• Mondo
  • mercoledì 20 agosto 2014

L’Irlanda e l’aborto, di nuovo

Il caso di una ragazza di 18 anni costretta a partorire ha riaperto la discussione – nella politica e sui giornali – sull'efficacia della controversa legge approvata un anno fa

Poco più di un anno fa l’Irlanda ha approvato una legge – di portata storica ma molto contestata –che consente l’aborto nel caso in cui la gravidanza metta a rischio la vita della donna. Negli ultimi giorni si è tornato a discutere di questa legge e dei suoi limiti dopo che una giovane donna di 18 anni, rimasta incinta a seguito di uno stupro, è stata spinta (contro la sua volontà) a far nascere il bambino con un taglio cesareo a 25 settimane di gravidanza, domenica 17 agosto. L’episodio è stato ripreso dalle principali testate internazionali e sta facendo molto discutere in Irlanda, aprendo discussioni su una possibile revisione della nuova legge.

Martedì 19 agosto il quotidiano Irish Times ha intervistato la donna – il cui nome non è stato diffuso – che ha spiegato di provenire da un paese straniero e di essere arrivata in Irlanda nel corso del 2014. Durante una visita medica ha scoperto di essere incinta di otto settimane, ma sapeva che la gravidanza era l’ultima conseguenza di uno stupro che aveva subito nel suo paese. Aveva dunque chiesto immediatamente di poter abortire, dicendo chiaramente che avrebbe preferito morire piuttosto che far nascere un figlio frutto di quella violenza sessuale. Ha anche pensato di andare in Gran Bretagna per poter interrompere la gravidanza, ma non avendo i mezzi per il viaggio e vedendosi negato il permesso di abortire in Irlanda ha cercato di suicidarsi: alla sedicesima settimana e poi di nuovo alla ventiquattresima, venendo infine ricoverata in ospedale.

Ha allora iniziato uno sciopero della fame e della sete: i due psichiatri e l’ostetrico che si sono occupati di lei hanno giudicato la sua salute mentale molto fragile e hanno dato parere positivo all’interruzione. Nel frattempo, però, su richiesta del servizio sanitario locale, un giudice aveva ordinato che venisse reidratata e nutrita artificialmente per garantire la sopravvivenza del bambino. L’ospedale le riferì che ormai, visto l’avanzamento della gravidanza, non aveva altra scelta se non quella di subire un taglio cesareo – e partorire, di fatto. Il bambino, che non ha avuto alcun contatto con la donna, è tuttora ricoverato in ospedale.

Il provvedimento approvato in Irlanda lo scorso anno si chiama “Protection of Life During Pregnancy Bill”, norme per la protezione della vita in gravidanza. Era stato considerato molto importante per un paese che porta ancora scritto nella Costituzione il divieto di abortire: prima della sua approvazione, l’Irlanda restava con Malta l’unico paese dell’Unione Europea in cui l’aborto era completamente vietato. La legge aveva trovato da subito forti opposizioni, in un paese molto religioso come l’Irlanda, da parte di chi è genericamente contrario all’aborto, ma era stata criticata anche da di chi lo considera un diritto. La legge ha infatti un’applicazione molto limitata – non prevede per esempio la possibilità di interrompere la gravidanza in caso di stupro, di incesto o di anomalie del feto – e include tra i rischi che consentono il ricorso all’interruzione volontaria la minaccia di suicidio da parte della donna e quindi il disagio psichico. In quest’ultimo caso, però, l’iter per ottenere l’autorizzazione è molto difficile, ai limiti del surreale: ogni donna che manifesti intenzioni suicide in gravidanza deve essere esaminata da una commissione di 3 medici, e l’aborto può essere consentito se tutti danno un parere favorevole. In caso contrario la donna può presentare ricorso e venire esaminata da una seconda commissione, dovendo dunque sottoporsi, alla fine, a ben sette giudizi (tutto questo sempre mentre dice di volersi suicidare, e magari ci prova anche).

Sta inoltre circolando un documento ministeriale che contiene le linee guida per i medici in materia di aborto: non è stato ancora reso pubblico, ma il Guardian lo ha ottenuto e analizzato. Il documento, nelle prime pagine, afferma che «lo scopo della legge è ribadire il divieto generale di aborto in Irlanda». Dal documento risulta in generale molto complicato ottenere il permesso per un aborto, anche nel caso in cui ci sia un effettivo rischio di suicidio. La guida dice per esempio che il primo psichiatra a valutare la donna ha il diritto di «richiedere una seconda valutazione psichiatrica» o di nominare uno psichiatra a sua scelta. I critici dicono che questo permetterà agli psichiatri anti-abortisti di raccomandare un collega che condivide le stesse idee. Si ricorda inoltre che fra i tre esperti della prima valutazione uno deve essere un ostetrico, che però è una figura professionale che non ha alcuna formazione in materia di salute mentale. Uno psichiatra intervistato dal Guardian ha commentato che queste indicazioni lasciano di fatto le donne «in balia di una lotteria locale, morale e politica».

Dopo l’approvazione della legge Johanna Westeson, direttrice regionale per l’Europa presso il “Center for Reproductive Rights”, aveva parlato di «una violazione assoluta delle norme internazionali sui diritti umani e sul diritto delle donne alla salute e alla dignità»; Maria Favier, portavoce di Doctors for choice, associazione che riunisce diversi professionisti che si battono per il diritto delle donne, commentando quest’ultimo caso ha detto: «Non sarebbe mai successo in un qualsiasi altro paese civile», aggiungendo che l’episodio «dimostra che le nuove leggi irlandesi non sono adeguate». Máiréad Enright, docente di diritto all’Università di Kent e membro di un’associazione irlandese di avvocati, ha anche detto che la donna in questione non aveva una buona padronanza della lingua inglese, che probabilmente non era stata informata a sufficienza dei suoi diritti e che la sua situazione era complicata dal fatto che per recarsi nel Regno Unito avrebbe avuto comunque bisogno di un permesso speciale, concludendo quindi che l’attuale legge irlandese sull’aborto rende molto difficile e discriminante la condizione di alcune donne che già si trovano in una situazione di vulnerabilità. Tramite la sua associazione, Máiréad Enright ha presentato un documento alla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Nel frattempo il direttore generale dell’HSE, il Servizio Sanitario nazionale irlandese, ha richiesto una relazione (che dovrebbe essere completata entro la fine di settembre) in cui vengano accertati i fatti, la sequenza degli eventi, le cure che ha ricevuto la donna e in cui vengano segnalati anche «gli eventuali insegnamenti che si possono ricavare dal suo caso». Il Ministro per gli affari esteri Charlie Flanagan ha però chiesto che la relazione venga consegnata non oltre le due settimane e ha ipotizzato una revisione della legge del 2013.