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  • martedì 1 luglio 2014

Depenalizzare serve, con la marijuana?

No, secondo l'Economist, perché "depenalizzare" e "legalizzare" sono due cose molto diverse

Le attenzioni e le discussioni riguardo alla regolazione del possesso, del consumo e della vendita di marijuana – dopo la legalizzazione in Colorado e altre recenti simili soluzioni adottate in altri paesi – hanno avviato un dibattito più specifico sulle differenze tra legalizzare e depenalizzare, sulle diverse implicazioni dei due modelli, e sui vantaggi e gli svantaggi dell’una e dell’altra via. Il caso più recente di depenalizzazione è quello della Giamaica, il cui governo all’inizio di giugno ha annunciato che non sarà più punito con il carcere, bensì soltanto con una multa, il possesso di piccole quantità di marijuana, fino a 57 grammi. «Troppi nostri giovani», ha spiegato il ministro della Giustizia giamaicano, «hanno rimediato condanne penali per esser stati trovati con uno spinello, e questo ha poi compromesso la loro possibilità di fare cose come trovare lavoro o ottenere dei visti di viaggio».

I paesi di cui più si è parlato recentemente, tra quelli che hanno introdotto formule varie di legalizzazione nella produzione, nel consumo e nella vendita della marijuana, sono l’Uruguay e lo stato del Colorado negli Stati Uniti (della California si è parlato perché è stato il primo stato americano ad aver legalizzato la marijuana per uso terapeutico). In altri casi si è parlato invece di depenalizzazione – o, a volte, di “tolleranza” – per i paesi che vietano la vendita delle droghe leggere ma prevedono pene lievi, prevalentemente multe, per il possesso di piccole quantità. Nei Paesi Bassi il possesso di cannabis per uso personale è considerato un reato penale solo oltre i 30 grammi: al di sotto di quella soglia rimane un’infrazione. Un altro esempio ancora è il Portogallo, dove chi viene trovato in possesso di droghe leggere al di sotto di certe soglie non viene punito ma affidato a una commissione che valuta caso per caso ed eventualmente propone un trattamento di recupero finanziato dallo Stato.

In Italia, dove l’uso delle sostanze stupefacenti è stato a lungo regolato da una legge del 2006 recentemente dichiarata incostituzionale (la cosiddetta Fini-Giovanardi), la Cassazione ha stabilito alla fine di maggio scorso che le condanne per lo spaccio di piccole quantità di droghe leggere dovranno essere ricalcolate. La nuova legge – che ha ripristinato una differenza tra droghe leggere e droghe pesanti, intanto – prevede che la detenzione di droghe leggere per uso personale, entro determinate soglie, non costituisca più un reato penale punibile col carcere.

Secondo un articolo dell’Economist, non è sorprendente che così tanti paesi stiano progressivamente valutando se legalizzare o depenalizzare il possesso delle droghe leggere, sostanzialmente perché entrambe queste due soluzioni sono ritenute una possibile alternativa ad altre politiche di “lotta alle droghe” (più costose, in diversi sensi): i divieti e gli altri provvedimenti legislativi adottati contro la produzione, la distribuzione e il consumo di droghe non solo non ne hanno diminuito l’uso, ma hanno anche alimentato in tutto il mondo un prospero commercio da tempo gestito dalla criminalità organizzata. Inoltre alleviare le pene previste per il possesso di piccole quantità di droghe leggere ha importanti risvolti positivi sulla riduzione del sovraffollamento delle carceri – che in Italia, per esempio, è un problema di dimensioni notevoli. L’Economist si chiede però se la depenalizzazione sia la strada giusta: e sostiene chiaramente che no, che anzi si tratti di una “via di mezzo” piuttosto pericolosa.

Finché la distribuzione delle droghe rimarrà vietata, il suo commercio resterà un monopolio della criminalità organizzata. In Giamaica i boss continueranno ad avere il pieno controllo sul mercato della marijuana. Continueranno a corrompere la polizia, uccidere i boss rivali e promuovere le sostanze stupefacenti tra i giovani. Le persone che comprano cocaina in Portogallo non vanno incontro a conseguenze penali, d’accordo, ma coi loro soldi finiscono comunque per pagare i salari dei teppisti che tagliano teste in America Latina. Per i paesi produttori, un mondo che ci va piano con le punizioni per i tossicodipendenti, e che intanto insiste a considerare vietate le sostanze, è il peggiore dei mondi immaginabili.

L’Economist afferma con grandi convinzione e nettezza che la depenalizzazione ha senso soltanto se rappresenta un passo verso la legalizzazione, e che i paesi in cui il commercio delle droghe è in mano alla criminalità dovrebbero seguire gli esempi dell’Uruguay o del Colorado, negli Stati Uniti. Legalizzando le diverse fasi della filiera, dalla coltivazione alla distribuzione della marijuana, questi paesi hanno conteso questo mercato ai criminali introducendo nuovi imprenditori, che – a differenza dei criminali – pagano le tasse e rispettano le leggi, conclude l’Economist. “L’abolizione dei divieti dovrebbe essere accolta positivamente, ma la mezze misure potrebbero essere pericolose quanto un’overdose”.

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