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  • giovedì 2 Ottobre 2014

Il padre che aspetta la figlia in una macchina

Repubblica ha raccontato la storia di Gaetano Digregorio, che ha lasciato il lavoro e tutti i giorni sta fuori dalla scuola della figlia, malata e in sedia a rotelle

Giuliano Foschini, su Repubblica di mercoledì, ha raccontato la storia di Gaetano Digregorio, un uomo di Santeramo, paese in provincia di Bari, che ha lasciato il lavoro per passare le mattine ad aspettare la figlia, malata e in sedia a rotelle, fuori da scuola seduto in macchina. «Perché non c’è nessun altro posto al mondo in cui dovrei stare».

Esiste una scuola nella provincia d’Italia, qui giù a Bari, nel cui cortile tutti i giorni dalle otto alle 13,30 è parcheggiata una vecchia jeep bianca. Ha i paraurti arrugginiti, i finestrini sempre abbassati, una giacca appesa per fare ombra, un giornale accartocciato sui sedili di pelle scorticati, qualche foglio sparso e la radio sempre accesa. In quel posto vive una straordinaria storia di amore. Questa: «Mi chiamo Gaetano Digregorio, ero, anzi sono, un meccanico. Lei si chiama Claudia ed è mia figlia. Frequenta questa scuola. Da più di un anno vive su una sedia a rotelle. Ha una malattia che non sanno che cos’è, come si chiama, da dove viene, come si cura. So soltanto che un giorno respirava, camminava e ora invece… Frequenta questa scuola da due anni. Quest’anno non abbiamo fatto nemmeno un’assenza. Lei è lì dentro che studia, fa quello che devono fare le ragazzine della sua età. E io l’aspetto qui fuori. Se ha bisogno di qualcosa, ci sono. Ma anche se non ci fosse quel bisogno, a me basta sapere che la mia presenza qui le dà sicurezza. Sì passo tutta la mattinata qui in questa macchina. Ho lasciato il lavoro. Mi chiedono: come faccio? perché lo faccio? Ci ho pensato. E ho trovato una risposta soltanto: non c’è nessun altro posto al mondo in cui dovrei stare, se non qui».

Gaetano Di Gregorio, dunque. E sua figlia Claudia. Lui è un signore minuto che per venti anni ha lavorato nella sua officina meccanica, qui a Santeramo in Colle. Due figli. Claudia è la piccola. Anche suo figlio frequenta questa scuola, il liceo scientifico-industriale, quarto anno. Sua moglie insegna matematica alla scuola media. Claudia è sempre stata una bambina serena. Unico sintomo, dai quattro anni in poi: qualche caduta in più rispetto al dovuto. «Dicevano avesse problemi di equilibrio». Poi, due anni fa, la notte degli esami di scuola media: «Una crisi respiratoria, di notte. Fortissima. Improvvisa. Arrivammo in ospedale con l’ambulanza, la portarono in rianimazione. Per due settimane non si svegliò. Ci dissero che avrebbe avuto problemi irreversibili, per troppo tempo il cervello era rimasto senza sangue. Chiesi ai medici di svegliarla comunque. Era un venerdì, lo ricordo perfettamente. Alzai la voce. Mi dissero va bene, lo facciamo lunedì. La domenica eravamo in ospedale io e mia moglie. Scendemmo a prendere un caffè. Arrivò una telefonata: “Venite Claudia si è svegliata”. Salimmo di corsa, la trovammo che parquei lava con i medici e gli infermieri. Dopo qualche giorno era a casa». Che ha Claudia? «Una malattia senza nome. Non so neanche contro chi bestemmiare. Siamo stati a Milano, Roma, Pisa. Niente, le analisi sono tutte a posto, eppure… Ci hanno detto: è sicuramente Sla. E invece, no. Poi: è Duchenne. Ma anche lì, negativa. La diagnosi non è una diagnosi. Sappiamo soltanto che è degenerativa, che andrà sempre peggio. Eppure da qualche settimana va meglio».

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