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  • mercoledì 7 maggio 2014

Il ritorno di Monica Lewinsky

Un'intervista a Vanity Fair ha riportato l'attenzione dei media mondiali sulla ex stagista di Bill Clinton e sulla storia che la riguardò quasi vent'anni fa (sicuri di ricordarla tutta?)

di Francesco Costa – @francescocosta

L’edizione statunitense di Vanity Fair uscirà questo mese (negli Stati Uniti è un mensile, mentre in Italia è settimanale) con un’intervista a Monica Lewinsky, la donna diventata improvvisamente famosissima negli anni Novanta perché al centro di una relazione – e di un conseguente enorme scandalo politico – con l’allora presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton.

Lewinsky non parlava pubblicamente da più di dieci anni: oggi ne ha 40 e dice di essere «profondamente dispiaciuta» per quanto accaduto con Bill Clinton. Nell’intervista – di cui è disponibile online un sunto, mentre da giovedì 8 sarà online la versione integrale – Lewinsky dice che la sua relazione con Clinton era una relazione tra due adulti consenzienti ma tutto quello che arrivò dopo – l’umiliazione, il trattamento dei media, le accuse – furono una conseguenza del fatto che «il mio capo si approfittò di me». «La nostra relazione è stata consensuale», dice Lewinsky, «ma gli abusi sono arrivati dopo, quando fui trasformata in un capro espiatorio per proteggere la sua posizione».

Lewinsky dice di aver faticato moltissimo a rifarsi una vita, a trovare un lavoro e degli amici, e dice di aver deciso di parlare di nuovo di quanto le è successo, dieci anni dopo, quando ha letto del suicidio di Tyler Clementi, un diciottenne americano che fu filmato di nascosto mentre baciava un altro ragazzo. Clementi fu insultato e bullizzato, finì per buttarsi da un ponte. Lewinsky dice di aver rivisto sua madre – che nei giorni dello scandalo non la lasciava sola un secondo – nella madre di Clementi. È probabilmente vero che se il caso Lewinsky avvenisse adesso, qualche reazione della stampa e dell’opinione pubblica sarebbe diversa: soprattutto negli Stati Uniti, infatti, le sensibilità su questioni come i diritti delle donne, i comportamenti degli “uomini potenti” sul posto di lavoro e il bullismo delle masse sono cambiate molto. Monica Lewinsky, che all’epoca aveva poco più di vent’anni, oggi riceverebbe lo stesso trattamento?

Come andarono le cose
Il 17 gennaio del 1998, più o meno a metà del secondo mandato da presidente di Bill Clinton, il sito Internet Drudge Report – una specie di Dagospia ante litteram, dai toni molto sensazionalisti e le idee molto di destra – raccontò che la redazione di Newsweek aveva deciso all’ultimo minuto di non includere nel suo numero settimanale un articolo su una relazione tra il presidente degli Stati Uniti e una stagista di 23 anni. L’inchiesta arrivò qualche giorno dopo sul Washington Post: raccontava delle “lettere d’amore” inviate dalla stagista al presidente, dei loro “incontri” in vari luoghi della Casa Bianca e dell’esistenza di registrazioni che le avrebbero provate. Fu svelata l’identità della stagista, che si chiamava Monica Lewinsky: aveva lavorato a lungo alla Casa Bianca e da pochi mesi era stata trasferita al Pentagono.

È possibile immaginare il clamoroso impatto che ebbe la notizia, e non solo per i suoi aspetti più torbidi e letterari. Bill Clinton aveva 52 anni, era sposato, aveva una figlia ed era il cosiddetto “leader del mondo libero”: l’uomo più potente e famoso del mondo. Dopo oltre una settimana di completo silenzio sulla questione, il 26 gennaio Clinton e sua moglie Hillary si presentarono davanti ai giornalisti della Casa Bianca. Clinton disse una frase destinata suo malgrado a passare alla storia.

«Voglio dire una cosa agli americani. Ascoltatemi bene. Lo ripeto: non ho avuto rapporti sessuali con questa donna. Non ho chiesto a nessuno di mentire, non una sola volta: mai. Queste accuse sono false»

Cos’era successo?
Monica Lewinsky era stata assunta alla Casa Bianca tre anni prima, nel 1995, come stagista. Nel corso delle settimane conobbe il presidente Clinton e strinse con lui un rapporto di intima confidenza. Alla fine dell’anno e del suo stage Lewinsky fu assunta dall’ufficio legislativo e le venne assegnata una mansione che la portava a consegnare più volte al giorno documenti nello Studio Ovale. Nell’aprile del 1996, improvvisamente, Lewinsky fu trasferita al Pentagono. La persona che prese questa decisione, Evelyn Lieberman, disse poi al New York Times di averlo fatto per via del comportamento immaturo e inadeguato mostrato da Lewinsky nel suo lavoro.

