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  • venerdì 28 Novembre 2014

Il Giappone e le “schiave del sesso”

Il principale giornale giapponese si è scusato "per l'espressione inappropriata" riferita alle donne che si prostituivano nei bordelli militari prima e durante la Seconda guerra mondiale

Yomiuri Shimbun, il più grande quotidiano del Giappone, ha pubblicato un editoriale per scusarsi con i suoi lettori per avere usato decine di volte negli articoli della sua edizione in lingua inglese l’espressione “sex slaves” (“schiave del sesso”) per riferirsi alle donne costrette a prostituirsi nei bordelli militari giapponesi prima e durante la Seconda guerra mondiale. L’espressione più corretta, ha scritto Yomiuri Shimbun, è “comfort women” (“donne di compagnia”). La questione è molto dibattuta in Giappone: riguarda l’immagine che il Giappone vuole dare di sé e delle sue campagne militari nell’area asiatica e condiziona le relazioni del governo giapponese con alcuni paesi vicini da cui provenivano le donne dei bordelli.

La storia riguarda quelle donne che prima e durante la Seconda guerra mondiale finirono per prostituirsi nei bordelli dell’esercito giapponese: la questione è dibattuta perché in Giappone un grosso movimento conservatore da anni sta spingendo affinché si usi l’espressione “donne di compagnia” al posto di “schiave del sesso”, che implica il fatto che le donne fossero state prelevate con la forza e costrette a prostituirsi. Molte di queste donne provenivano da paesi vicini dove erano presenti i soldati giapponesi, soprattutto Corea del Sud e Cina. Un’indagine del governo dell’inizio degli anni Novanta, scrive Associated Press, ha concluso che molte delle “donne di compagnia” erano state prelevate contro la loro volontà, vivendo poi in coercizione e condizioni di miseria. Le indagini non hanno però rivelato prove solide e documenti ufficiali, mancanza che viene usata ancora oggi dai movimenti conservatori per sostenere che non ci fu coercizione.

L’editoriale è stato pubblicato anche sull’edizione inglese del Yomiuri Shimbun, il Japan News (che prima si chiamava Daily Yomiuri), il principale quotidiano in lingua inglese del Giappone. Nell’editoriale si legge che “sex slave” e altre “espressioni inappropriate” sono state trovate in 97 articoli del giornale nel periodo compreso tra il febbraio del 1992 e il gennaio del 2013. Alla fine di ciascun articolo contestato è stata inserita una nota “per segnalare l’uso inappropriato” di queste espressioni. La decisione di scusarsi sembra rientrare nel tentativo di una parte della politica e della società giapponese di migliorare l’immagine del Giappone che si è prodotta all’estero con le campagne militari prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Il giornale, comunque, non ha spiegato pubblicamente il motivo della revisione dell’espressione “sex slave” e non ha risposto a varie richieste di commentarla.

Yomiuri Shimbun ha deciso di pubblicare l’editoriale dopo che un suo concorrente, il giornale di sinistra Asahi, aveva ritrattato a settembre una serie di articoli riguardo lo stesso argomento. Asahi aveva detto che molte storie pubblicate negli anni Ottanta e Novanta sul forzato “arruolamento” delle donne nei bordelli dei soldati giapponesi si erano basate in realtà sulla falsa testimonianza di Seiji Yoshida, ex soldato giapponese che aveva raccontato di essere stato testimone del rapimento di alcune donne sudcoreane dell’isola di Jeju, donne poi finite nei bordelli giapponesi. Riguardo la ritrattazione di Asahi, il Guardian ha scritto:

«Anche se la falsa testimonianza di Seiji Yoshida di per sé non smentisce l’esistenza in assoluto di decine di migliaia di schiave del sesso durante la guerra di Corea, gli errori di Asahi hanno incoraggiato il revisionismo storico secondo cui le donne non sono state forzate a prostituirsi nei bordelli giapponesi»

Il primo ministro giapponese, il nazionalista Shinzo Abe, è dalla parte di coloro che chiedono di usare il termine “donne di compagnia” al posto di “schiave del sesso”. Abe aveva commentato molto duramente le storie del reclutamento forzato riportate da Asahi, dicendo che avevano provocato “sofferenze a molte persone e danni alla reputazione del Giappone all’interno della comunità internazionale”. Nonostante la dichiarazione di Yohei Kono del 1993 – nella quale il Giappone riconosceva alcuni casi di trasferimento forzato delle donne nei bordelli – il governo di Tokyo non si è mai scusato del tutto con i paesi dai quali provenivano queste donne. I rapporti con la Corea del Sud, per esempio, rimangono molto tesi ancora oggi.

Una statua di una donna coreana al Korean Women Memorial a Glendale, in California, per ricordare le donne che prima e durante la Seconda guerra mondiale finirono per prostituirsi nei bordelli dei soldati giapponesi. (JOE KLAMAR/AFP/Getty Images)