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  • giovedì 29 maggio 2014

La fine delle comproprietà nel calcio

Esistono solo in Italia e sono molto più complicate di quanto immaginiate, ma sono state abolite e presto spariranno

In un’assemblea tenuta il 27 maggio, il consiglio federale della Federazione Italia Giuoco Calcio (FIGC) – l’organismo che gestisce e organizza i campionati di calcio in Italia – ha approvato una norma che abolisce le compartecipazioni (chiamate spesso “comproprietà”), cioè una pratica che così com’è esiste solo in Italia e che permetteva a due società di condividere gli «effetti patrimoniali conseguenti alla titolarità del contratto»: una formula contorta per indicare che un giocatore può essere formalmente posseduto da due squadre.

La norma avrà effetto sin dalla prossima sessione di calciomercato, che inizierà l’1 luglio e durerà fino all’1 settembre. Le comproprietà esistenti, che Eurosport ha calcolato essere 164 solo in Serie A, nel prossimo periodo di calciomercato potranno essere rinnovate per un altro anno. Poi basta.

Come funzionano
L’utilizzo della comproprietà è permesso dalle “Norme organizzative interne” della FIGC, una serie di regole valide per i campionati professionistici e dilettantistici modificate più volte nel corso degli anni. L’articolo 102 bis è dedicato esclusivamente al “diritto di partecipazione” delle società: nei nove commi viene spiegato che le compartecipazioni possono durare uno o al massimo due anni (e, nel caso, per farlo serve avere l’assenso del giocatore), che le due società possono accordarsi per prestare il giocatore a una terza società (ricavandone anche dei soldi: è la modifica introdotta l’anno scorso, l’ultima sul tema prima dell’abrogazione) e che il contratto può essere risolto a favore di una o dell’altra squadra nei periodi di calciomercato. Le compartecipazioni sono permesse solo fra squadre italiane.

Entrambe le società, specifica il comma 9, possono cedere la propria quota – che è sempre e solo del 50 per cento – a un’altra società. Alla fine del contratto le due società coinvolte sono obbligate a “risolverlo” fra di loro, cioè a comprare l’altra metà del giocatore o vendere la propria. Nel caso non riescano a raggiungere un accordo sulle cifre dell’acquisto, spiega la FIGC, «le parti devono provvedere a depositare, presso la Lega competente, la propria offerta in busta chiusa, ai fini della definizione del rapporto sulla base dell’offerta più elevata». Nel caso in cui l’offerta sia uguale, il giocatore rimane nella squadra dove ha disputato l’ultima stagione.

Le comproprietà sono state considerate dalle società come una specie di via di mezzo fra il prestito (cioè la cessione temporanea di un giocatore a un’altra squadra) e la cessione definitiva: specialmente negli ultimi anni, sono state utilizzate per ridurre i rischi di ingenti e sbagliati investimenti economici. Sono inoltre impiegate di frequente per giocatori giovani e promettenti: nell’estate del 2011, il Genoa cedette metà dell’allora 19enne attaccante Stephan El Shaarawy al Milan per 7 milioni di euro e la metà del centrocampista 19enne Alexander Merkel. El Shaarawy disputò una buona stagione, e nell’estate successiva il Milan decise di riscattarlo: il Genoa quindi, l’8 giugno 2012, cedette la propria metà del giocatore al Milan per altri 5 o 6 milioni di euro più la metà di Alexander Merkel, che divenne interamente del Genoa (ma nel caso El Shaarawy avesse disputato una cattiva stagione il Milan avrebbe potuto “tirare sul prezzo”).

Come funziona all’estero 
In molti paesi dove il calcio è estesamente diffuso, come Spagna, Portogallo, Brasile e Argentina, è permessa e anzi molto diffusa una pratica leggermente diversa da quella italiana, cioè la cessione di parte del cartellino di un giocatore a un fondo di investimento o a una persona terza (che a volte è l’agente dello stesso giocatore). Un rapporto dell’agosto del 2013 citato dal Guardian ha stabilito che una cifra compresa fra il 27 e il 36 per cento dei giocatori che fanno parte di squadre portoghesi sono controllati anche da “terze parti”. In Inghilterra, questa pratica è stata messa fuori legge nel 2008 dopo il trasferimento dalla squadra brasiliana del Corinthians a quella inglese del West Ham, nel 2006, dei calciatori argentini Carlos Tevez e Javier Mascherano: si scoprì che anche dopo il loro trasferimento al West Ham un fondo di investimento poco trasparente e riconducibile al loro agente deteneva ancora parte del loro cartellino e aveva pattuito diverse clausole a proprio favore. L’allora capo del Professional Footballers’ Association, una specie di sindacato inglese per i calciatori, due anni prima della sua abolizione definì la pratica «una specie di mercato degli esseri umani».

