• Italia
  • venerdì 16 maggio 2014

La mafia uccise Mauro Rostagno

Adriano Sofri racconta le fasi più importanti del processo che si è concluso ieri, a 26 anni dall'omicidio del giornalista e sociologo, con una verità giuridica definitiva

Nella tarda serata di ieri, giovedì 15 maggio, la Corte d’Assise di Trapani ha condannato all’ergastolo Vincenzo Virga e Vito Mazzara come mandante e esecutore dell’omicidio di Mauro Rostagno, il giornalista ucciso nel 1988 a Lenzi di Valderice. Per la pubblica accusa «il modus operandi seguito nel delitto Rostagno è quello tipicamente mafioso» e il movente sarebbe da ricondurre «all’attività giornalistica di Rostagno, destabilizzante della quiete criminale». Adriano Sofri racconta su Repubblica di oggi le fasi più importanti del processo che è iniziato più di tre anni fa e che si è concluso a 26 anni dall’omicidio.

Si arriva alla condanna attraverso cerchi via via più stringenti. Il primo riguarda il contesto civile. Nel 1988 Mauro Rostagno è da due anni assorbito dal giornalismo militante, condotto con una peculiare franchezza, ironia, spaesamento di linguaggio e gesti. Spaesare, in città belle e tradite come Trapani, è una necessità primaria. È questo il significato della frase di Mauro di cui si è fatto un epitaffio, «sono più trapanese di voi, perché io l’ho scelto…», che costringeva i trapanesi “veraci” a chiedersi che genere di trapanese fosse lui e fossero loro. Mauro proponeva un’altra convivenza. La mafia, diceva, non è solo orribile, efferata, vigliacca, è l’ignoranza di ciò che fa sensata e bella la vita.

Secondo cerchio, il contesto logistico e materiale. La Fiat Uno dell’agguato era stata rubata a Palermo con sei mesi di anticipo e tenuta di riserva. Che si sia potuto rendere un simile dettaglio compatibile con la pista cosiddetta interna alla comunità Saman, o con quella del “delitto fra compagni”, è difficile ammettere. E anche il fucile “esploso” — non era esploso, hanno stabilito i periti — diventava il pretesto per escludere la pista mafiosa, benché incidenti analoghi non siano stati rari nei delitti di mafia. L’argomento segnala la soggezione, fra ammirata e spaventata, nei confronti della mafia: cui si farebbe torto a dubitare che non sia perfettamente efficiente nella sua potenza di fuoco, e nella sua onnipotenza. Alla mafia le armi non si inceppano, i fucili non si spezzano. Di qui la versione dell’impresa da “balordi”: che aveva bisogno di negare a oltranza il fatto che Mauro viene colpito, fermato e finito da due armi diverse maneggiate a regola d’arte, e la sua passeggera, che lui già ferito si premura di difendere, esce illesa. Allora si è detto che lei, Monica Serra, ha mentito, che era scesa dall’auto, che tutto è stato una messinscena balorda e insieme perfetta. Solo che era rimasta illesa anche la moglie dell’agente di polizia penitenziaria Giuseppe Montalto, seduta accanto a lui in auto, con una bambina in braccio e un’altra nel grembo, e ad ammazzare Montalto era stato il Vito Mazzara oggi condannato per aver sparato a Mauro.

(Continua a leggere l’articolo di Repubblica)

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