• Mondo
  • martedì 22 luglio 2014

Perché un soldato israeliano catturato conta così tanto

Israele consegnò 1027 prigionieri palestinesi in cambio di Gilad Shalit e oggi è di nuovo allarmata che Hamas abbia un ostaggio, mentre ogni giorno muoiono decine di persone a Gaza

di Ishaan Tharoor – Washington Post

Domenica sera, il movimento islamista Hamas ha annunciato di avere catturato un soldato israeliano durante il più sanguinoso giorno di ostilità nella Striscia di Gaza da quando Israele ha lanciato l'”Operazione Margine di Protezione” due settimane fa. Un portavoce militare israeliano ha detto che l’esercito sta indagando e non ha confermato il sequestro, e Ron Prosor, ambasciatore di Israele all’ONU, ha detto ai giornalisti a New York che “le voci sono infondate”. Ma martedì, le autorità israeliane hanno confermato che un soldato israeliano è in effetti disperso, anche se non hanno chiarito se il soldato sia vivo o morto.

Ci sono state ipotesi iniziali che l’annuncio di Hamas fosse infondato, una scelta di propaganda di Hamas per sollevare almeno un poco il morale in una Gaza assediata in cui le condizioni di vita sono pesanti. Dopo l’annuncio, nella notte ci sono state sparatorie in aria celebrative, fuochi artificiali e urla di “Allah è grande!” a Gaza, alla fine di una giornata in cui le forze israeliane hanno martellato la città e 87 palestinesi sono morti. Anche se la notizia fosse falsa, vale la pena capire come la cattura di un solo soldato israeliano possa significare così tanto in un conflitto che vede decine di persone uccise ogni giorno.

L’ultimo soldato israeliano a essere nelle mani di Hamas fu Gilad Shalit, che fu catturato a un posto di blocco nel 2006. Cinque anni dopo, Shalit fu liberato quando Israele acconsentì a liberare 1027 palestinesi dalle proprie prigioni. Esatto, un israeliano per 1027 palestinesi (il magazine del New York Times ci fece la memorabile copertina qui sotto). Si immaginerebbe che uno scambio così sbilanciato possa generare disagio tra gli israeliani, ma venne invece appoggiato da una considerevole maggioranza: il governo lo approvò con un voto di 26 contro 3 e un sondaggio mostrò il consenso allo scambio del 79% dei cittadini israeliani.

NewYorkTimesMagazine-Cover

L’esercito israeliano – IDF – è una forza di coscritti; ogni cittadino israeliano è obbligato a completare un periodo di servizio militare. L’esercito è un’istituzione fondamentale dello stato israeliano e, in un certo senso, una rappresentazione diretta della nazione. La liberazione di Shalit fu un momento emotivo collettivo per una società che vede la maggior parte dei suoi figli impiegata nelle forze armate. Contava più portare a casa Shalit che tenere in carcere una quantità di palestinesi accusati di attentati terroristici. Shalit fu allora il primo soldato israeliano catturato a essere liberato vivo in 26 anni. Il Jerusalem Post riassunse i sentimenti popolari in un editoriale il giorno della liberazione.

La disponibilità collettiva a esporci al rischio di un futuro attacco terroristico, se necessario, per ottenere la libertazione di Shalit la dice lunga sul profondo senso degli israeliani di essere in questo progetto sionista insieme, nella buona come nella cattiva sorte. Non è che siamo insensibili ai sentimenti delle vittime dei passati attentati e ai loro cari. Nè siamo inconsapevoli del fatto che pagando un rapporto di 1027 a 1 stiamo incoraggiando futuri sequestri. È solo che nessuno di questi potenziali pericoli futuri sembra in grado di bilanciare il fatto reale che in questo esatto momento la vita di un soldato dell’IDF sta venendo salvata.

Lo scambio di prigionieri è un’altra chiara dimostrazione della natura asimmetrica del conflitto israelo-palestinese. I palestinesi vedono migliaia di loro uomini e donne arrestati durante le retate di Israele e a volte detenuti senza accuse formali. I palestinesi hanno conosciuto la morte e la distruzione, e basta guardare il numero di morti causati dalla recente offensiva israeliana a Gaza per rendersene conto, in maniera molto superiore a quanto non abbiano fatto gli israeliani a causa delle minacce e dei missili di Hamas.

E quindi, per molti gruppi militanti come Hamas, un soldato israeliano fatto prigioniero vale oro. Israele ha criticato Hamas per non aver accettato l’offerta di un cessate il fuoco promossa da diverse istituzioni internazionali, ma il cessate il fuoco che era stato promosso non faceva nulla per assecondare le richieste che Hamas porta avanti da diverso tempo sul rilascio dei prigionieri palestinesi (inclusi alcuni che furono ri-arrestati poco dopo essere stati liberati nello scambio con Shalit), sulla fine del controllo israeliano delle frontiere di Gaza e sul pagamento dei 40.000 dipendenti pubblici a Gaza.

Israele, che è molto in gamba nel neutralizzare gli attacchi condotti con i razzi dalla Striscia di Gaza verso il territorio israeliano, probabilmente si è reso conto della ridotta capacità di influenza di Hamas. Il gruppo islamista ha poco denaro, ha meno alleati all’estero e iniziava a essere impopolare tra i tormentati palestinesi, frustrati dall’incapacità di governare la Striscia di Gaza di Hamas.

Hamas non si trovava inoltre nella posizione di ottenere nessuna delle sue richieste: così è stato, fino a quando non ha annunciato di avere catturato un soldato israeliano. Se questo si rivelasse vero, le cose potrebbero cambiare.

Tuttavia, il principale perdente in seguito alla liberazione di Shalit non è stato né Israele né Hamas, ma il governo palestinese del presidente Mahmoud Abbas, da tempo ai ferri corti con gli islamisti. In un colpo solo, Hamas ha ottenuto una reale vittoria – il rilascio di oltre mille palestinesi – mentre la diplomazia e i tentativi quasi romantici di ottenere un riconoscimento da parte dell’ONU portati avanti per anni da Abbas non hanno fatto ottenere grandi benefici al popolo palestinese.

Abbas è il principale interlocutore nel dialogo per la pace che ha come obiettivo la costituzione di due singoli stati, qualcosa che ora come ora appare una possibilità alquanto remota. Gli scontri di questi giorni mostrano ancora una volta quanto questo non funzioni. E intanto le bombe continuano a cadere, i bambini continuano a morire e le notizie continueranno a occuparsi del lugubre scambio di vite umane tra Israele e Palestina.

©2014 The Washington Post

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.