• Scienza
  • giovedì 25 Settembre 2014

La sconfitta ambientalista in Australia

Il paese è diventato uno dei più inquinati del mondo sviluppato, spiega Slate: e il governo conservatore in un anno ha aggravato molto la situazione

di Will Oremus @WillOremus e Ariel Bogle @arielbogle - Slate

Agli australiani piace immaginarsi persone sensibili all’ecologia. La loro isola offre qualcosa come 7,8 milioni di chilometri quadrati di paesaggi pazzeschi. Furono fra i primi a investire pesantemente nell’energia solare. Hanno avuto leggi a tutela dell’ambiente sin dal periodo coloniale. Nel 2007, elessero un primo ministro – Kevin Rudd – che si era candidato sulla base di un progetto politico ambientalista, con la promessa di firmare il protocollo di Kyoto e di approvare riforme radicali in tema. Tutto questo si concilia bene col fatto che l’Australia è una delle nazioni che più stava subendo gli effetti iniziali del riscaldamento globale.

Eppure, sette anni dopo, l’Australia ha buttato dalla finestra il suo ambientalismo. Il partito laburista, quello degli ambientalisti coscienziosi, è fuori dai giochi: è accaduto a causa di una lotta interna e di una feroce campagna nei loro confronti condotta dei giornali controllati da Rupert Murdoch, che hanno contribuito a diffondere teorie complottiste riguardo il cambiamento climatico. Al suo posto, ha preso il potere il partito liberale, di destra, guidato da un primo ministro che una volta disse che «la causa ambientalista è una stronzata totale».

A un anno dal loro insediamento, il primo ministro Tony Abbott e la maggioranza liberale hanno già smantellato le principali politiche ambientaliste del paese. Hanno inoltre iniziato a saccheggiare le risorse naturali. Nel frattempo, hanno trasformato l’Australia da un paese innovatore sui temi dell’ambiente a quella che è probabilmente la più inquinata nazione del mondo sviluppato. In un cambio di rotta totale, sono riusciti a stravolgere il dibattito pubblico dipingendo la scienza che si occupa di ambiente come superstizione e rendendo credenze superstiziose come vera scienza ambientalista (è bene specificare, qui, che uno dei due autori è cresciuto in Australia).

La storica tassa sulle emissioni di carbonio è stata abolita. Non esiste più il ministero per la Ricerca Scientifica. Un uomo che avverte dei pericoli del “raffreddamento globale” è uno dei principali consiglieri economici del governo. In novembre, l’Australia ospiterà il summit economico del G20: cercherà di usare le proprie prerogative di paese ospite per tenere il tema del cambiamento climatico fuori dalla discussione.

Se l’ambiente è diventato un nemico dell’Australia, i combustibili fossili sono tornati a essere i migliori amici del paese. Due mesi dopo avere tolto la tassa sulle emissioni di carbonio, il governo ha stretto un accordo con un piccolo partito guidato da un imprenditore che si occupa di estrazioni per eliminare una tassa sulle entrate delle miniere. Ha poi nominato un noto scettico del cambiamento climatico – sì, un altro – per revisionare i propri obbiettivi riguardo le energie rinnovabili. Indovinate? È circolata la notizia che li taglierà. Uno studio commissionato da alcune associazioni ambientaliste australiane e dalla sezione locale del WWF ha spiegato che i tagli alle energie rinnovabili non abbasseranno le tasse sul consumo energetico: regaleranno invece circa 8,8 miliardi di dollari americani (circa 6,9 miliardi di euro) alle industrie del gas e del carbone.

In un’epoca in cui l’energia solare si sta diffondendo in tutto il mondo, la soleggiata Australia sta ritirando i sussidi statali a riguardo – nonostante il successo che hanno avuto – e sta cancellando diversi e importanti progetti che riguardano il solare. Nel frattempo, il governo ha approvato la costruzione della più grande miniera di carbone del mondo, nel tentativo di aumentare le esportazioni di carbone verso l’India.

Ancora: l’emissione di anidride carbonica pro capite degli australiani è la più alta fra gli abitanti dei paesi più importanti del mondo sviluppato. Benvenuti nell’Arabia Saudita del Pacifico. Eppure l’Australia non è una teocrazia, e il petrolio non è la fonte di guadagno principale dei propri cittadini più ricchi. È però il secondo paese al mondo per esportazione di carbone e il terzo per quella di gas naturale in forma liquida: le risorse minerarie e i combustibili, assieme, costituiscono quasi il 50 per cento delle entrate derivate dalle esportazioni. L’emissione pro capite di carbonio, in realtà, supera quella dei cittadini dell’Arabia Saudita. Il comportamento tenuto ultimamente dal paese sta cominciando a ricordare quello dei petro-stati, il cui governo sembra dovere la sua esistenza quasi interamente alla protezione dei profitti derivati dall’industria del fossile.

Il cielo non è l’unico posto che l’Australia sta inquinando pesantemente. Dopo tutto, i rifiuti prodotti dalle nuove miniere e dall’espansione dei porti che commerciano il carbone dovranno pure finire da qualche parte. Perché non scaricarli nella Grande barriera corallina? (Questo mese, dopo che si è prospettato a riguardo un disastro ambientale, il consorzio di miniere che è a carico del progetto ha rivisto la sua decisione: con tutta probabilità chiederà il permesso di scaricare i rifiuti sulla terraferma).

