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  • lunedì 7 aprile 2014

Il calo delle nascite non è una catastrofe

L'umanità ha molti problemi di cui preoccuparsi e il tasso di natalità non è uno di questi, sostengono due studiosi sul New York Times

Generalmente i cambiamenti demografici vengono presentati come l’inizio della fine: che la popolazione sia in aumento, o in diminuzione, che invecchi o diventi più giovane, se ne parla sempre presentando scenari apocalittici e da fine del mondo. Michael Teitelbaum e Jay Winter, con un articolo sul New York Times, hanno spiegato che dovremmo avere un atteggiamento più cauto rispetto a queste cose e che i cambiamenti demografici raramente sono una tragedia.

Circa metà della popolazione mondiale, come aveva mostrato lo scorso anno un rapporto delle Nazioni Unite, vive in paesi dove il tasso di fecondità è sceso sotto il 2,1 – in media, nel corso della sua vita, ogni donna avrà meno di due figli. Come hanno spiegato Michael Teitelbaum e Jay Winter, questo causa grande nervosismo soprattutto nei paesi occidentali e sviluppati, che hanno quasi tutti un tasso di fecondità piuttosto basso e le cui popolazioni, sul lungo periodo, diminuiranno. Un tasso di 2,1, infatti, non è un valore qualsiasi: è il tasso di fecondità che permette a una popolazione di rimanere costante nel numero. Detta brutalmente: entrambi i genitori vengono rimpiazzati.

I timori legati alle variazioni demografiche sono piuttosto diffusi e non sono nuovi: quando la popolazione aumenta si comincia a parlare della scarsità delle risorse e di come questa produrrà scenari apocalittici; quando la popolazione diminuisce, come in questo caso, si teme che le economie dei paesi interessati non siano più sostenibili – meno gente lavora, più gente percepisce una pensione – e che gli effetti siano altrettanto apocalittici. Come mostra l’articolo del New York Times, già Theodore Roosevelt aveva messo in guardia rispetto a quello che lui definiva il “suicidio degli anglosassoni”: durante gli anni della Depressione le teorie sulla crisi della natalità si erano diffuse moltissimo e oggi ritornano con un certo vigore. Libri con titoli evocativi come “La fine delle nascite” o “La culla vuota” riscuotono un certo successo, tuttavia questi toni sono largamente ingiustificati e derivano da una comprensione sbagliata di come funzionano i trend demografici e di quello che comportano.

La decrescita della popolazione, storicamente, è stata vista come un problema sia per l’economia – come abbiamo detto, crea uno scompenso tra il numero di pensionati, in aumento, e quello dei lavoratori, in diminuzione – che per la difesa: si è sempre pensato che servano eserciti ampi e numerosi per garantire la sicurezza nazionale. Oggi, tuttavia, le cose sono cambiate:

In verità la diminuzione della crescita della popolazione crea enormi possibilità per l’umanità. In un’era di cambiamenti climatici irreversibili e continue minacce di crisi nucleari, l’equazione tra popolazione e potere semplicemente non è più vera, contrariamente a quello che molti leader, nella storia, hanno creduto. La bassa fecondità è interamente una funzione dell’aumento della ricchezza e del secolarismo, ed è quasi universale.

In primo luogo, argomentano Teitelbaum e Winter, la diminuzione del tasso di fecondità non significa un’immediata diminuzione della popolazione: salvo in presenza di significativi fattori esterni, come nel caso della Russia post Sovietica dove il crollo delle nascite fu accompagnato da un aumento della mortalità dovuto ad abuso di alcolici, ci vogliono decine di anni prima che una popolazione con bassa fecondità cominci a decrescere in numero.

In secondo luogo la decrescita della popolazione può anche avere degli aspetti positivi, che spesso vengono trascurati per occuparsi dei problemi e degli scenari catastrofici. La diminuzione della fecondità, per esempio, è correlata ovunque con un miglioramento della condizione delle donne: donne più emancipate, libere di decidere cosa fare delle loro vite, studiano e lavorano più a lungo e spesso scelgono di fare meno figli. Momentanei cali della popolazione, inoltre, possono avere effetti positivi anche sull’economia: dover concentrare meno risorse sui neonati significa, per molti paesi, poter spendere di più per l’istruzione di ogni singola persona. Questo spesso si traduce in maggiore produttività economica e in fin dei conti maggiore benessere:

Bambini, adolescenti e giovani adulti sono generalmente meno produttivi di lavoratori di mezza età con più esperienza, specialmente ora che aumentano i lavori nel settore dei servizi e diminuiscono i lavori fisici nell’agricoltura e nell’industria. Meno bambini hanno bisogno di educazione primaria e secondaria, più risorse possono essere spese in istruzione di alta qualità e nel miglioramento dell’accesso alla scuola e alle università per adolescenti e giovani adulti.

Infine, bassi tassi di fecondità, sul medio periodo, portano a una maggiore stabilità sociale: nei paesi con alta natalità molti adulti faticano a trovare lavoro e a formarsi una famiglia e, spiega l’articolo, diversi esperti hanno attribuito a questo la nascita di movimenti sociali a volte tumultuosi e delicati da gestire, per non parlare dei posti in cui questo tipo di disagio diventa violenza e terrorismo.

Nonostante queste considerazioni mostrino come non sia necessario trattare il calo della fecondità come un disastro, è vero che la questione pone alcuni problemi. Su tutti il fatto che i sistemi pensionistici di molti paesi sviluppati sono stati pensati quando le loro popolazioni erano in aumento e se non verranno rivisti e rimodellati diventeranno quasi certamente insostenibili, visto che contemporaneamente al calo delle nascite l’aspettativa di vita è in continuo aumento.

Tuttavia, la bassa fecondità può essere tenuta sotto controllo e i suoi effetti possono quindi essere mitigati. Le prime ragioni per la scarsa fecondità sono di natura economica: il timore che molti giovani adulti hanno di non poter provvedere adeguatamente per la loro famiglia, unito alla necessità di dover studiare per moltissimi anni per poter competere sul mercato del lavoro, sono tra le prime cause della diminuzione delle nascite in paesi come l’Italia e gli Stati Uniti. A questi problemi, dunque, si possono porre delle soluzioni: la Svezia, per esempio, nel corso degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, ha avuto un tasso di fecondità dell’1,6 ma è riuscita a riportarlo intorno all’1,9, attraverso l’attuazione di meccanismi di aiuto per le giovani famiglie con bambini. Similmente la Francia, che ha uno dei sistemi di welfare più attenti alle giovani famiglie (lo stato aiuta a pagare le rette degli asili nido, per esempio), ha un indice di fecondità di poco superiore al 2 e non è mai sceso a livelli preoccupanti.

Nonostante questo, conclude l’articolo del New York Times:

Con l’economia globale così fragile, è sicuro che questi infausti piagnistei riguardo i pericoli che corrono le nostre geriatriche società continueranno a diffondersi. La rovina del mondo, di un tipo o di un altro, è una moda ricorrente. Come la maggior parte delle mode, anche questa può essere tranquillamente ignorata. L’umanità ha molti problemi legittimi di cui preoccuparsi. Il calo della fertilità non è uno di quelli.

 

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