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  • venerdì 2 gennaio 2015

È morto Mario Cuomo

Fu un leggendario governatore di New York, figlio di immigrati da Salerno, politico di sinistra in anni di destra e punto di riferimento dei progressisti americani per vent'anni

di Dan Balz, Emily Langer, Philip Bump – Washington Post

Mario M. Cuomo, il tre volte governatore dello stato di New York che ha contribuito a definire e difendere la corrente più di sinistra del Partito Democratico americano in un’era politica complicata, è morto il primo gennaio nella sua casa di New York, a 82 anni. Cuomo era stato ricoverato nelle scorse settimane per problemi cardiaci. Andrew M. Cuomo, suo figlio, soltanto poche ore prima aveva prestato giuramento per iniziare il suo secondo mandato da governatore dello stato di New York: ha lasciato la cerimonia in anticipo per andare da suo padre. Il presidente Barack Obama in un comunicato ha definito Cuomo “un determinato paladino del progressismo e una voce forte per la tolleranza, l’inclusività, l’equità, la dignità e le opportunità”.

Cuomo metteva insieme intelligenza, doti oratorie e una combattiva e complessa personalità, e lasciò il segno molto oltre lo stato di New York. I suoi anni da governatore si sovrapposero con quelli della presidenza di Ronald Reagan e lui fu uno dei critici più forti della filosofia di riduzione dell’intervento statale, dato che si batteva per un ruolo vasto e compassionevole del governo.

Cuomo, uno dei giganti del Partito Democratico degli anni Ottanta, per due volte andò vicino a candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti, nel 1980 e nel 1992. La volta che ci andò più vicino fu nel 1992, quando era arrivato a noleggiare gli aerei per la campagna elettorale e stava per andare in New Hampshire a firmare i documenti per candidarsi alle primarie. Si tirò indietro all’ultimo minuto dicendo che i problemi economici del suo stato gli chiedevano la massima attenzione e gli impedivano di dedicarsi ad altro.

Fin dal suo primo giorno da governatore, Cuomo dette voce ai valori del progressismo liberal, dichiarandoli così nel suo discorso d’insediamento nel 1983: “Questo stato ha sempre guidato gli altri nel mostrare come un governo possa essere utile per i cittadini”. Lui chiamava questo approccio “progressismo pragmatico” ma era di fatto il desiderio di mettere il governo al lavoro per chi ne aveva più bisogno. Nel corso del tempo, altri nel suo partito si rivolsero a lui per usare la sua abilità retorica e intellettuale nella lotta contro le idee conservatrici che a un certo punto lo priveranno del suo incarico: nel 1994 si candidò per un quarto mandato ma fu sconfitto duramente dal Repubblicano George E. Pataki.

Il suo discorso più memorabile lo pronunciò alla convention dei Democratici del 1984, a San Francisco, dove tenne il “keynote speech” per la candidatura di Walter F. Mondale. Quella sera sfidò direttamente Reagan e la frase che spesso utilizzava per definire l’America una luccicante città su una collina. “Signor presidente”, disse Cuomo, “dovreste sapere che l’America somiglia più al Racconto di due città” – facendo riferimento al romanzo di Dickens sulle città divise tra ricchi e poveri – “che a una luccicante città su una collina“.

La compassione di Cuomo veniva in parte dalla sua profonda fede cattolica e dalla sua infanzia di figlio di immigrati italiani. Ma il suo essere un avvocato lo aveva reso un oratore dotato e a volte litigioso, che usava le sue qualità retoriche per martellare i suoi avversari. Su un palco era una forza della natura ma altrove si mostrò a volte molto indeciso, come quando vacillò per settimane davanti alla possibilità di una candidatura alla presidenza facendo esasperare i suoi compagni di partito. Quando finalmente affrontò i giornalisti in un pomeriggio di dicembre, disse che se non fosse stato per i problemi dello stato di New York “sarei andato oggi in New Hampshire a inserire il mio nome tra quello dei candidati alle primarie. Era la mia speranza e mi ero preparato per quello… non sarei onesto se non ammettessi di essere dispiaciuto di non potermi candidare alla presidenza”. Quell’episodio, insieme ad altri simili, gli procurarono il soprannome “l’Amleto dello Hudson”.

Cuomo sapeva essere provocatorio quando difendeva le sue idee. Era contrario alla pena di morte e, nonostante la sua fede cattolica, difendeva il diritto delle donne a scegliere se portare avanti o no una gravidanza. Un altro dei suoi discorsi più memorabili risale al dicembre del 1984, quando andò all’università di Notre Dame a parlare di religione e morale pubblica. Per quanto lui personalmente non avrebbe scelto di abortire, disse, non avrebbe voluto imporre il punto di vista della chiesa sugli altri: anche a costo di correre il rischio “che qualcuno imponga il suo punto di vista su di noi”.

