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  • mercoledì 11 Giugno 2014

La schiavitù in Thailandia

Un'inchiesta del Guardian racconta come il mercato locale dei gamberi – quelli che arrivano anche nei nostri supermercati – si basi sul traffico e sul lavoro forzato degli immigrati

Il Guardian ha pubblicato una lunga inchiesta riguardo il traffico di esseri umani nell’industria thailandese del commercio dei gamberi. È una storia interessante non solo per la Thailandia, dato che da lì arrivano molti dei gamberi che si trovano poi in vendita nei supermercati europei. Secondo il Guardian alcuni dei più grossi esportatori di gamberi li allevano in “fattorie” nutrendoli con mangime pescato da navi che impiegano persone non pagate e trattate come schiavi.

Il Guardian ha ricostruito, in particolare, il coinvolgimento indiretto della Charoen Pokphand (CP) Foods, la più grossa azienda allevatrice di gamberi, che acquista mangime per larga parte pescato con questi metodi. Il mangime in questione è composto da parti di pesci troppo piccoli o non adatti al commercio: le navi che lo pescano – e che utilizzano “personale non pagato” – lo portano sulla terraferma ad alcune aziende che lo trasformano in mangime, il quale viene poi venduto a società come la CP. La CP ha un fatturato annuale di circa 2,2 miliardi di euro e vende gamberi e pasti pronti a base di gamberi alle catene di supermercati più note del mondo, come Walmart, Carrefour, Costco e Tesco. Delle 50mila tonnellate di gamberi esportate annualmente dalla Thailandia, il 10 per cento è venduto dalla CP.


Secondo il Guardian, il sistema sfrutta la presenza di migliaia di immigrati provenienti dal Myanmar o dalla Cambogia che cercano lavoro in Thailandia: questi, una volta in Thailandia, pagano un intermediario per procurargli un lavoro, il quale a sua volta li “vende” ai capitani delle barche che pescano mangime per conto di grosse aziende come la CP. I lavoratori in questione scoprono di essere stati venduti solo a bordo della nave, sulla quale sono poi costretti a rimanere per diversi mesi (il Guardian parla anche di «anni»). Ogni lavoratore viene “venduto” a circa 310 euro. In un video pubblicato sul sito e collegato all’inchiesta, il Guardian racconta la storia di un pescatore costretto a lavorare lontano dalla terraferma per più di un anno e mezzo, la cui libertà è stata in seguito “acquistata” da un’associazione benefica locale per circa 550 euro.

Sulle navi, inoltre, si verificano diversi abusi dei diritti umani: secondo le testimonianze raccolte dal giornale, i lavoratori vengono spesso torturati, picchiati e costretti a fare turni di 20 ore. Ad alcuni viene inoltre offerta della metanfetamina per proseguire il proprio lavoro. Altri vengono invece uccisi davanti a tutti gli altri durante una specie di esecuzione. Un marinaio contattato dal Guardian ha detto che in alcuni momenti passati sulla nave credeva «di stare per morire. Il capitano mi teneva legato a delle catene e non gli importava se avessi del cibo o meno. Non gli importava di niente. Mi faceva lavorare all’aperto con la pioggia e il vento. Tutti i miei colleghi erano stati venduti, come me. Eravamo trattati come animali».

Scrive il Guardian

Nonostante la schiavitù sia illegale in ogni paese del mondo, inclusa la Thailandia, in tutto il mondo – secondo un’agenzia dell’ONU – 21 milioni di persone fra uomini, donne e bambini lavorano come schiavi. È probabile che queste persone siano state vendute come una proprietà e costrette a lavorare dietro minacce fisiche e psicologiche, oppure che siano totalmente controllate dai loro “capi”. La Thailandia è considerata sia una notevole fonte, sia un luogo di transito sia una destinazione per queste persone: quasi 500mila persone sono considerate impiegate in una condizione di schiavitù entro i confini thailandesi. Non esiste un registro ufficiale di quanti di essi lavorino come marinai: il governo stima però che dei 300mila lavoratori impiegati nel commercio il 90 per cento di essi siano immigrati, più vulnerabili a essere ingannati, venduti e trafficati per mare.

Il governo thailandese ha fatto sapere al Guardian che considera «il contrasto al traffico di esseri umani una priorità nazionale», ma un dirigente governativo contattato dal giornale ha detto che in realtà il governo «non vuole prendere provvedimenti a riguardo». Secondo alcuni attivisti per i diritti umani, infatti, se i capitani delle barche fossero costretti ad assumere i marinai con un contratto legale il settore ne risentirebbe moltissimo.

Lisa Rende, che fa parte dell’associazione non governativa inglese Anti-Slavery International, ha detto al Guardian che «i grossi marchi e rivenditori possono fare del gran bene senza troppi rischi per se stessi alzando gli standard da richiedere ai propri fornitori. Se le piccole aziende locali realizzano che non soddisfarli significa perdere il lavoro, la cosa può portare un notevole e positivo cambiamento nella vita dei lavoratori immigrati». Il Guardian ha quindi contattato alcuni rappresentanti della più grosse catene di supermercati, i quali hanno fatto sapere che stanno lavorando o si occuperanno in futuro di risolvere la questione, alcuni di essi assieme alla CP. In un comunicato, la stessa CP ha fatto sapere di avere già introdotto controlli più severi riguardo ai propri fornitori di mangime e che sta lavorando per fare a meno del mangime pescato in Thailandia a partire dal 2021.

foto: Paula Bronstein /Getty Images