• Cultura
  • mercoledì 29 Ottobre 2014

Cronache dai decenni inutili

Racconti di studenti di Lettere e Filosofia all’Università Statale di Milano, fra anni ’80 e Tangentopoli, in un nuovo libro pubblicato da Bompiani

È uscito per Bompiani Festa del perdono. Cronache dai decenni inutili, un’antologia di racconti di Alessandro Bertante, Igino Domanin, Helena Janeczek, Aldo Nove, Giacomo Papi e Antonio Scurati, con una postfazione di Mauro Novelli. Nel libro i sei autori ricordano episodi legati alla loro esperienza di studenti di Lettere e Filosofia fra gli anni Ottanta e i primi Novanta all’Università Statale di Milano, che si trova appunto in via Festa del Perdono.
In questo estratto tratto dal suo racconto Atlante di un attimo, una sorta di viaggio nella storia dell’area intorno all’Università, Giacomo Papi rivive la giornata della morte di Giannino Zibecchi, nel 1975.

***

Quando usciamo, la piazza è di nuovo deserta. Ma proprio di fronte ai miei occhi, a un paio di metri dal punto in cui mi sono fermato a guardare il giornale martedì 18 febbraio 1992 – una giornata tersa che negli anni la memoria ha infittito di bruma – noto una stele di cemento alta due metri, così brutta da risultare invisibile. Mi avvicino. Una corona di foglie secche con la coccarda tricolore del comune di Milano e un mazzo di fiori vecchi con la scritta “Per non dimenticare” pendono da un chiodo arrugginito. Sul davanti un bassorilievo in bronzo raffigura i volti di due giovani con i capelli lunghi, uno ha anche la barba, e più sotto figure umane, ragazzi e ragazze, pugni chiusi, scene di piazza. Sulla base leggo: “NO ALLO STATO DELLA VIOLENZA. ORA E SEMPRE RESISTENZA.” La memoria riaffiora.