Una volta al Pentagono, Lewinsky diventò particolarmente amica di una sua nuova collega, Linda Tripp. Nell’estate del 1996 Lewinsky raccontò a Tripp di avere avuto una relazione con Bill Clinton, più profonda della semplice confidenza. Su consiglio di una sua amica, un anno dopo Tripp cominciò a registrare le sue telefonate con Monica Lewinsky, raccogliendo così varie testimonianze della relazione tra lei e Bill Clinton e dei loro rapporti. Raccolto un po’ di materiale, nell’ottobre del 1997 Linda Tripp incontrò due giornalisti di Newsweek e disse loro di essere in possesso di quelle registrazioni. Tripp ha sempre detto di aver agito nell’interesse della patria.

Il precedente cruciale: il processo Paula Jones
Tra la fine del 1997 e la pubblicazione degli articoli, all’inizio del 1998, avvenne un evento cruciale per l’evoluzione della storia, che ci costringe a fare un passo indietro. Il 6 maggio del 1994, infatti, una donna di nome Paula Jones aveva denunciato Bill Clinton per molestie sessuali. Sosteneva di essere stata molestata l’8 maggio del 1991, quando Clinton era governatore dell’Arkansas. Clinton respinse ogni accusa e alla fine del processo – che si tenne quindi durante il suo mandato da presidente – fu assolto, dato che non c’erano prove delle presunte molestie. Durante le audizioni del processo, però, gli avvocati di Paula Jones portarono in aula sia Clinton che alcune dipendenti della Casa Bianca tra quelle che lavoravano più a stretto contatto con lui, e tra queste Monica Lewinsky. Sia Clinton che Lewinsky negarono sotto giuramento di avere avuto rapporti o relazioni di tipo sessuale.

Arriva Kenneth Starr
Linda Tripp, la collega di Monica Lewinsky al Pentagono, non parlò solo con i giornalisti di Newsweek. Il 7 gennaio del 1998 incontrò Kenneth Starr, procuratore speciale degli Stati Uniti, repubblicano, che stava già indagando su alcuni scandali minori occorsi all’amministrazione Clinton. Tripp raccontò a Starr la sua storia e offrì le registrazioni. Pochi giorni dopo, il 14 gennaio del 1998, Linda Tripp incontrò di nuovo Monica Lewinsky con addosso un registratore: Tripp la fece parlare di nuovo della sua relazione con Clinton e della sua testimonianza al processo per molestie; Lewinsky le dette una copia di un documento intitolato “Cose da dire durante la testimonianza”, dicendo che le era stato consegnato da una dipendente della Casa Bianca. Il documento conteneva una guida con le cose da dire e da non dire durante la sua deposizione. Tre giorni dopo, il 17 gennaio del 1998, Drudge Report fece venire a galla l’intera faccenda. Torniamo al punto di partenza: è l’inizio del cosiddetto “Sexgate”.

L’inchiesta di Starr
Mentre i giornali e le tv di mezzo mondo letteralmente non parlavano d’altro che dello scandalo e della relazione – che Bill Clinton continuava a negare – e Monica Lewinsky aveva un esercito di giornalisti esaltati dietro la porta di casa e ovunque andasse, a qualsiasi ora del giorno e della notte, Starr iniziò a indagare: non tanto sull’allora presunta relazione ma sul fatto che la Casa Bianca avesse o no “addestrato” il testimone di un processo allo scopo di proteggere il presidente. Starr convocò uno a uno tutti i dipendenti della Casa Bianca, li interrogò e confrontò le loro deposizioni. Clinton e i democratici lo accusarono di voler soltanto danneggiare l’amministrazione per avvantaggiare i repubblicani. La battaglia legale fu molto accesa e durò mesi. Clinton continuò a negare di avere avuto qualsiasi tipo di relazione impropria con Monica Lewinsky, mentre la stessa Lewinsky trattava con Starr in cerca di un accordo per avere l’immunità. Linda Tripp fu ascoltata tre volte, le sue registrazioni di Monica Lewinsky furono messe agli atti ma fu aperto un altro procedimento riguardo la liceità delle sue azioni e quindi la possibilità di utilizzare o no in un processo il contenuto di nastri registrati illegalmente. Alla fine, il 28 luglio Monica Lewinsky trovò un accordo con Kenneth Starr: a lei e ai suoi parenti andò la completa immunità, a Kenneth Starr arrivò una piena confessione. Il giorno dopo Bill Clinton annunciò che si sarebbe presentato spontaneamente a testimoniare.

