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  • martedì 28 Ottobre 2014

Uber evita il razzismo verso i clienti dei taxi?

Negli Stati Uniti alcuni passeggeri neri raccontano di essere stati rifiutati da tassisti razzisti, e spiegano che Uber limita questi rischi

C’è un monologo del comico statunitense Hannibal Bures su come un nero faccia fatica a trovare un taxi a New York. Bures racconta della volta che ha camminato verso il taxi, cercando di aprire la portiera, ma invece di farlo salire il tassista ha accelerato e se n’è andato, con Bures che gli correva accanto attaccato alla maniglia della portiera. «Non so cosa volevo ottenere», dice. «Come se a un certo punto lui potesse fermarmi e dirmi: “Wow, sei veloce, entra, entra! Cavolo sei così veloce che non sono più nemmeno razzista!”». La storia descrive una cosa vera: per un nero americano può essere frustrante fermare un taxi. Jenna Wortham, una giornalista nera del New York Times che si occupa di startup e cultura digitale, ha scritto qualche giorno fa un articolo che sostiene che Uber potrebbe risolvere questo problema.

Jenna Wortham racconta delle sue pessime esperienze in molte delle città in cui ha vissuto: taxi liberi, come indicato dalla luce accesa sul tettuccio, che bloccavano le portiere non appena Jenna si avvicinava o che ignoravano la sua richiesta. È illegale per i tassisti rifiutare una corsa, ma questo difficilmente li ferma anche perché nessuno ha tempo e voglia per sporgere un reclamo. Addirittura una volta, a San Francisco, un tassista ha intimato a Jenna Wortham di scendere dalla sua macchina: al suo rifiuto è sceso e l’ha sbattuta fuori dal taxi a forza. Dopo quell’incidente, Jenna Wortham ha smesso di usare i taxi e ha cominciato a girare soltanto con i mezzi pubblici o con auto affittate. Finché nel 2011 non ha seguito il lancio di Uber a New York.

Uber si usa attraverso un’app per smartphone: una volta che ci si è registrati, si possono vedere le macchine nelle vicinanze e chiamarne una (il pagamento avviene attraverso l’app, con carta di credito, e l’app fornisce un preventivo della cifra da pagare). Sull’app di Uber tutti i clienti hanno un profilo con i loro dati, ma i conducenti possono solo vedere il nome del cliente e l’indirizzo a cui recuperarlo: non di che colore è la sua pelle. Inoltre Uber permette sia ai passeggeri che ai guidatori di giudicare con un punteggio ogni corsa in macchina, così che entrambe le parti, se ricevono molti commenti negativi, possano essere eliminati dal sistema.

Layota Peterson, fondatrice del sito Racialicious, ha pubblicato nel suo blog un commento alle sue esperienze positive con Uber, chiedendosi se questa sia la soluzione al problema della discriminazione dei tassisti: «Uber rimuove il fattore razzismo quando hai bisogno di un passaggio», scrive. «Usare questa applicazione è molto più facile per gli afroamericani, non c’è discussione o interazione. Quando ti serve una macchina, arriva. E ti porta a destinazione. È assurdo che si debba pagare un po’ di più per questa cosa, ma ne vale la pena».

Nel 1999 Danny Glover, l’attore nero di Arma Letale, sporse denuncia contro la commissione che gestisce i taxi di New York lamentandosi del fatto che in un solo giorno cinque taxi gialli non si erano fermati per farlo salire. «Quando ho bisogno di un taxi, non mi aspetto di trovarlo», aveva dichiarato Glover. «Sono stato condizionato a pensare che qualcuno non si fermerà per prendere su me».

Earl Ofari Hutchinson, un famoso autore e analista politico nero, aveva raccontato sul suo blog di un’esperienza simile capitata anni fa a lui e sua moglie, in giro per le strade di New York con una coppia di loro amici, anche loro neri. «Capisco bene il dolore, la rabbia e l’imbarazzo di Danny Glover. Un paio di anni fa ero con mia moglie e una coppia di nostri amici in centro a Manhattan, in una fredda serata di dicembre: vedemmo un taxi libero dopo l’altro passarci di fianco senza fermarsi. Un tassista ci salutò ironicamente con una mano, prima di fermarsi a tirare su una coppia bianca più avanti sulla strada. Dopo quasi un’ora ci arrendemmo e andammo a prendere un autobus».

Nel 1999 l’allora sindaco di New York, Rudolph Giuliani, organizzò “l’Operazione Rifiuto” per punire i tassisti che si rifiutavano di far salire i neri sul loro taxi. Poliziotti neri in borghese si misero ai bordi delle strade di fianco a poliziotti bianchi in borghese per vedere chi non si fosse fermato. Quelli che si fermavano solo per i bianchi sarebbero stati multati; se fosse successo una seconda volta gli sarebbe stata revocata la licenza.

Il problema riguarda specialmente la notte: se di giorno la maggior parte dei tassisti spesso si ferma per far salire i neri sul taxi, quando arriva la sera improvvisamente nessuno si ferma più. Africa In The City – un reportage a puntate pubblicato online – ha girato un documentario sul perché i tassisti di New York non si fermano per i neri, chiedendo pareri anche ad alcuni dei numerosi tassisti neri della città.

Naturalmente nemmeno Uber è totalmente impermeabile al problema. Pur non permettendo agli autisti di conoscere il colore della pelle dei clienti al momento della prenotazione, le corse prenotate possono comunque essere disdette da entrambe le parti: e questo può avvenire per qualsiasi ragione, di solito per i voti bassi ricevuti dagli altri utenti/autisti ma teoricamente anche per il nome (che in certi casi può rivelare l’etnia di una persona) o per il quartiere in cui vive. Sempre Jenna Wortham però spiega che nonostante i suoi difetti – alza i prezzi quando piove e usa tattiche di marketing piuttosto aggressive – Uber ha alzato la qualità della vita dei neri per quanto riguarda gli spostamenti in città, offrendo il servizio con il minor “costo emotivo”.