Il governo, inoltre, voleva destinare al disboscamento a fini commerciali due terzi del Tasmania Wilderness, un parco di 15.800 chilometri quadrati: gli ambientalisti si lamentarono spiegando che questo avrebbe posto una minaccia per le specie animali a rischio come il parrocchetto di Latham (una specie di piccolo pappagallo molto colorato), l’aquila cuneata e l’iconico diavolo della Tasmania. I loro timori sono stati sminuiti dal governo statale, che come quello federale è controllato dai liberali. Fortunatamente, il piano è stato smontato dall’UNESCO, che ha respinto la loro richiesta di eliminare la protezione ambientale dell’agenzia sul parco.

Il modo in cui i liberali e i loro alleati politici sono riusciti a smantellare un numero così alto di leggi ambientaliste in così poco tempo è un caso di studio dei danni che possono causare i media parziali e il pensiero irrazionale. A partire dal 2007, i leader dell’opposizione e gli opinionisti hanno messo al centro dei loro attacchi le politiche ambientaliste del governo, che hanno definito «ammazza-lavoro». La tassa sulle emissioni di carbonio è diventata l’equivalente della riforma sanitaria negli Stati Uniti: in maniera ancora più grave, se possibile, poiché le politiche ambientaliste – al contrario di quelle in favore della sanità pubblica – hanno effetti meno tangibili sulla vita delle persone.

Ma Abbott e i suoi alleati hanno inoltre lavorato per turbare la fiducia della gente riguardo la scienza che studia il clima, paragonando gli ambientalisti a fondamentalisti religiosi. I politici ambientalisti, gli attivisti e perfino gli scienziati sono stati dipinti come la moderna reincarnazione di uno stereotipo molto odiato dagli Australiani nel 20esimo secolo: quello del wowser, un moralista anti gioco d’azzardo e anti consumo di alcool. Questa strategia iniziò nel 2010, quando Abbott era un parlamentare dell’opposizione e in televisione – a proposito delle politiche ambientaliste del primo ministro Kevin Rudd – disse: «non sono così teologico sulla questione come lo è il primo ministro Rudd». Nel 2012, in un articolo ospitato dal quotidiano Australian – di proprietà di Rupert Murdoch – il principale consigliere economico di Abbott scrisse: «quando Madre Natura decise nel 1980 di girare la manopola del clima spostandola verso il polo del caldo, nacque una nuova religione del riscaldamento globale, con una propria chiesa (l’ONU), un papato (l’assemblea intergovernativa sul cambiamento climatico) e un clero mascherato da scienziati».

Secondo uno studio dell’Australian Centre for Independent Journalism, inoltre, la copertura delle leggi ambientaliste del governo laburista da parte dei giornali controllati dalla News Corp. di Murdoch – che è proprietaria di circa due terzi della stampa metropolitana in Australia e dei quotidiani più diffusi in molte capitali statali – è stata per l’82 per cento negativa. Nonostante ciò, la consapevolezza del cambiamento climatico è tuttora relativamente alta fra i cittadini australiani. Secondo un sondaggio effettuato nel 2014 dall’istituto Lowy, il 45 per cento degli australiani crede che il riscaldamento globale sia un “problema serio e incombente”, circa il 5 per cento in più di quelli che lo ritenevano tale un anno prima.

L’indifferenza dei conservatori per le questioni ambientali deriva da quella generale nei confronti di quello che succede nell’entroterra. Da tempo gli australiani si sono disinteressati di quello che accade nel 70 per cento del territorio del loro paese, il quale è costituito da una terra arida e piena di cespugli – e soprattutto della poca gente che ci vive. Gli stessi minatori che lavorano per le società che gestiscono le estrazioni sono pendolari: spesso non vivono nelle remote comunità dove si scava, bensì a Sydney, Melbourne, o anche in Nuova Zelanda e a Bali, in Indonesia. Negli anni Cinquanta e all’inizio degli anni Sessanta il governo australiano permise addirittura a quello britannico di condurre test nucleari sulle isole Montebello, al largo della costa nordoccidentale del paese, e nel sud del paese. Ancora questo agosto, il ministro della Difesa ha detto al segretario di stato americano John Kerry che l’esercito statunitense era «libero di usare gli “spazi aperti” del Territorio del Nord [una specie di stato che si trova nel nord del paese]» per costruirci basi ed effettuare esercitazioni militari.

Se gli australiani sono diventati col tempo sempre più apatici nei confronti dello sfruttamento del proprio territorio, è giusto sottolineare che lo stesso sembra ugualmente indifferente nei loro confronti. Sebbene sia meraviglioso, è un posto piuttosto complicato dove vivere. Spesso si verificano incendi e siccità, e quando i fiumi non sono secchi causano alluvioni – tutte catastrofi naturali che sono già state esacerbate dal riscaldamento globale.

Auguriamoci che le politiche rapaci dell’attuale governo siano il frutto di una temporanea perdita di razionalità. Nel caso gli australiani non ritrovino quel senso di rispetto verso l’ambiente che avevano in precedenza, potrebbero arrivare a credere che la loro bella terra non sia più semplicemente indifferente nei loro confronti, bensì apertamente ostile.

nella foto: una centrale elettrica alimentata a carbone nei dintorni di Melbourne, in Australia (Hamish Blair/Getty Images)

©Slate 2014