• Cultura
  • mercoledì 16 Aprile 2014

Quando Berlusconi chiamò Dell’Utri

Un capitolo del nuovo libro di Enrico Deaglio racconta l'inizio del loro rapporto e della storia per cui Dell'Utri è stato condannato

di Enrico Deaglio

A trentotto anni Silvio Berlusconi ebbe un incontro che non avrebbe mai dimenticato. Imprenditore edile emergente, anzi molto vistoso, Berlusconi stava edificando a Segrate, alle porte di Linate, una vera e propria città satellite destinata a edilizia residenziale. Un cantiere enorme – costava 500 milioni di lire al giorno di spese e stipendi – un’intensa attività di lobbying, per esempio per ottenere lo spostamento delle linee aeree in decollo e in atterraggio al vicino aeroporto.

Che il giovane fosse affetto da mania di grandezza, lo si vide quando portò a termine un favoloso acquisto immobiliare, Villa San Martino di Arcore, una delle più imponenti e belle tra le storiche dimore della Lombardia, una sorta di reggia con un parco secolare, cascine, scuderie, case coloniche, piscine e aziende agricole. All’interno una grande pinacoteca con dipinti del Quindicesimo e Sedicesimo secolo e un’imponente biblioteca di libri antichi.

L’ultimo proprietario della villa, il marchese Camillo Casati Stampa, era appena stato il protagonista e la vittima finale di un delitto passionale che aveva fatto la fortuna dei rotocalchi. Il marchese, che amava assistere agli amplessi della moglie con amanti occasionali, uccise lei e l’ultimo dei suoi accompagnatori e poi si suicidò con una Browning calibro 12, nel suo palazzo romano di via Puccini. Erede della fortuna dei Casati rimase la figlia, allora minorenne, Anna. Questa venne convinta dal suo legale ed ex protutore, l’avvocato Cesare Previti (uno dei primi soci di Berlusconi nelle sue imprese, e futuro ministro), a vendere un patrimonio valutato circa 3 miliardi di lire per appena 500 milioni, che l’acquirente pagò – sempre in ritardo – a rate.

Certo, nella Milano pettegola e attenta ai bilanci, un tipo così attirava l’attenzione. Chi era? Da dove veniva? Chi gli dava i soldi? Che senso aveva quella dimora regale? Come avrebbe fatto a pagarla e soprattutto a mantenerla? E così il giovane costruttore edile entrò nel mirino degli interessi della mafia a Milano. Anche loro erano interessati a vederci chiaro. In quegli anni, infatti, venne attuata quella temutissima tassa patrimoniale di cui tanto si parlava. La attuarono, contro i ricchi del Nord Italia, agguerriti gruppi della criminalità sarda, calabrese e siciliana, con lo strumento del sequestro di persona. Furono centinaia le vittime, alcune delle quali morirono durante la prigionia, e molte tornarono con danni irreparabili. Erano in genere sequestri lunghi mesi, che implicavano trattative laboriose; ma alla fine i sequestratori si portavano a casa miliardi. Questi soldi, che un economista definirebbe l’accumulazione primaria, furono la base dello sviluppo dell’economia mafiosa moderna. Capitali, in genere scottanti per la loro tracciabilità, che dovevano essere riciclati e reinvestiti. Milano era il principale luogo di commissione del delitto e di reinvestimento dei capitali.

Naturalmente toccò anche a Silvio Berlusconi; l’imprenditore era in una posizione veramente scomoda, perché non aveva di certo mai avuto una gran voglia di raccontare i fatti suoi agli inquirenti, soprattutto quelli riguardanti la propria situazione finanziaria. È lui stesso a ricordare che venne atrocemente minacciato; minacciato suo padre Luigi, minacciato di rapimento e di uccisione il suo primo figlio maschio, Piersilvio. Minacciato lui stesso, tanto che per alcuni mesi tutta la famiglia si trasferì in Spagna. La storia, come la raccontò poi lo stesso Berlusconi, dice che il giovane imprenditore si ricordò di un compagno di università, un siciliano più giovane di lui di cinque anni, che aveva conosciuto ai corsi estivi dell’Opus Dei a Carate Urio (Co), nel delizioso castello dov’è coltivata la memoria del fondatore dell’ordine, Josemaría Escrivá de Balaguer (e voi che credevate che il giovane Silvio passasse le vacanze a cantare sulle navi da crociera….). Chiese a don Bruno Padula, il responsabile dell’Opus, di rintracciare Marcello Dell’Utri e di domandargli se fosse disposto a venire a dargli una mano a Milano. Dell’Utri, giovane laureato in Legge, aveva trovato un impiego in banca e si annoiava terribilmente dietro lo sportello della Sicilcassa nel piccolo paese di Belmonte Mezzagno, a diciotto chilometri da Palermo, in direzione Corleone. Decise in un lampo, tirò giù la serranda e corse a Milano. Berlusconi lo nominò suo segretario particolare e amministratore della società San Martino, proprietaria della villa di Arcore. Ed è allora che Dell’Utri organizza quell’incontro, così memorabile. Nella sede della Edilnord, a Milano, arrivarono un giorno i maggiori capi di Cosa nostra, organizzazione di cui peraltro all’epoca si negava addirittura l’esistenza. Venivano a conoscere il giovane imprenditore milanese di cui tanto si parlava. Tutta la scena è vividamente descritta nelle motivazioni di sentenza di condanna in appello di Marcello Dell’Utri del 2013.

