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  • sabato 27 Settembre 2014

La FIFA non permetterà più a società esterne di possedere un calciatore

L'ha deciso ieri il suo comitato esecutivo, ma ci vorranno tre o quattro anni perché il divieto diventi effettivo

Il comitato esecutivo della FIFA, l’organo di governo del calcio mondiale, ha deciso che abolirà la possibilità che un calciatore possa essere di proprietà di una società esterna a una squadra di calcio (pratica specificamente definita in inglese con la parola third-party ownership, TPO). La pratica è piuttosto diffusa in Sud America – per esempio in Brasile e Argentina – e anche in alcuni paesi europei come il Portogallo: ma non in Italia, dove dal maggio 2014 sono proibite anche le cosiddette comproprietà. Prevede che il cartellino di un giocatore, cioè la possibilità di sfruttarne i suoi diritti sportivi, sia posseduto – oltre che da una squadra con cui il calciatore scende in campo – da una società terza (o anche da un singolo agente) che ne compra parte del cartellino sperando di poterla rivendere, in seguito, a una cifra più alta.

Il vicepresidente della FIFA Jerome Valcke ha detto che il divieto «non può essere integrato da subito e stiamo parlando di quante finestre di mercato saranno necessarie: se cioè ce ne vorranno sei – comprese in tre anni – oppure otto, comprese in quattro anni». Una commissione guidata da Geoff Thompson, l’ex capo della federazione calcistica inglese, studierà il tema e sottoporrà le proprie ricerche durante la prossima riunione del comitato esecutivo, prevista per dicembre.

In settimana il Guardian aveva riportato la notizia che uno studio interno alla FIFA aveva rilevato che la TPO «intrappola la squadre in un “circolo vizioso di debiti e dipendenza” e comporta dei rischi nei confronti dei giocatori e dell’integrità del gioco». La pratica è da anni molto criticata perché fondamentalmente obbliga le squadre a soddisfare le richieste di soggetti il cui interesse è esclusivamente economico: in passato Gordon Taylor, il capo del sindacato inglese dei calciatori, l’ha definita «destabilizzante» e l’ha paragonata al «traffico di esseri umani».

Uno dei più famosi casi di TPO è stato quello di Carlos Tévez, 30enne attaccante argentino della Juventus, che nel 2006 si trasferì dalla squadra brasiliana del Corinthians a quella inglese del West Ham. Il cartellino di Tévez, però, all’epoca era in parte posseduto da due società riconducibili al suo agente, Kiavash “Kia” Joorabchian: non fu chiaro quanto il West Ham dovette pagare per ottenere il cartellino di Tévez – comprato con modalità simili a quello di Javier Mascherano, anche lui trasferitosi dal Corinthians al West Ham negli stessi giorni – ma la federazione inglese rilevò delle irregolarità nei documenti forniti dal West Ham e lo multò per 5,5 milioni di sterline. Nel calcio inglese la TPO è diventata illegale nel 2008. Più recentemente, alcune società esterne hanno posseduto parte del cartellino di Hernanes, centrocampista brasiliano ora all’Inter, e di João Moutinho, centrocampista portoghese ora al Monaco.

La decisione della FIFA va nella stessa direzione di quanto detto già nel 2012 dal presidente della UEFA Michel Platini, secondo il quale «le multiproprietà dei contratti dei giocatori» stavano aumentando l’ingerenza di interessi economici nel calcio, e che «agenti e opachi investitori esterni determinavano patti e scelte». Parallelamente, aveva augurato che «tutta l’Europa» abbandonasse la pratica.

foto: il giorno della presentazione di Carlos Tévez e Javier Mascherano al West Ham, Londra, 5 settembre 2006 (Christopher Lee/Getty Images)