77 canzoni

Le ha scelte e raccontate Maurizio Blatto per il suo libro Mytunes, una dichiarazione di dipendenza dalla musica

Maurizio Blatto è l’autore di una rubrica sulla rivista musicale Rumore che si chiama “Mytunes”. Lui la spiega così, nell’introduzione al nuovo libro (Baldini&Castoldi) che ne raccoglie 77 puntate, dedicate a 77 diverse canzoni:

Mytunes è una rubrica fissa, mensile, «Rumore», la rivista musicale per la quale scrivo da vent’anni. Ha debuttato nel 2006. Mi ricordo ancora quando ho spiegato la sua banale struttura alla redazione, per telefono. Parlerò della storia della canzone e la mischierò alle mie memorie private. Ci saranno le date e gli aneddoti rock, ma anche i miei amici, la famiglia (dolci e inconsapevoli, che possano perdonarmi), la cosmogonia cattiva del mio vecchio quartiere, i miei genitori (a proposito, tutto quello che li riguarda va considerata pura invenzione, altrimenti mio padre non mi aiuta più con il trapano e mia madre non mi fa l’insalata russa a Natale). Insomma, pop life.

In realtà il libro non è una semplice raccolta di rubriche pubblicate, ma un’antologia nuova e rielaborata, dice Blatto.

Qui non ci sono tutte le mie canzoni preferite. Molte sono davvero quelle che mi hanno salvato la vita e fatto piangere, ma altre figurano semplicemente come perfette meteore di un passato buffo o al pari di buone scrivanie su cui appoggiare filosofia da cameretta. Le ho riprese e ampliate tutte, raddoppiando quasi sempre l’intrusione biografica. E aggiungendone diverse nuove, che rimarranno inedite. Scritte solo ed esclusivamente per questo libro (…)  Quindi più che un remix mi piace considerarle una versione deluxe. Avete presente quelle ristampe di dischi meravigliosi che vengono pubblicate con brani in più, session acustiche e libretto pieno di foto? Immaginate e realizzate anche e soprattutto per i gonzi come noi che così si ricomprano lo stesso disco venti volte? Ecco, qui ci ho messo molto deluxe.

Per ciascuna delle 77 canzoni Blatto racconta storie sue, storie delle canzoni, analisi dei suoi suoni e dei suoi testi, e di nuovo storie sue (c’è un noto precedente del genere, le 31 canzoni di Nick Hornby, in quel caso selezionate per l’attaccamento personale dell’autore): ne abbiamo scelte quindici, estraendo qualche riga dalle diverse pagine che Blatto ha dedicato a ognuna (il libro ha 450 pagine e costa 16 euro).

Highway To Hell
AC/DC
(Highway To Hell, 1979)
Ho avuto, come tutti credo, il mio periodo AC/DC (anche uno brevissimo Saxon, santiddio…) Non rinnego nulla e, anzi, ritengo ancora, ovviamente, che siano insieme a Led Zeppelin e Sabbath degli insuperabili maestri di riff, ma diciamo che non sono esatta- mente la mia pietra angolare. Ci torno ogni tanto, due o tre canzoni, per corroborarmi. Eppure ogni volta che ascolto una loro canzone, esplode in me un sano orgoglio da dopobarba. Torso nudo, birra, cameratismo da spogliatoio. Attenzione, nessuna fregola da machi- smo gangsta, ma semplice e sana primitività. Niente di male, non si vive di solo Jacques Brel. E per far scattare una simile scintilla (in tutti, nessuno escluso) devi essere credibile, «secco», potente e (perché no?) divertente. Devi essere gli AC/DC.

Kelly Watch The Stars
AIR
(Moon Safari, 1998)
Si sa, è stato detto spesso che, soprattutto in Playground Love, il tema de Le vergini suicide di Sofia Coppola, gli AIR ricordano Fausto Papetti. Verissimo. Erotismo vagamente velato. Cos’altro dovevano sugge- rirci le copertine di Papetti con quei seni che svettavano come le cime di Lavaredo e le morbide chiappe riflesse sui sassofoni? Proprio per quello venivano usate. Cara, andiamo di là? Intanto metto un po’ di buona musica. E via di Fausto.

