi al mondo. A settembre, per esempio, ha raccontato di come viene percepita la moda occidentale in Corea del Nord: «I jeans sono associati al gusto occidentale: indossarli equivale a un tradimento. Le autorità della Corea del Nord non li hanno mai vietati, ma in giro per le strade non si vedono persone che indossano i jeans, come invece è comune vedere in tutto il resto del mondo».

Talmadge pubblica anche molte foto su Instagram che in qualche modo smentiscono l’immagine quasi caricaturale che si ha in Occidente della Corea del Nord: una foto mostra un ragazzo sorridente che va con i rollerblade in piazza Kim Il Sung, il grande spazio a Pyongyang usato dal regime per fare le parate militari. Altre foto mostrano scene scattate per strada, sulla spiaggia, durante una partita di pallavolo, su una pista di pattinaggio su ghiaccio. In una foto ci sono delle donne che ballano in un parcheggio. Talmadge ha detto: «Nel periodo che ho passato in Corea del Nord sono rimasto sorpreso – e rassicurato, in un certo senso – a vedere come i nordcoreani si preoccupano delle stesse cose di cui si preoccupa chiunque altro: la famiglia, i soldi, la salute, gli amici. È troppo facile trattare la Corea del Nord come un posto incomprensibile. Di fatto non lo è».

D’altro canto ci sono anche le storie che Talmadge non ha raccontato. Non ha scritto niente riguardo il programma nucleare nordcoreano, i campi di lavoro o le esecuzioni di alti funzionari del partito che sono usciti dalle grazie di Kim Jong-un, il dittatore nordcoreano. Quando a maggio del 2014 è crollato un palazzo a Pyongyang – uccidendo decine di famiglie – AP ha affidato la storia alla sua redazione di Seul, in Corea del Sud. Il crollo era avvenuto a pochi minuti di strada dall’ufficio di AP di Pyongyang, ma in quel momento Talmadge stava seguendo un’altra storia fuori dalla capitale e non aveva avuto notizia del disastro: non erano suonate le sirene, e tanto meno c’era stata una qualche copertura sulla tv nazionale. Negli articoli di AP sull’attacco informatico contro Sony – di cui sono stati accusati hacker della Corea del Nord, che avrebbero agito in risposta all’uscita del film The Interview – non sono sempre stati specificati data e luogo della redazione che si è occupata della storia.

Molti osservatori occidentali hanno da tempo ipotizzato che AP abbia fatto una specie di “patto con il diavolo” con il governo nordcoreano per poter aprire una redazione a Pyongyang. AP ha sempre smentito le accuse. Joshua Stanton, un avvocato di Washington che tiene un blog sulla Corea del Nord e che collabora con il Congresso americano, ha scritto: «La copertura di AP spesso sembra essere faziosa. AP sembra avere paura di offendere il suo padrone di casa». NK News, un sito in inglese che si occupa di Corea del Nord, ha messo in dubbio in un recente articolo l’imparzialità di AP. Tra le altre cose NK News ha notato che nella redazione di AP a Pyongyang sono stati assunti un giornalista e un fotografo nordcoreani, entrambi con un accordo che AP ha fatto con il canale controllato dal governo KCNA, la Korean Central News Agency. Il portavoce di AP Paul Colford ha detto che assumere dei cittadini nordcoreani è stato un passo necessario per poter cominciare a lavorare dalla Corea del Nord: si tratta di una pratica standard che devono adottare tutte le agenzie internazionali che operano lì. Talmadge ha detto che nessun funzionario del governo nordcoreano ha mai revisionato uno dei suoi articoli: «Posso scrivere quello che voglio. Le autorità della Corea del Nord vedono il mio lavoro quando lo vedono tutti gli altri, cioè quando viene pubblicato».

La situazione di un giornalista in Corea del Nord è simile a quella dei giornalisti occidentali in Unione Sovietica o in Cina durante la Guerra Fredda, quando i governi di entrambi i paesi spiavano sistematicamente gli stranieri. Jean H. Lee, il primo capo ufficio di AP a Pyongyang e predecessore di Talmadge, ha detto a riguardo:

«Non penso che si possa capire molto se non si è nel paese su cui si scrive. Tendiamo a pensare che i nordcoreani siano dei robot a cui hanno fatto il lavaggio del cervello. Ma sono esseri umani che vivono in un ambiente politicamente ed economicamente molto difficile. Dobbiamo capire chi sono: e una volta che l’abbiamo fatto, sapremo trattare con loro molto meglio di quanto facciamo ora»

Quando Kim Jong-un era sparito dalla circolazione per parecchie settimane, questa primavera, Talmadge aveva ridimensionato le voci di malattia e di colpo di stato militare che erano state riprese da diversi giornali di tutto il mondo: «Non c’è niente di particolarmente inusuale nel fatto che i leader nordcoreani non si facciano vedere per lunghi periodi di tempo». Talmadge aveva anche smentito un’altra storia che era circolata molto e che si era dimostrata poi non vera, cioè quella relativa alla nuova tendenza dei ragazzi nordcoreani a tagliarsi i capelli come Kim Jong-un: girando per Pyongyang, Talmadge aveva semplicemente visto che le cose non erano come venivano raccontate.

Talmadge ha detto che è praticamente impossibile avere informazioni accurate da soldati o civili nordcoreani riguardo temi come i diritti umani e il programma nucleare militare. Talmadge ha paragonato il suo lavoro di giornalista in Corea del Nord con quello di un giornalista che va embedded con l’esercito americano in una zona di guerra: «Stando lì sul campo, siamo in grado di raccontare storie da una prospettiva valida e importante, ma farlo ha dei limiti». Quando non lavora, Talmadge chiacchera con gli altri stranieri che bazzicano dalle parti del suo hotel. Mangia nei ristoranti locali (tra cui un ristorante italiano), fa delle camminate in giro per Pyongyang oppure va a giocare a bowling al Golden Lane. Qui un giorno ha incontrato due donne della nazionale di bowling che si stavano allenando: «Mi hanno distrutto, ma ci siamo divertiti e ci siamo dati molti “cinque” amichevoli».

Talmadge è cresciuto a Olympia, nello stato di Washington, ed è andato in Giappone a 19 anni. Parla fluentemente giapponese e ha cominciato a lavorare per AP nel 1989, dopo avere lavorato a Tokyo per il giornale giapponese Mainichi Shimbun. Ha lavorato in tutto il mondo: ha raccontato cinque Olimpiadi, le guerre in Iraq e Afghanistan e nel 2011 il terremoto e lo tsunami in Giappone. Lavorare in Corea del Nord gli ha dato una nuova prospettiva sulle cose: «Ogni volta che torno a casa, mi sveglio la mattina e penso: “posso andare dove voglio oggi”. Posso andare in spiaggia, a vedere un film, prendere un aereo e andare in Florida se ne ho voglia. Anche se poi alla fine sto a casa a mangiare patatine sul divano, è una sensazione liberatoria. Non do più niente per scontato».

@Washington Post