• Mondo
  • giovedì 26 giugno 2014

Ultime dall’Iraq

Il primo ministro ha rifiutato la proposta di formare un governo di unità nazionale: nel frattempo Iran e Siria stanno intervenendo nel conflitto

Nelle ultime due settimane l’Iraq – paese a maggioranza sciita con una storia recente complicata e violenta – è stato conquistato per circa un terzo del suo territorio dallo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, noto anche con la sigla “ISIS”, un gruppo islamico sunnita estremista che combatte anche nella vicina Siria. Il paese, semplificando, è diviso in tre: la capitale Baghdad e il sud sotto il controllo del governo, Kurdistan e Kirkuk sotto il controllo curdo, diverse province a nord-ovest e nord-est controllate dall’ISIS. Il governo iracheno – guidato dal primo ministro sciita Nuri al-Maliki – sembra in difficoltà: secondo molti analisti è improbabile che l’ISIS riesca a estendere le sue conquiste, ma sembra altrettanto difficile che il governo possa riconquistare rapidamente tutto il terreno perduto.

Per cercare di risolvere una situazione che peggiora di giorno in giorno, l’amministrazione statunitense – dopo il ritiro delle truppe alla fine del 2011– è tornata a interessarsi dell’Iraq anche a seguito di una richiesta di aiuto diretta del primo ministro al-Maliki: lunedì scorso a Baghdad il segretario di Stato John Kerry ha proposto la formazione di un governo di unità nazionale, inclusivo di tutte le forze irachene e che comprenda quindi le diverse fazioni politiche espressione a loro volta delle differenti etnie e religioni (in sostanza quella dei sunniti e quella dei curdi, ora nettamente sottorappresentate). Una decisione di questo tipo non avrebbe convinto i sunniti dell’ISIS a fermare i combattimenti – il loro obiettivo è creare un califfato islamico – ma avrebbe però potuto togliere loro molta forza: quella degli altri gruppi militari sunniti meno estremisti che stanno combattendo al loro fianco.

Il primo ministro al-Maliki però ha rifiutato, come aveva fatto prima di lui il presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Mas’ud Barzani, che finora ha dichiarato la sua fedeltà al governo centrale di Baghdad ma che ha risposto alla proposta degli Stati Uniti minacciando un referendum per l’indipendenza curda (la questione dei curdi, del Kurdistan iracheno e della sua indipendenza è stata spiegata bene qui). Le pressioni perché Maliki lasciasse l’incarico erano arrivate da più parti: oltre che dagli Stati Uniti, anche da importanti leader sciiti tra cui l’ayatollah Ali Sistani e Ayad Allawi, indicato come possibile sostituto di al-Maliki.

Nel frattempo diversi altri paesi sono stati coinvolti nel conflitto.

C’è l’Iran, che ha il suo confine più esteso con l’Iraq e il cui presidente Rouhani si è detto disposto a collaborare con gli Stati Uniti per risolvere la crisi. L’Iran, secondo quanto riferito da alcuni funzionari statunitensi al New York Times, starebbe conducendo in territorio iracheno dei voli di ricognizione con droni mentre da terra sarebbero già entrati equipaggiamenti militari a sostengo del governo dell’Iraq. Inoltre il governo iraniano avrebbe inviato un’unità speciale per intercettare le telecomunicazioni e fornire informazioni di intelligence alle autorità irachene.

C’è poi la Siria, che condivide con l’Iraq la presenza dell’ISIS e che ieri mercoledì 25 giugno, secondo quando dichiarato da al-Maliki alla BBC, avrebbe condotto attacchi aerei contro il gruppo sunnita a Anbar (dove sono morti 57 civili) e ad Al Qaim, importante luogo di passaggio per armi e uomini al confine tra i due paesi.

Nel frattempo, mentre circa 300 consiglieri militari statunitensi arrivavano in Iraq per lavorare a fianco dell’esercito iracheno, l’ISIS ha attaccato la più importante base militare del paese (chiamata “Camp Anaconda” durante l’occupazione statunitense) e ha assunto il controllo di importanti pozzi di petrolio a est di Tikrit, città natale di Saddam Hussein e capoluogo della provincia di Salaheddine. Ci sono state delle esplosione anche nel nord del paese, nella provincia di Ninawa.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di più, e migliori.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la newsletter, una quota minore di inserzioni pubblicitarie, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.