Anima Latina
LUCIO BATTISTI
(Anima Latina, 1974)
Una volta, in un centro sociale, ho sentito uno che sosteneva la necessità di dividersi per poter dar vita a un’occupazione che aves- se una connotazione più ragga e meno vagamente reggae. Giuro. Forse è più facile, tu di qui, io di là. La negazione e la derisione di tutto quanto ti circonda porta implicitamente all’esaltazione del tuo piccolo mondo, a certificarne l’esistenza e la rilevanza assoluta. In musica è persino peggio, le polemiche da bocciofila provinciale sono all’ordine del giorno. Ho assistito a risse nate per stabilire se gli Hüsker Dü fossero o meno «dei venduti alle major». A minacce di graffi in faccia da parte di ultras del pop di Glasgow rivolte a frange armate di quello di Londra sud. Le divisioni paradossali, apparentemente, semplificano la vita. E così, da sempre: Guccini sinistra, Battisti destra, fine della discussione.

Fox In The Snow
BELLE AND SEBASTIAN
(If You’re Feeling Sinister, 2000)
Guardateli, osservate il loro pubblico. Sembra selezionato da un’agenzia interinale specializzata in timidezza: occhiali, poesie, ragazze in sovrappeso, maschi efebici, caschetti anni Sessanta, testi di Dylan, gonne a scacchi ed esperti di scacchi, tessere di bibliote- che, violoncelli, sciarpe da college.
È un mondo e desidero che sia il mio. Voglio arruolarmi in questo Esercito, per la Salvezza di tutti noi. Sento il richiamo. Mi pare necessario dimostrare che indosso letteralmente le vestigia di questa perfezione pop, deve essere una posizione manifesta a tutti: Hermione Granger sarà la nostra regina, affideremo la regia a Char- les Dickens, non ci sono dubbi. Il sacro fervore mi fa sbilanciare e e, proprio per questo, commetto degli errori.

Hey Boy Hey Girl
THE CHEMICAL BROTHERS
(Surrender, 1999)
Ammettiamolo, non c’è niente di naturale nel ballare, è una cosa che va detta una volta per tutte. O ci si prepara alla faccenda come al salto dal trampolino, respiro profondo e via, altrimenti non è che si interrompe una conversazione senza preavviso per andare a muover le suole. Non c’è alcuna continuità d’espressione. E poi su Lebanon, dai.

Esistono ovviamente alcune eccezioni. Due o tre, sostanzialmente. Born To Be Alive di Patrick Hernandez (un capolavoro assoluto), I Feel Love di Donna Summer (il tritasassi ritmico) e Hey Boy Hey Girl dei Chemical Brothers.

Smoke On The Water
DEEP PURPLE
(Machine Head, 1972)
Mia figlia frequenta un corso di chitarra. Pochi giorni fa c’è stato il saggio di fine anno. Genitori schierati su sedioline di plastica e bambini che si avvicendavano al centro della sala e presentavano il loro pezzo. «Valzer», «Canzone popolare», «Inno alla gioia»… Poi è arrivato il più piccolo del corso, pantaloni corti e camicia abbot- tonata sul collo. Si è issato sulla seggiola rossa e ha annunciato a tutti noi :«Brano Rock». Pochi secondi dopo è partita Smoke On The Water. Non ci potevo credere. L’hanno riconosciuta tutti, le mamme che come faccio la pizza io a casa nemmeno a Napoli e i papà che questa qui la sentivo che avevo ancora la moto. Ha dato cenni d’assenso persino uno che indossava abito elegante e infradito con calza bianca sagomata, un crimine estetico frutto del gabbanismo moderno che andrebbe punito con una tortura simile a quella del supplizio dell’eretico medievale. Dondolava la ciabatta (perché questo è) a tempo. Da lì non si sfugge.

I Feel Love
DONNA SUMMER
(I Remember Yesterday, 1977)
Per quanto sembri strano, ballo anch’io ogni tanto. Ho sempre un po’ quello stile da »rapito dalla malavita», con i piedi piantati in parallelo come se me li avessero legati e i polsi che quasi sfregano, appena liberati dalle corde. Mi agito come per districarmi da qual- cosa, ma con misura. Ho la mia cifra, va detto. Comunque, se la canzone è buona, vado. Se mettono disco classica, magari dopo un pezzo più indie rock che così salvo il buon nome, vado sempre.
Nel mio campionario di malattie ho anche questa: colleziono 45 giri disco, possibilmente in stampa italiana, magari con il nome scritto a biro sull’angolo (ne ho quattro con scritto Enzo, i miei favoriti) e il vago sentore che arrivino dagli scaffali della Standa anni Settanta. Mi piace la disco, la considero un vessillo proletario, come la pizza al padellino o la partita in curva mentre piove e lo stadio non è coperto