Cosa disse Monica Lewinsky
Nella sua confessione Monica Lewinsky disse di non avere mai avuto rapporti sessuali con Clinton, ma di avergli praticato del sesso orale in varie occasioni. Il 15 novembre del 1995, in un ufficio adiacente allo Studio Ovale; il 17 novembre del 1995, mentre Bill Clinton era al telefono con un deputato; il 31 dicembre del 1995 in una sala della Casa Bianca; il 7 gennaio del 1996 nello Studio Ovale; il 21 gennaio del 1996 in un androne adiacente allo Studio Ovale; il 4 febbraio del 1996 nello Studio Ovale; il 31 marzo del 1996 vicino allo Studio Ovale; il 28 febbraio del 1997 vicino allo Studio Ovale; il 29 marzo 1997 in una sala della Casa Bianca. Lewinsky consegnò all’FBI un suo vestito blu: disse che lo indossava il 28 febbraio 1997 e che su quel vestito ci sono tracce dello sperma di Bill Clinton, come poi gli esami accerteranno.

Cosa disse Bill Clinton
Il 17 agosto del 1998 Bill Clinton diventò il primo presidente in carica a deporre davanti a una giuria che indagava sulla sua condotta. Subito dopo la deposizione, durante la quale Clinton ammise di aver avuto una relazione con Monica Lewinsky, Clinton apparve in tv.

«Buona sera. Questo pomeriggio, in questa stanza, da questa sedia, ho testimoniato davanti al procuratore speciale e a una giuria. Ho risposto sinceramente alle loro domande, anche quelle riguardo la mia vita privata: domande a cui nessun cittadino americano vorrebbe mai rispondere. Ad ogni modo, non posso che prendermi la completa responsabilità per le mie azioni, pubbliche e private. E per questo vi parlo stasera.

Come sapete, durante una deposizione lo scorso gennaio, mi fu chiesto del mio rapporto con Monica Lewinsky. Per quanto le mie risposte furono legalmente precise, ho omesso delle informazioni. Ho avuto effettivamente una relazione inappropriata con la signorina Lewinsky. È stato sbagliato. È stato un grave errore di giudizio e un fallimento personale del quale sono il solo e l’unico responsabile. Ma ho detto alla giuria, e ripeto a voi adesso, che mai ho chiesto a qualcuno di mentire, di nascondere o di distruggere prove, o di fare qualsiasi cosa di illegale. So che le mie parole e i miei silenzi su questa storia hanno dato un’impressione sbagliata. Ho ingannato le persone, inclusa mia moglie. Me ne dispiaccio moltissimo.

Posso solo dire di averlo fatto per molti motivi. Innanzitutto il desiderio di proteggere me stesso dall’imbarazzo. Inoltre volevo proteggere la mia famiglia. Ha influito il fatto che queste domande venissero poste nell’ambito di un processo che aveva motivazioni politiche, e che nel frattempo è finito con la mia assoluzione (parla del caso Paola Jones). Inoltre, avevo grosse preoccupazioni riguardo il senso di un’inchiesta indipendente che scava dentro storie private vecchie anni, nelle quali nessuno ha mai trovato niente di illegale o sbagliato. L’inchiesta si è spinta a coinvolgere il mio staff e i miei amici, e le loro vite private: oggi la stessa inchiesta è sotto inchiesta. Questa storia è già andata avanti troppo, sta costando troppo e sta ferendo troppe persone innocenti.

Ora la questione riguarda me, le due persone che amo di più – mia moglie e mia figlia – e il nostro Dio. Devo sistemare le cose e sono pronto a fare qualsiasi cosa. Niente è più importante per me. Ma è una questione privata, e intendo riavere indietro le vite della mia famiglia. Non sono affari di nessuno se non nostri. Anche i presidenti hanno vite private. È tempo di interrompere la ricerca della distruzione personale e dell’intrusione nelle vite private a scopo politico, e portare avanti la vita della nostra nazione. Il nostro paese è stato distratto da questa storia troppo a lungo, e mi prendo per questo la mia parte di responsabilità. È l’unica cosa che posso fare.