Si sedettero intorno al tavolo e stipularono un contratto. Eccoli: il signor Gaetano Cinà, il signor Mimmo Teresi, il signor Francesco Di Carlo e, il più importante di tutti, il signor Stefano Bontate.

Gaetano Cinà, allora trentenne, era un giovane boss appartenente all’antica famiglia dei Malaspina, ufficialmente titolare solo di una piccola lavanderia. Defilato e discreto, era uno dei più costanti frequentatori della piazza milanese, su cui manteneva una sorta di comando. (Marcello Dell’Utri era “persona sua”.)

Francesco Di Carlo, trentadue anni, era anche lui di lombi mafiosi, dell’altrettanto antica famiglia di Altofonte, trafficante internazionale di eroina con un’attività industriale che spaziava dall’Inghilterra al Venezuela.

Girolamo Teresi, detto Mimmo, cognato di Bontate, era di fatto uno dei suoi segretari, anche per gli affari spicci. Secondo quanto disse poi Tommaso Buscetta, nel 1970 avrebbe provveduto per ordine di Bontate a eliminare dalla scena un giornalista diventato troppo curioso su affari di mafia e politica, Mauro De Mauro, del quotidiano “L’Ora”.

Ma il capo vero, seduto a quel tavolo della ditta Edilnord, era Stefano Bontate, detto “il Principe di Villagrazia”. Secondo Di Carlo, i siciliani furono colpiti dal fatto che l’industriale milanese fosse vestito casual, senza giacca e con il maglione, mentre Berlusconi rimase impressionato dallo stile dei palermitani. E in effetti Bontate aveva fama di essere colto, di buona conversazione, elegante nel vestire. Aveva frequentato il Gonzaga, il liceo bene di Palermo e qualche anno di università. Comandava, a soli trentasei anni, la più numerosa delle famiglie mafiose palermitane, quella del quartiere di Santa Maria del Gesù, forte di duecento soldati. Aveva ricevuto il comando dal padre, don Paolino Bontate, industriale, grande elettore democristiano; Stefano aveva coltivato moltissimo la politica, oltre che compiere il suo apprendistato di omicidi ed estorsioni, sia nella massoneria sia nella Democrazia cristiana. Amico dei potenti siciliani, aveva udienza a Roma da Giulio Andreotti, cui garantiva una messe di voti elettorali e a cui forniva nell’isola una quantità non piccola di servizi. Al vertice di Cosa nostra insieme al famoso Gaetano Badalamenti (l’uomo che aveva costruito l’aeroporto di Punta Raisi) e a Luciano Liggio di Corleone, Stefano Bontate aveva aumentato a dismisura la sua potenza economica con il traffico di eroina verso gli Stati Uniti, che uomini della sua famiglia raffinavano in quantità enormi, e di cui ora aveva il virtuale monopolio.

L’incontro fu molto soddisfacente per tutti i componenti. Si parlò di grande edilizia – i palermitani tendevano a vedere quello che Berlusconi faceva a Milano come una copia di quello che avevano fatto loro a Palermo – e naturalmente si parlò di sicurezza. Si concluse che questa sarebbe stata assicurata da Vittorio Mangano, per cui garantiva Bontate in persona; Mangano avrebbe organizzato il servizio trasferendosi nella villa di Arcore con la sua famiglia, per il compenso di cinquanta milioni annui. Per la protezione accordata, i palermitani si sarebbero accontentati di duecento milioni annui. La prima tranche venne consegnata contestualmente da Berlusconi nelle mani di Cinà. Marcello Dell’Utri sarebbe stato il collegamento tra Berlusconi e Palermo, per qualsiasi problema. Di fatto, il giovane costruttore milanese aveva consegnato la sua vita, la sua villa e i suoi affari a un gruppo di distinti signori di cui sicuramente ignorava i tanti segreti.

(Quasi quarant’anni dopo, nel 2013, quando vennero pubblicate le motivazioni di condanna a Marcello Dell’Utri per mafia – condanna impugnata, che ora pende in Cassazione – i giudici della Corte d’appello di Palermo furono molto precisi e specificarono il tipo di contratto che allora venne stipulato. “Sinallagmatico”, ovvero, tra due parti uguali fra loro, e revocabile solo con il consenso di entrambe.)

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