Just A Little Lovin’
DUSTY SPRINGFIELD
(Dusty in Memphis, 1969)
Sono cose che ti aiutano ad affrontare la giornata mentre ti fai il contropelo al rasoio. Ma l’esercizio più utile, quando la sveglia indica le 7 e 02 AM, è pensare a Just A Little Lovin’. Archi, batteria in scioltezza e la Divina che appoggia lì giusto un po’ d’amore al mattino presto è molto meglio di una tazza di caffè per iniziare la giornata. Diciamocelo, non sempre è un’idea praticabile. I figli da accompagnare a scuola, la faccia calpestata dalle mandrie di bufali notturne, la raccolta differenziata da portare in cortile. Insom- ma intervengono delle variabili che distanziano l’ambizione alla Burt Bacharach della canzone dalla stretta realtà. Un po’ come la colazione a letto che, spero sarete d’accordo, è di una scomodità bestiale, con le briciole delle fette biscottate che poi te le ritrovi tra le lenzuola e quindi nella riga delle chiappe il giorno dopo e il caffè caldo che hai il terrore di rovesciartelo nel parco giochi con una sola mossa azzardata sul materasso.

Hotel California
EAGLES
(Hotel California, 1976)
Comunque è una canzone che genera manie di grandezza. Sul tetto del Forum di Inglewood hanno piazzato recentemente una replica del vinile di Hotel California con un diametro di centoventidue metri, composto da duemila metri di alluminio curvato e da un chilometro di traliccio. Gira pure alla velocità di ventisette chilometri orari, più o meno come la Ritmo azzurra di un mio vicino di casa. È il destino di questa canzone, generare follie inesplicabili limitrofe a legittimi desideri, tipo: «Dai, partiamo e andiamo a fare l’amore al tramonto, nel deserto». «Ma caro, abitiamo in provincia di Gorizia…»

The Killing Moon
ECHO & THE BUNNYMEN
(Ocean Rain, 1984)
Parte quasi psichedelica The Killing Moon, con dieci secondi orientali, poi si distende. Acustica, piano al minuto. Dicono sia facile da suonare. Ci provai anch’io nel tentativo di esorcizzare la mia ossessione. Ogni lunedì mattina, più di dieci anni fa, andavo da un amico punk della primissima ora, oggi stimato bibliotecario. Una persona deliziosa e paziente che non riuscì mai a farci superare l’ostacolo del barrè. Due incapaci io e Giorgio, l’amico con cui mi incaponii su Echo e la luna assassina.

I Say A Little Prayer
ARETHA FRANKLIN
(Aretha Now, 1968)
Quasi tutti hanno avuto il loro «momento Aretha». Magari guardando i Blues Brothers, dove canta Think dentro un fast food, oppure agitandosi proprio su I Say A Little Prayer, usata come sigla- cuscinetto prima dei collegamenti notturni con Città del Messico per le Olimpiadi del 1968. Non si scappa.
Un mio amico mi ha raccontato di averla cantata in un locale karaoke americano, completamente ubriaco, e di aver malaugura- tamente accennato un paio di passi di danza. L’azzardo gli è stato fatale. È scivolato facendo cadere la birra di uno che sembrava un alce con i baffi; l’energumeno non ha preso bene la cosa e gli ha ficcato un cazzotto sulla nuca, facendolo svenire. Ha ripreso co- noscenza in ospedale e ha dovuto pagare una cifra mostruosa per le cure mediche. Ma, nonostante tutto, mi ha confessato di aver continuato a sorridere e canticchiare I Say A Little Prayer. Com- prensibile, ha avuto il suo «momento Aretha», un salvifico istante di follia che ti spinge a vivere come in un musical. Un attimo prima parli, quello dopo fai frullare la gonna o salti a piè pari sul tavolino e canti.