Quali sono le pecche
Nonostante alcuni vedano del buono nella pratica – più che altro perché al contrario del prestito entrambe le squadre contraenti hanno dell’interesse a valorizzare un dato giocatore per ricavarne soldi – la compartecipazione è criticata da molti anni per le sue conseguenze poco chiare sul sistema fiscale e per la complicata gestione, da parte degli agenti e dei giocatori stessi, per bilanciare gli interessi di due squadre anziché di una.

Un lungo articolo del 2010 pubblicato da Fisco Oggi, un magazine online gestito dall’Agenzie delle Entrate, spiega che in realtà la stessa parola “comproprietà” è poco precisa: quando sui giornali sportivi si legge che “la squadra X ha ceduto metà del giocatore A alla squadra Y”, è avvenuto in realtà che la squadra X ha venduto interamente A alla squadra Y, la quale solo successivamente stipula un accordo per cui parteciperà «all’utile o alla perdita derivante da una futura cessione dell’atleta». In questo modo, semplificando molto, guadagnano entrambe le società: la prima, quella che in pratica ha ceduto metà del giocatore, non lo possiede più “materialmente” e non deve pagarci le tasse (ha semplicemente una sorta di “credito” con la squadra a cui l’ha venduto), mentre la squadra Y ha ottenuto un giocatore a metà prezzo, spesso senza l’impegno di acquistare la seconda metà. La faccenda ha molte e complicate implicazioni riguardo il costo e il valore futuro del giocatore – che varia a seconda delle sue prestazioni e non ha un prezzo fisso – e la sua ricaduta sui bilanci delle due società (spiegate estesamente qui): cose che non riescono a essere limitate dalle norme generiche previste dalla FIGC e da quelle dell’Agenzia delle Entrate, che – per esempio – nel 2010 si chiedeva se la pratica potesse essere inquadrata meglio da un sistema di tassazione più chiaro.

Già nel dicembre del 2012 il presidente della UEFA Michel Platini aveva detto che «le multiproprietà dei contratti dei giocatori» stavano aumentando l’ingerenza di interessi economici nel calcio, e aveva spiegato che «agenti e opachi investitori esterni determinano patti e scelte». Parallelamente, aveva augurato che «tutta l’Europa» abbandonasse la pratica. Il presidente della FIGC Giancarlo Abete ha detto che «che non tutte le società erano favorevoli [all’abolizione delle comproprietà], anche se la maggioranza era d’accordo»

Comproprietà notevoli
Negli scorsi anni, diverse società hanno utilizzato la pratica delle compartecipazioni sia per controllare almeno in parte il cartellino di un giocatore sia per ammortizzare la spesa nel caso di acquisti dispendiosi. Una delle società più attive in questo senso è la Juventus, che al momento detiene in compartecipazione alcuni degli attaccanti italiani più giovani e promettenti, nonostante non li abbia “materialmente” in rosa: su tutti il 19enne Domenico Berardi (che ha giocato l’ultima stagione nel Sassuolo segnando 16 gol in 30 partite) e il 24enne Ciro Immobile, capocannoniere dell’ultima stagione di Serie A con 22 gol. La stessa Juventus, due anni fa, aveva acquistato in comproprietà dall’Udinese i due centrocampisti Mauricio Isla e Kwadwo Asamoah, integrandoli entrambi nella propria rosa (a oggi, solo Asamoah è stato riscattato, mentre Isla è ancora in comproprietà).

Altre comproprietà di giocatori noti, al momento, sono quella fra Udinese e Fiorentina per l’ala 26enne Juan Guillermo Cuadrado, quella fra Milan e Chievo per l’attaccante 24enne Alberto Paloschi e quella fra Lazio e Udinese per Antonio Candreva.

foto: Gabriele Maltinti/Getty Images

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