Ora è arrivato il momento di andare avanti –– anzi, è già passato. Abbiamo cose importanti da fare, opportunità da cogliere, problemi da risolvere, questioni da affrontare. Stasera vi chiedo di abbandonare lo spettacolo di questi sette mesi, di riparare il nostro dibattito pubblico e restituire la vostra attenzione alle sfide e alle promesse del nuovo secolo americano. Grazie per la vostra attenzione e buonanotte»

I documenti al Congresso
Il mese successivo il procuratore Starr, su richiesta della Camera, inviò al Congresso un rapporto lungo 453 pagine e 36 scatoloni pieni di prove, rapporti, referti, testimonianze, video e verbali riguardo il caso. I repubblicani diffusero immediatamente il rapporto di Starr su Internet. Il rapporto conteneva le deposizioni di Clinton durante il caso Lewinsky e durante il caso Jones, asciutte e dettagliate: tutto diventò pubblico, compreso un passaggio fondamentale, quello in cui Starr chiese a Clinton dell’affermazione resa durante il processo per le molestie a Paula Jones, quando aveva negato la relazione con Lewinsky. Clinton disse che non aveva considerato il sesso orale un “atto sessuale” perché, ricevendolo, non era entrato in contatto con nessuna delle parti del corpo di Monica Lewinsky indicate dal documento come “zone sessuali”, né era sua intenzione “gratificarla” dal punto di vista sessuale. Quindi sostenne di non avere mentito sotto giuramento durante quella deposizione.

L’impeachment
I repubblicani alla Camera avviarono le pratiche per chiedere l’impeachment di Clinton, accusato di aver mentito sia durante la deposizione che in tv, e aver quindi detto bugie agli americani: la legge degli Stati Uniti, infatti, permette al Congresso di rimuovere il presidente degli Stati Uniti in caso di corruzione, tradimento o comunque crimini molto gravi. Serve un voto a maggioranza semplice della Camera per cominciare il processo, un’inchiesta parlamentare e poi di nuovo un voto della Camera a maggioranza semplice e un voto dei due terzi del Senato per concluderlo con la rimozione del presidente. L’8 ottobre del 1998 la Camera, a maggioranza repubblicana, votò per autorizzare l’impeachment: Bill Clinton diventò il secondo presidente nella storia degli Stati Uniti a subire questo procedimento, dopo il democratico Johnson nel 1868. Iniziò il processo e a metà dicembre la Camera formulò due accuse a Clinton, accusandolo di spergiuro e di aver ostacolato la giustizia.

Il 18 dicembre del 1998 la Camera si riunì e, a 130 anni dal voto su Andrew Johnson, votò a maggioranza l’impeachment di Bill Clinton. Il 7 gennaio cominciò il processo al Senato, dove i repubblicani avevano una maggioranza di 55 voti su 100 (e quindi meno dei due terzi necessari per rimuovere Clinton dalla Casa Bianca). Il 12 febbraio il Senato si riunì per il voto finale sulle due accuse: 45 senatori su 100 votarono perché Clinton fosse considerato colpevole di spergiuro, 50 senatori su 100 votarono perché Clinton fosse considerato colpevole di avere ostacolato la giustizia. In nessuno dei due casi si raggiunsero i due terzi, Clinton era salvo. Due ore dopo, alla Casa Bianca, Clinton si disse di nuovo molto dispiaciuto. Monica Lewinsky a quel punto aveva 25 anni: visse qualche anno di grande popolarità, fece interviste e spot pubblicitari, scrisse un libro. Poi nel 2005 si stufò delle attenzioni dei media, mollò tutto e si trasferì a Londra, dove ha conseguito un master in psicologia alla London School of Economics.

La popolarità di Clinton
Per quanto tutto fosse certamente gravissimo e imbarazzante, la popolarità di Clinton non conobbe alcuna flessione durante lo scandalo e il processo. L’economia degli Stati Uniti stava vivendo un periodo di crescita con pochi precedenti nella storia americana e davanti alle accuse rabbiose dei repubblicani la maggior parte dei cittadini americani si schierò dalla parte di Clinton, il cui gradimento stazionava stabilmente intorno al 60 per cento – per capirsi, ora Obama galleggia intorno al 40 per cento – e durante il processo salì fino a superare il 70 per cento degli elettori statunitensi. Anche perché nel frattempo la stampa scoprì diversi casi di infedeltà coniugali, bugie e scorrettezze proprio da parte di alcuni dei repubblicani più feroci nei confronti dello stesso Clinton.

Uno di questi era Newt Gingrich, presidente della Camera e capo dei repubblicani. Gingrich tradì la sua prima moglie, che era una sua ex insegnante al liceo, e le chiese il divorzio quando questa era malata di cancro (lei ha detto addirittura che le portò in ospedale le carte da firmare poco dopo l’intervento chirurgico). Si sposò con quella che era stata la sua amante e poi tradì anche lei, proprio negli stessi giorni in cui accusava Bill Clinton per via della sua infedeltà e del suo aver mentito sotto giuramento. Successivamente divorziò di nuovo e sposò la sua amante. Tre anni fa, durante un’intervista, spiegò così la sua infedeltà coniugale: «Non c’è dubbio che in certi momenti della mia vita, in parte a causa della passione che provo per questo paese, ho lavorato troppo: questo ha fatto sì che succedessero cose inappropriate».

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