L’Irlanda ora cresce parecchio

Il PIL è cresciuto del 7,7 per cento nell'ultimo anno: per il governo questo dimostra che il paese è fuori dalla crisi (e che l'austerità ha funzionato), altri invitano a maggiori cautele

L’ufficio centrale di statistica dell’Irlanda ha pubblicato una serie di dati sull’economia del paese che mostrano come nel secondo trimestre del 2014 il PIL sia cresciuto dell’1,5 per cento rispetto al primo trimestre e addirittura del 7,7 per cento rispetto all’anno precedente: è il più forte tasso di crescita registrato nel paese negli ultimi anni. Non solo: in Irlanda sono cresciute le esportazioni (del 13 per cento rispetto all’anno scorso) e anche i consumi privati (più 1,8 per cento). Visti gli ultimi dati, il ministro delle Finanze Michael Noonan ha detto che i 2 miliardi di consolidamento per i conti pubblici previsti per il 2015 non saranno ricavati attraverso nuovi tagli: basterà l’aumento del gettito fiscale frutto della crescita.

Nel 2010 l’Irlanda era uno dei paesi messi peggio nell’eurozona, insieme con Grecia, Portogallo e Cipro: dopo una gravissima crisi delle banche, travolte dal crollo del mercato immobiliare, il governo era stato costretto ad affidarsi a un programma di aiuti internazionali del valore complessivo di 85 miliardi di euro (il cosiddetto bailout dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale) concessi in cambio di alcune misure fiscali ispirate alla cosiddetta “austerità”. Nel dicembre del 2013 l’Irlanda era stato anche il primo paese a uscire dal piano di aiuti, tornando a fare affidamento sul mercato per finanziare la propria spesa pubblica. Molti analisti economici e politici – anche all’interno della Commissione Europea – avevano visto nel percorso dell’Irlanda la dimostrazione che le misure di austerità combinate a riforme incisive potessero salvare un paese dalla crisi e riportare la crescita economica.

Il governo irlandese, attraverso vari ministri compreso quello delle Finanze, ha commentato i dati dicendo che sono il risultato di buone scelte politiche e «del sacrificio del popolo irlandese», e che «la forte e stabile ripresa dell’economia del paese è a buon punto». Fergal O’Brien, capo economista dell’IBEC (Irish Business and Employers Confederation, la principale associazione imprenditoriale irlandese) ha confermato che i numeri sono migliori del previsto e si è spinto a dire che sono «la prova reale che la grande recessione può essere consegnata ai libri di storia». Ha aggiunto poi che la forza della ripresa è ormai tale «che il governo non avrà bisogno di ulteriori misure di austerità per risanare le finanze pubbliche».

C’è invece chi è stato più cauto nell’analisi dei dati: la disoccupazione del paese resta alta (intorno al 12 per cento) così come il debito pubblico (120 per cento del PIL). L’economia irlandese, inoltre, è piccola e dipende in gran parte dalle esportazioni e dall’andamento economico dei mercati che sono i principali sbocchi di quelle stesse esportazioni: l’andamento economico del mercato nordamericano e di quello britannico è stato positivo, ma non si può dire altrettanto dell’altro grande mercato fondamentale per l’Irlanda, quello della zona euro. Dipendere così tanto dalle esportazioni, dunque, comporta anche numerosi rischi. Colin Bermingham, economista di BNP Paribas, per esempio ha avvertito che una crescita annuale così alta «non potrà essere la norma»; Philip O’Sullivan, un altro economista, ha spiegato che almeno in parte l’attuale ripresa va spiegata come un rimbalzo rispetto al forte calo degli ultimi anni. Questo vale soprattutto per il settore edile, in espansione negli ultimi mesi: «in molte parti d’Irlanda», ha spiegato O’Sullivan, «il costo di costruzione di una casa è ancora superiore al prezzo a cui la casa può essere venduta sul mercato».

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