Mario Matthew Cuomo era nato il 15 giugno del 1932 nel Queens, a New York. I suoi genitori, Andrea Cuomo e Immacolata Giordano, si erano trasferiti negli Stati Uniti da Salerno, in Italia. Suo padre aveva un piccolo alimentari nel Queens. Da giovane, Cuomo adorava il baseball ed era considerato anche piuttosto promettente. Si diplomò alla St. John’s University di New York nel 1953 e ottenne una laurea in Giurisprudenza tre anni dopo. Lavorò per qualche anno in uno studio legale prima di essere scelto come segretario di stato dello stato di New York dall’allora governatore Hugh Carey ed essere nominato vice governatore nel 1978. Nel 1993 rifiutò la proposta del presidente Clinton, che voleva nominarlo giudice della Corte Suprema. L’anno successivo perse le elezioni contro Pataki. Cuomo tornò allora a fare l’avvocato con lo studio Willkie Farr & Gallagher.

Cuomo diventò governatore per la prima volta nel 1982, battendo il popolare sindaco di New York Ed Koch alle primarie. La vittoria del 1982 lo posizionò come contraltare della svolta a destra che stava avvenendo nella politica nazionale. I Democratici, diceva, avrebbero fatto di più dei Repubblicani per cancellare le disparità economiche presenti nei luoghi più poveri del paese: compresa la periferia di New York. Quel messaggio non ebbe presa da un punto di vista nazionale, ma a New York Cuomo era enormemente popolare. Un sondaggio del 1986 fissò il suo tasso di approvazione al 71 per cento; quell’anno fu rieletto largamente. Quattro anni dopo il suo tasso di approvazione era ancora molto alto – 64 per cento – e fu rieletto per un terzo mandato.

Cuomo non mise mai in discussione le sue idee liberal e di sinistra – diceva che il governo aveva l’obbligo “di assistere le persone che per qualsiasi imperscrutabile ragione sono rimaste indietro” – ma tra il suo primo e il suo secondo mandato la larghissima vittoria alle presidenziali di Reagan contro Mondale accelerò l’ascesa dei conservatori nella politica americana e finì per dare maggiore influenza alla corrente centrista nel Partito Democratico. Tra i leader di questa nuova corrente c’era l’allora governatore dell’Arkansas, Bill Clinton; quando si stava definendo il campo dei candidati alle primarie presidenziali del 1992, i consiglieri di Clinton consideravano Cuomo il suo più pericoloso sfidante. Clinton si stava preparando per avere con Cuomo un duello filosofico, confrontando due approcci di sinistra molto diversi. La decisione di Cuomo di non candidarsi cambiò il corso di quelle primarie. Una volta gli chiesero se quel giorno pensava di aver perso un’occasione per fare la storia del paese. Lui rispose: “Cercherò di arrivare un giorno a quel livello di egoismo. Non ci sono ancora arrivato però”.

Qualunque siano state le motivazioni di Cuomo, nel corso dei suoi mandati da governatore gestì molti dei problemi economici del suo tempo: la profonda recessione dello stato quando si insediò da governatore per la prima volta e un’altra quando stava decidendo se candidarsi o no alla presidenza nel 1991. Quando scelse di non candidarsi, doveva colmare un buco di 900 milioni di dollari nel budget dello stato e un deficit di 3,6 miliardi di dollari nell’anno successivo.

Cuomo aveva un affilato senso dell’umorismo ed era complicato tenergli testa. A volte, quando parlava di politica, ricorreva a sua madre per sostenere questo o quell’argomento. Una volta nel 1983 in una caffetteria criticò così Walter Mondale, all’epoca candidato favorito alla nomination tra i Democratici: “Mia madre pensa che Mondale sia polenta”. Tutti avevano lo sguardo perplesso. “Avete presente la polenta, no? Non sa di niente”. Quando parlò a favore di Bill Clinton alla convention del 1992, mentre il paese stava iniziando a riemergere da una recessione, tornò sui temi che aveva usato nel 1984. “Abbiamo provato a dire all’America che solo cambiando politiche, solo espandendo le opportunità, il divario tra le due città potrà ridursi. Non possiamo permetterci di fallire di nuovo”. Quella convention secondo molti avrebbe dovuto scegliere Cuomo ma lui decise di non candidarsi, nonostante fosse in testa ai sondaggi nel dicembre del 1991.

Le successive elezioni a New York arrivarono nel 1994, anno di una storica ondata nazionale dei Repubblicani. Perse di tre punti da Pataki. La questione a cui era affezionato – quella delle due città distanti da riunire, una composta da chi sta bene e una da chi sta male – è continuata a risuonare tra i Democratici, soprattutto in questi anni in cui si è tornati a parlare con più forza di diseguaglianze. Nel 2013 Bill de Blasio puntò proprio su questo nella sua campagna elettorale per essere eletto a sindaco di New York.

Oltre a suo figlio Andrew, a Mario Cuomo sopravvivono la sua moglie da sessant’anni Matilda Raffa; suo figlio Chris, giornalista televisivo; tre figlie, Margaret, Maria e Madeline; e molti nipoti.

© Washington Post

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