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  • giovedì 20 Novembre 2014

Case popolari e occupazioni a Milano

Fatti e storie su un problema tornato sulle prime pagine, tra famiglie sfrattate, centri sociali sgomberati, scontri con la polizia e occupazioni gestite da organizzazioni criminali

Nonostante se ne parli solo da qualche giorno, da molto tempo nei quartieri popolari come Corvetto, Lorenteggio, Giambellino e San Siro c’è una situazione molto delicata che riguarda le case occupate. Al centro della contestazione dei residenti e dei comitati di cittadini, sostenuti da alcuni centri sociali, ci sono la gestione dell’ALER, l’ente responsabile degli alloggi popolari in tutta la Lombardia e che a Milano ha circa 87 mila case, 58 mila delle quali sono di sua proprietà, mentre le altre appartengono al Comune. Molte di queste case sono però sfitte pur essendo quasi pronte per essere abitate: da qui nascono le proteste e anche le occupazioni, attorno alle quali è nata un’organizzazione criminale per distribuire agli abusivi le case in cambio di denaro. Non c’è sgombero che avvenga pacificamente e non sia accompagnato da proteste e scontri.

Negli ultimi giorni la notizia è finita sulle prime pagine dei giornali nazionali. Il presidente della Lombardia, Roberto Maroni, aveva annunciato – e si è poi rimangiato – un piano da 200 sgomberi a settimana. L’11 novembre, quattro giorni dopo l’annuncio, un gruppo di ragazzi ha attaccato una sede del PD nel quartiere di Corvetto in segno di protesta. Il 18 novembre la polizia ha sgomberato due centri sociali che sostenevano gli abusivi, con conseguenti scontri e proteste. Lunedì ci sono stati violenti scontri nel quartiere Giambellino dopo lo sfratto di una coppia, e c’è stato anche un incendio nella notte tra il 18 e il 19 novembre in una sede dell’ALER, nella periferia sud-ovest della città.

Valerio Mammone su pagina99 ha raccontato che cosa sta succedendo.

Sul muro scalcinato di un palazzo c’è una scritta nera, fatta con lo spray: “Via Comacchio 4”. La targa con la via e il numero civico non c’è e manca anche il citofono. C’è solo un portone di ferro, da cui entrano ed escono ogni giorno una trentina di famiglie di origine peruviana. Il palazzo se lo sono preso poco a poco, fino a occuparlo tutto, dal primo all’ultimo piano. Qui, in zona Corvetto, periferia sud di Milano ma vicinissima al Duomo (solo 6 chilometri), il 40% delle case popolari è in mano agli abusivi. Molti di loro si sono sentiti chiamati in causa quando il Presidente della Lombardia, Roberto Maroni, ha annunciato un piano da 200 sgomberi a settimana. Le cifre sono state smentite: l’assessore alle politiche sulla casa della Regione, Paola Bulbarelli, ha fatto un involontario mea culpa dicendo che era “un annuncio spot”.

Ma gli abusivi e i centri sociali, che difendono il diritto alla casa e intervengono spesso per bloccare gli sfratti, lo hanno preso sul serio e si sono mobilitati. Quattro giorni dopo l’annuncio, l’11 novembre, una ventina di ragazzi e ragazze a viso coperto hanno fatto irruzione nella piccola sede del Pd di via Mompiani durante una riunione fra funzionari dell’Aler, l’azienda che gestisce l’edilizia residenziale della Lombardia, alcuni inquilini del palazzo – tutti anziani – e i sindacalisti del Sunia. In pochi minuti hanno devastato due stanze, imbrattato le pareti e tirato fumogeni. Quando le forze dell’ordine sono intervenute, hanno trovato uno striscione con su scritto: “Bloccare gli sgomberi, bloccare la Tav”.

L’assalto non è rimasto senza conseguenze: le forze dell’ordine hanno sgomberato i centri sociali “Corvaccio” e “Rosa Nera”. I militanti hanno fatto resistenza, sbarrando via Ravenna con i bidoni della spazzatura e lanciando rifiuti e bottiglie contro polizia, carabinieri e finanza, ma sono stati respinti con i lacrimogeni e cariche di alleggerimento.

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