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  • giovedì 31 Luglio 2014

I paesi arabi hanno scaricato Hamas?

Nella guerra a Gaza una nuova coalizione di stati arabi si è schierata praticamente con Israele: è una cosa nuova, c'entra soprattutto la deposizione di Morsi in Egitto

Quando nell’ottobre 2012 cominciò l’operazione militare israeliana “Pillar of Defense” nella Striscia di Gaza, Israele si trovò a dover affrontare la pressione di quasi tutti i paesi arabi – tradizionalmente ostili ai governi israeliani – che chiedevano di mettere fine agli attacchi militari su Gaza. Oggi la posizione di alcuni dei paesi arabi rispetto alla nuova guerra tra Israele e Hamas è molto diversa. Negli ultimi mesi è emersa una nuova coalizione di stati arabi, guidata dall’Egitto e formata da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, che di fatto si è schierata dalla parte di Israele. È una cosa nuova, visto che l’adesione alla causa palestinese è stata sempre usata dai governi arabi come uno strumento di legittimazione del proprio potere di fronte alla popolazione. E ha già cominciato ad avere delle conseguenze dirette sulla guerra a Gaza.

Come i paesi arabi hanno scaricato Hamas
I primi segnali evidenti della formazione della nuova coalizione sono stati i tentennamenti e i silenzi di diversi governi arabi sulla guerra che sta proseguendo da oltre venti giorni tra Israele e Hamas. Alcuni politici di primo piano di Egitto e Arabia Saudita hanno criticato pubblicamente il comportamento di Hamas nella Striscia di Gaza. Il ministro degli Interni egiziano, per esempio, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook le foto di 16 bare avvolte dalla bandiera egiziana con dentro i corpi dei soldati uccisi nell’agosto 2012 a Rafah (città al confine tra l’Egitto e la Striscia dove si trova anche l’unico passaggio di superficie tra i due territori) con la scritta: «Scusa, Gaza, non dimenticheremo». Le immagini e la frase erano rivolte a Hamas, che il ministro degli Interni ha accusato indirettamente di avere compiuto l’attentato contro i soldati egiziani.

Nei giorni successivi diversi altri esponenti politici hanno chiesto che le merci e le persone che attraversavano Rafah per spostarsi tra la Striscia e l’Egitto fossero ridotte di numero, nonostante la situazione umanitaria già piuttosto grave in cui si trovava la popolazione della Striscia. Il canale via cavo egiziano CBC, appartenente a un miliardario molto vicino al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ha descritto quello che stava succedendo a Gaza come “un attacco aereo israeliano contro dei siti di terroristi”. Anche l’Arabia Saudita ha preso posizioni nette contro Hamas: nel marzo di quest’anno ha inserito il gruppo palestinese nella lista delle organizzazioni terroristiche (l’Egitto l’aveva fatto nel dicembre precedente), mossa appoggiata anche dal governo degli Emirati Arabi Uniti. I Fratelli Musulmani avevano condannato la decisione dell’Arabia Saudita definendola un “completo cambio di direzione rispetto alle relazioni precedenti”.

Aaron David Miller, del centro di ricerca Wilson Center di Washington, ha detto: «Non ho mai visto una situazione del genere, dove ci sono così tanti stati arabi che acconsentono alla morte e alla distruzione di Gaza, e agli attacchi contro Hamas». Secondo Miller, «il disgusto e la paura dell’islam politico negli stati arabi è così forte che supera anche la loro allergia verso Benjamin Netanyahu [il primo ministro israeliano, ndr]».

Quanto ha contato la deposizione di Mohamed Morsi in Egitto
Il motivo per cui l’Egitto si sta schierando contro Hamas è ormai noto da diversi mesi. Il presidente egiziano al-Sisi, ex capo dell’esercito e responsabile del colpo di stato contro Mohamed Morsi, ha cominciato una durissima battaglia interna contro il movimento politico-religioso dei Fratelli Musulmani – di cui faceva parte anche Morsi – mettendolo fuori legge e arrestandone i membri. Hamas nasce proprio come ala dei Fratelli Musulmani e i due movimenti sono da sempre alleati. In Egitto Morsi aveva preso il potere dopo avere vinto democraticamente le elezioni nel 2012: aveva sostituito Hosni Mubarak, che oltre ad avere adottato nel corso della sua presidenza politiche molto dure contro i Fratelli Musulmani aveva anche stabilito una solida alleanza con l’Arabia Saudita.

Una delle differenze più significative tra l’operazione israeliana del 2012 e quella del 2014 è che due anni fa in Egitto c’erano al potere i Fratelli Musulmani. Martin Kraner, presidente del Shalem College a Gerusalemme ed esperto di politiche arabe, ha sintetizzato in un paio di frasi la posizione dei paesi arabi su Gaza: «La lettura qui è questa: a parte Hamas e il Qatar, la maggior parte dei governi arabi sono indifferenti o esplicitamente disposti a seguire la leadership dell’Egitto. Nessuno stato arabo nel mondo sta andando dagli americani per dirgli “Smettetela ora”, come fece per esempio l’Arabia Saudita in risposta alla precedente operazione militare israeliana sui palestinesi. E questo dà margine di manovra agli israeliani».

Rispetto a quello che ci si aspettava dalla fine delle cosiddette “primavere arabe”, le dinamiche oggi sono completamente opposte, ha scritto David Kirkpatrick sul New York Times. Gli Stati Uniti e i governi europei si aspettavano che i nuovi governi arabi avrebbero preso posizioni più vicine ai palestinesi e più ostili verso Israele (come è successo nell’unico anno di presidenza Morsi in Egitto). Israele è invece diventato l’inaspettato beneficiario di questi movimenti, e del nuovo sentimento che si è sviluppato contro l’Islam politico in diversi governi arabi della regione (principalmente perché i regimi come l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo Persico si sono sentiti minacciati dai movimenti della “primavera araba”, che avevano come obiettivo il ribaltamento dello status quo).

I nuovi sviluppi stanno mettendo in una posizione molto complicata anche gli Stati Uniti: il segretario di stato americano John Kerry, di fronte al rifiuto di Hamas di accettare una tregua proposta dall’Egitto, ha cominciato a rivolgersi a stati più vicini all’altro schieramento, quello che comprende anche Qatar e Turchia, chiedendogli di intervenire come mediatori alternativi rispetto ai rappresentanti egiziani. Molti analisti stanno quindi descrivendo il comportamento di Kerry come meno ostile nei confronti di Hamas, e contraddittorio rispetto alla linea ufficiale filo-israeliana dell’amministrazione americana.