È la mattina di giovedì 17 aprile 1975. Gli alunni della scuola elementare Emilio Morosini (patriota) sita nell’omonima via vengono fatti uscire prima del tempo. Passano in fila indiana davanti a una squadra di poliziotti in assetto da guerra che li osservano andare via con i mitra spianati. Ho sei anni. Faccio la prima elementare. Al mio fianco un compagno sussurra.
“Sembra il Cile.”
Da due anni il telegiornale trasmette quasi ogni giorno le immagini del golpe di Pinochet. Dopo pochi metri, un altro bambino si mette a correre e a gridare.
“Santa Maria del Suffragio in fiamme!”
Ci solleviamo in punta di piedi. In fondo alla via qualcosa sta bruciando. Macchine. Il cielo è azzurro. Il fumo nero. L’aria è limpida e immobile: massima a 22 °C, minima a 5, il vento soffia a 1,9 km/h. Il giorno prima in piazza Cavour è morto un ragazzo di 18 anni. Si chiamava Claudio Varalli. Gli hanno sparato i fascisti. (In casi come questi gli assassini vengono quasi sempre nominati al plurale, come a sciogliere la colpa del singolo nella responsabilità collettiva.)
Per protestare contro l’uccisione di Varalli organizzano un corteo che arriva fin qui perché qui c’è via Mancini, la sede provinciale del MSI e del Fronte della gioventù, il posto dove stanno i fascisti, e per questo i poliziotti si sono schierati a proteggere l’ingresso della via, e sono volati sassi e sono state fatte cariche e sono stati sparati lacrimogeni, ma a un certo punto la polizia sta per cedere, e così chiama rinforzi, e accorrono i carabinieri dalla vicina caserma di via Lamarmora, arrivano il più velocemente possibile, e quando una camionetta imbocca contromano corso XXII marzo, i manifestanti cercano di scappare, si schiacciano contro le serrande abbassate dei negozi, i portoni e i muri delle case, ma il blindato sale sopra il marciapiede e in molti nella fuga ritornano in strada, ma il blindato fa retromarcia ed è di nuovo in carreggiata e per terra, all’altezza dell’imbocco di via Cellini, c’è un corpo, un altro oltre a quello di Varalli, è Giannino Zibecchi, 26 anni, insegnante di educazione fisica. La camionetta lo ha travolto, e un pezzo del suo cervello è finito sull’asfalto, appena più in là, a meno di un chilometro dalla lapide che i compagni gli avrebbero presto eretto in piazza Santo Stefano.
Ma nell’istante in cui usciamo da scuola, Zibecchi deve ancora morire. Accade poco dopo le 12.45. Nel ricordo a un certo punto c’è qualcuno – forse è mia madre – che dice sottovoce “hanno ammazzato un ragazzo” e poi la strada vuota, un silenzio di tomba e una irreale assenza di automobili. Corso XXII marzo è deserto, la gente osserva dai marciapiedi timorosa di distinguersi dalle cose, dall’intonaco, dal cemento, dall’asfalto, dal grigio di cui è dipinta Milano; un poliziotto – è un ufficiale, il comandante suppongo – cammina su e giù in mezzo alla via con l’aria da padrone. Mio padre si stacca, attraversa per andare a parlargli. Ho paura che il poliziotto gli spari e sono arrabbiato con lui per il suo coraggio, e perché lo spreca così. Ho il dubbio che voglia farsi notare e lo detesto e mi detesto per il dubbio che ho. Per fortuna, il poliziotto non gli spara. Gli ordina di andarsene. Da quel giorno mi stanno antipatici gli eroi.
Leggo in rete articoli e foto di allora e mi manca il respiro. Le immagini in bianco e nero ritraggono la strada dove sono cresciuto in un giorno di cui ho memoria. Lì davanti c’era un cinema, il primo in cui sono andato senza genitori, ci ho visto Firefox con Clint Eastwood, e poi Grizzly e Shining. Più avanti le insegne di Tic tac… drin drin, un negozio che vendeva spillette fasciste e naziste, orologi da taschino, coltelli, tirapugni e adesivi, e che per i bambini risultava irresistibile. Superavi via Amatore Sciesa (patriota) e arrivavi ai magazzini All’Onestà, per Milano l’insegna era un presagio morale. L’UPIM stava di fronte, all’angolo con via Mancini, dove nessuno entrava mai perché c’era la sede del MSI e all’incrocio stazionavano sempre ragazzi in dolcevita nero o camicia bianca – i fasci – che distribuivano volantini con la croce celtica e le scritte appuntite. Se tu non li prendevi o li buttavi eri coraggioso ma rischiavi, perché potevano picchiarti e anche ammazzarti come era appena successo a Varalli, anche se oggi, a ricordarli in piedi all’angolo di una via triste, i fascisti appaiono giovani, magri e infelici.
Le immagini su Internet sfilano davanti agli occhi come in una photogallery. Il cadavere di Zibecchi indossa i jeans e una felpa scura. È vestito bene. La felpa – ma forse è un golf – appare stranamente moderna. Porta i capelli lunghi ed è caduto in avanti con la faccia girata a sinistra. È la foto di un altro Che Guevara cadavere, ma al contrario. Tutto è ancora in bianco e nero. Sui volti e nei gesti di chi era presente trasuda la lancinante e impotente euforia che dà la morte violenta di uno dei tuoi, l’avere un morto dalla propria parte: il culto dell’eroe è un sopruso soprattutto verso l’eroe. Del giorno successivo, rimane la foto impressionante di una foresta di pugni chiusi intorno al vuoto della bara in piazza Duomo.
Rileggo i giornali e le didascalie di quei giorni. Osservo le immagini. I carabinieri hanno la faccia rassegnata, vacua e inespressiva. Uno di loro monta la guardia al cervello di Zibecchi con un mitra in mano. Questa la didascalia del giornale che la pubblica: “Tra i carabinieri, trattenuti a stento da un commissario di PS, non c’era nessun pentimento. Due di loro passando davanti al cervello di Zibecchi, schizzato al momento dell’incidente lontano dal cadavere, hanno commentato: ‘non pensavo che il cervello di un comunista fosse così grosso’.” Sull’assoluta malvagità del nemico non si possono nutrire dubbi.
Intorno a Zibecchi sono in tanti: compagni in lacrime, stravolti dalla rabbia e dal dolore, poliziotti in borghese, questori in grisaglia. In una sequenza un prete che assomiglia ad Andreotti benedice la salma circondato da celerini e fotografi; in un’altra compare il giudice Emilio Alessandrini insieme ad altri servitori dello stato. Indossa un abito chiaro e una cravatta regimental. Fissa il morto, che qualcuno nel frattempo ha voltato – la camicia di Zibecchi era bianca a quadri –, con pietà come se la visione gli pietrificasse lo sguardo. Tre anni prima il magistrato ha condotto le indagini sulla bomba di piazza Fontana. Quattro anni dopo, mentre va al lavoro al Palazzo di Giustizia, Prima linea uccide anche lui.

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