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  • Giovedì 1 gennaio 2015

E l’altro aereo scomparso?

I giornali hanno smesso di occuparsene ma nessuno ha ancora idea di dove sia il volo di Malaysia Airlines sparito a marzo: le ricerche proseguono, ora con un metodo lento e ambizioso

Prima di essere progressivamente superata nell’ordine delle notizie principali del giorno, l’8 marzo scorso la scomparsa di un aereo della compagnia Malaysia Airlines nell’Oceano Indiano – il volo MH370, con 239 persone a bordo, partito da Kuala Lumpur (Malesia) e diretto a Pechino (Cina) – occupò le prime pagine dei giornali e le homepage dei siti di news per settimane. La sostanziale infruttuosità delle operazioni di ricerca dei rottami così come i poco soddisfacenti tentativi di ricostruire la dinamica dell’incidente, di settimana in settimana, hanno alimentato da un lato la frustrazione e il dolore dei familiari dei passeggeri, dall’altro la crescita di un interesse diffuso rispetto alle tecniche e agli strumenti utilizzati per le ricerche.

Il fatto che in oltre nove mesi non siano stati prodotti risultati significativi o comunque utili a chiarire l’incidente ha inoltre generato una serie di possibili teorie controverse, e in alcuni casi molto fantasiose, per cercare di venirne a capo. Di fatto sono state proposte gran parte delle possibili ipotesi in casi come questo, dall’errore umano del pilota al dirottamento da parte di uno o più passeggeri a bordo.

Cosa sappiamo
Tra le poche cose note e confermate riguardo il volo MH370, sappiamo che l’ultima comunicazione radio tra il Boeing 777 di Malaysia Airlines e il centro di controllo aereo di Kuala Lumpur avvenne all’1:19 (ora locale) del mattino di sabato 8 marzo 2014. I controllori di volo diedero istruzioni al volo MH370 per passare sotto la gestione radio della loro controparte in Vietnam, mentre l’aereo stava iniziando a sorvolare il Golfo della Thailandia. Qualcuno, non è chiaro se il pilota o il primo ufficiale, rispose salutando il centro di controllo malese con un “Buonanotte, volo MH370” (nei primi momenti dopo l’incidente si era sparsa anche una versione falsa che includeva un “tutto bene”, assente nelle trascrizioni della comunicazione). Nei minuti seguenti l’aeroplano non si mise in contatto con il centro di controllo del Vietnam e successivamente sparì dai radar. Fine di quello che sappiamo.

Chi sta cercando l’aereo e come
Dalla fine di settembre scorso, dopo mesi di insuccessi tramite le tecniche convenzionali, è stata avviata una nuova e ambiziosa fase delle ricerche dell’aereo del volo MH370 che potrebbe durare oltre un anno ed è coordinata da squadre australiane e malesi: il piano prevede di mappare tramite droni sottomarini guidati da cavi un’area dell’Oceano Indiano di 150 mila chilometri quadrati, grande cioè quanto la metà dell’Italia, migliaia di chilometri al largo dalla costa occidentale dell’Australia. Si ritiene possa essere l’area in cui l’aereo è scomparso ed è così ampia sia per l’assenza di dati sufficienti sia perché c’è stato disaccordo per determinarla (ora ci arriviamo): in ogni caso, si tratta di una delle zone più inesplorate al mondo.

Le ricerche sono ancora in una fase iniziale e stanno incontrando diverse difficoltà tecniche impreviste e rallentamenti causati dal brutto tempo. Prima di procedere, è necessario completare una specie di analisi e “pre-mappatura” per evitare che i droni, tra i rilievi e le valli del fondale marino, possano poi subire danni tra le pareti rocciose mentre scandagliano l’area in profondità. Se ne stanno occupando due diverse navi: la nave olandese “Fugro NV”, gestita dal gruppo australiano, e la “GO Phoenix”, gestita dal gruppo malese.

(L’immagine si ingrandisce con un clic)
ricerca-MH370

Tra i vari strumenti utilizzati nella ricerca, i droni fanno uso di fari, telecamere, sonar e sensori chimici in grado di individuare anche piccole tracce di carburante d’aereo. La profondità del mare nella zona delle ricerche varia tra i mille e i seimila metri, e ha una superficie irregolare con moltissimi rilievi e avvallamenti. Questo, come spiegato dai responsabili della ricerca, significherà operazioni molto lente. Ci vuole molta prudenza e attenzione nel calare uno di questi droni in una valle in mezzo a due montagne sottomarine e a trascinarlo assicurandosi che non si scontri contro le pareti rocciose.