The Lamb Lies Down On Broadway
GENESIS
(The Lamb Lies Down On Broadway, 1974)
Un cassiere della banca dove lavorava mio padre, con la faccia da Brian Eno astigiano e una vita personale una tacca sotto lo zero, mi prestava in rigoroso ordine cronologico l’opera omnia genesisiana. Io l’ascoltavo. Che altro avrei dovuto fare, mettere la colonna sonora di Ho incontrato un’ombra di Berto Pisano e la sua Orchestra, sigla di uno sceneggiato televisivo e, all’epoca, 45 giri preferito di mia madre?
Quando arrivò il momento di The Lamb Lies Down On Broadway non capii più niente. Doppio lp, apribile, con i testi e un racconto di Peter Gabriel. Un concept album. Il concept nooooo! Lo so, ma quello era un mondo pronto e in punta di stereo. Mi ci applicai. Come me moltissimi altri, ho scoperto nel tempo. Alcuni insospet- tabili. Per tutti, quello è stato il disco dell’educazione.

Steppin’Out
JOE JACKSON
(Night And Day, 1982)
Nel 1982 pubblicò Steppin’ Out. Non c’è nulla che spieghi meglio gli anni Ottanta. Che non sono People From Ibiza, ma nemmeno i Teenage Filmstars. Sono questo. La battuta elettronica, quasi un motorik abbinato a Gershwin. Un ritmo costante con pianoforte. E quella così eccitante e, per questo, malinconica sensazione di prepararsi per il meglio. Prepararsi al meglio. Pronti per uscire, le mille luci di New York per uno che poteva appena permettersi di andare a Carmagnola. L’equivalente di Mompracem immaginata da Salgari applicata all’Hotel Ritz di fronte a Central Park. Era così, Joe Jackson con le bretelle e la faccia rotonda e tu che scendevi le scale correndo. E fuori? Fuori una merda. Due pub marci con Pino Daniele e Bob Marley di sottofondo, i tarri che ti davano del frocio se avevi il gel nei capelli (pronti a metterselo loro in testa un anno dopo e a prendersi da noi un ma guarda quel tarro come si pettina), le patatine con la maionese come top della nouvelle cousine. Ma non te ne accorgevi. «Ciao esco» e svolazzavi leggiadro per Parigi, la ville lumière, fino a quando: «Maurizio, porta giù l’immondizia che il cavolfiore poi puzza». Eddai, però. You babe, steppin’ out, into the light, into the night.

The First Picture Of You
THE LOTUS EATERS
(No Sense Of Sin, 1983)
La canzone, va detto, è splendida: un esempio perfetto di one hit wonder. Quando venne suonata per la prima volta nel 1982 alla radio inglese, le reazioni furono scomposte e le major si azzannarono. Fu pubblicata quasi un anno dopo, a luglio, e monopolizzò i palinsesti ovunque, persino qui in Italia. Diventò un hit assoluto senza che la band avesse mai suonato dal vivo. Band peraltro assemblata intorno a Jeremy Kelly e, soprattutto, Peter Coyle che, con occhi languidi e timidezza british, diventò un’icona sexy. Le ragazze della mia città lo inseguirono lungo la statale che collega Torino a Saint-Vincent («Un disco per l’estate» 1985, Lotus Eaters ospiti tra Nino Manfredi ed Everything But The Girl) e noi ci facemmo il doppio taglio con ciuffo panoramico dal parrucchiere con in mano la copertina di No Sense Of Sin. A ognuno la mitologia pop che si merita.

Asleep
THE SMITHS
(12”, b-side di The Boy With The Thorn In His Side, 1985)
Non imparo mai i testi delle canzoni. Un disastro. Vado ai concerti e trovo gente che sa a memoria le parole di gruppi che definire minori è un eufemismo. Le canta a squarciagola. Io mi applico, ma non vado oltre a qualche passaggio isolato. Una strofa o due. Persino con gli Smiths, il gruppo della mia vita. Gli inizi, un pas- saggio chiave e non molto di più. Con una sola eccezione: Asleep. Quella la so. Bello sforzo, Morrissey ripete quasi sempre la stessa cosa. Pazienza, la so comunque, e me ne vanto. È una specie di ninna nanna etichettata come una ballata per suicidi. Non direi. A me, come sempre con gli Smiths, pare una meravigliosa richiesta d’affetto. Un desiderio disperato di essere compresi su poche note di pianoforte. Le suona Johnny Marr che essendo un (fantastico) chitarrista, padroneggia i tasti in modo spontaneo e basilare. Satie made in Manchester. Canta per farmi addormentare e poi lasciami solo. Non cercare di svegliarmi al mattino.

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