Il disaccordo su come e dove sia finito l’aereo
I pareri di cinque diversi gruppi di esperti, come spiegato dal Wall Street Journal alcune settimane fa, hanno sostanzialmente determinato che le navi venissero impiegate in due diverse aree prioritarie di ricerca, che in alcune parti si sovrappongono e in altre distano centinaia di chilometri. Tutto questo, sintetizza il Wall Street Journal, mostra “come i tentativi di risolvere uno dei più grandi misteri dell’aviazione moderna rimangano poco più che congetture”. Ci sono anche dei problemi di costi delle operazioni: Martin Dolan, capo commissario dell’Australian Transport Safety Bureau (ATSB, l’agenzia governativa australiana che si occupa di regolare e vigilare sul sistema dei trasporti), ha detto che i finanziamenti governativi – l’Australia ha stanziato fino a 36,8 milioni di euro circa – potrebbero esaurirsi prima che si riesca a scandagliare l’80 per cento delle aree di ricerca indicate.

Per determinare l’area di ricerca le autorità australiane hanno utilizzato due diversi modelli, che in entrambi i casi considerano le ultime comunicazioni tra il Boeing 777 e un satellite della rete Inmarsat, utilizzata per la trasmissione di dati tra gli aerei e le loro rispettive compagnie aeree. Un modello assume che l’aereo abbia volato con il pilota automatico impostato fino al momento dell’esaurimento del carburante; l’altro non prende in considerazione come l’aereo sia stato pilotato, e si concentra soltanto nell’individuazione di una possibile rotta che si adatti ai segnali satellitari provenienti dall’aereo.

Il gruppo di esperti che ha condotto le indagini fa capo a cinque diverse società: Inmarsat, il costruttore di aerei Boeing, la società francese di elettronica aerospaziale Thales Group, l’agenzia governativa americana National Transportation Safety Board (NTSB) e la Australian Defence Science and Technology Organisation. Agli esperti di ciascun gruppo l’Australian Transport Safety Bureau ha chiesto di analizzare i dati e produrre delle conclusioni in modo indipendente e autonomo, ma c’è stata divergenza sulle metodologie utilizzate, e alla fine tre gruppi hanno presentato un’ipotesi su quale fosse l’area da analizzare, e gli altri due gruppi un’altra. Gli investigatori non hanno chiarito, scrive il Wall Street Journal, perché considerare un eventuale autopilotaggio dell’aeroplano e non farlo possa produrre risultati delle indagini tanto dissimili.

Le teorie balzane
Diversi esperti di aviazione ritengono che cosa sia successo al volo MH370 potrebbe non essere mai provato, scrive il giornale britannico Daily Telegraph, che ha messo insieme alcune delle teorie cospirazioniste e meno probabili tra le tante emerse nelle settimane e nei mesi successivi all’incidente. Spesso queste teorie sono state prodotte “senza neppure il più sottile straccio di prove concrete”, scrive il Daily Telegraph, ma questo non ha impedito la loro rapida diffusione (si contano più di 94 mila video su YouTube relativi a queste teorie). Secondo una delle teorie circolanti, l’aereo sarebbe stato abbattuto durante un’esercitazione militare congiunta tra Stati Uniti e Thailandia nel Mar Cinese Meridionale: questa tesi è stata proposta e sostenuta dallo scrittore britannico Nigel Cawthorne in un libro intitolato “Flight MH370: The Mystery”, che ha ricevuto diverse critiche da parte dei familiari dei passeggeri.

Un’altra delle tesi più inverosimili è sostenuta in un video prodotto da Christopher Green, membro di un gruppo chiamato “Alternative Media Television (AMTV)”, che è stato visto centinaia di migliaia di volte. Secondo Green, l’aereo sarebbe stato dirottato e rubato dai terroristi: dopo averlo fatto atterrare non si sa bene dove, avrebbero dovuto usarlo a settembre per un attentato in occasione dell’anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York. Altre teorie citate dal Daily Telegraph includono un atterraggio segreto sull’isola britannica Diego Garcia, nell’oceano Indiano, o addirittura uno “scambio di aerei” (sarebbe stato il volo MH370 a essere stato abbattuto in volo in Ucraina orientale a luglio, e non il volo MH17). Quella dell’isola, nelle settimane seguenti l’incidente, ebbe una tale diffusione che un funzionario dell’ambasciata statunitense in Malesia disse a un giornale locale che no, “il volo MH370 non è atterrato sull’isola Diego Garcia”.

L’artista indiano Sudarsan Pattnaik modella una sua scultura di sabbia su una spiaggia di Puri, a Bhubaneswar, in India, lunedì 29 dicembre 2014.
(STRDEL/AFP/Getty Images)