«Avere ventiquattro anni è la nuova adolescenza»

Un estratto del primo romanzo di Neige De Benedetti, la storia di una bambina di cinque anni e della sua giovane maestra

di Neige De Benedetti

Tubì, tubì è il primo romanzo di Neige De Benedetti, giovane fotografa milanese (il Post aveva pubblicato queste sue foto di Atene): lo ha pubblicato Sellerio e racconta il rapporto tra una bambina di cinque anni e una nuova supplente della sua scuola – Layla e Andrea, ognuna delle due con una storia complicata – attraverso le alternate versioni dell’una e dell’altra. In questi due estratti è Andrea a parlare.

Ieri sono andata dal dentista. Mi ha tolto il dente del giudizio. Non fa niente. Tutte quelle scene che fa la gente per il dente del giudizio sono penose: non fa male. È una leggenda metropolitana.
Quello che fa male è avere un dente del giudizio, essere vecchi abbastanza, insomma, adulti abbastanza. Io, per esempio, sono abbastanza adulta da avere un dente del giudizio. Che buffona.
Sono uscita da lì con il ghiaccio sulla guancia, erano le tre del pomeriggio, sono andata al bar. Non potevo fumare, avevano detto, ma di bere non aveva parlato nessuno.
Tra i fumi dell’alcol mi è venuto in mente che avere ventiquattro anni è la vera fregatura. È peggio che averne quindici. Avere ventiquattro anni è la nuova adolescenza, signore e signori. Sai ancora meno chi sei, ma non sei nemmeno giustificato dall’età, così difficile, così oscura, così complicata.
 Durante l’adolescenza, lo dicono tutti quei libri insulsi che ti danno da leggere – perché non ti devi sentire solo, ci siamo passati tutti – ti senti in bilico, tra l’infanzia e l’età adulta. Povera piccola crisalide. Be’, te lo dico adesso, adesso che ci sono: era meglio quello.
Non hai più l’età, per essere una crisalide, vecchia mia. Hai l’età del dente del giudizio. Hai l’età per avere un lavoro, un fidanzato – uno serio, per pensare ai figli, per esempio. Hai quell’età lì. Quella in cui, fiore appena sbocciato, t’incammini verso la donna che vuoi essere, verso la vita che vuoi avere, che sta lì, definita davanti a te, e tu, un piede davanti all’altro, un giorno in fila all’altro, ti ci avvicini sempre di più.
Non rientri in questa descrizione, tu, perché sei problematica. Una ragazza problematica. Una giovane donna, direi. Problematica. Senza il dente del giudizio e con un sacco di problemi.
Quando la finirai, di piangerti addosso? Quando comincerai a mettere un piedino davanti all’altro e andare verso la donna che vuoi essere? Ah, ma tu non sai che donna vuoi essere. Tu non sai assumerti le tue responsabilità. Tu non sei una crisalide. Tu, Andrea, non sei niente.
Conversavo così, tra me e me. Un intero pomeriggio. Devo aver mangiato delle patatine, a un certo punto.
 Mi ricordo vagamente di essere entrata in una discoteca, scura, con le luci a intermittenza e una insopportabile musica techno. Devo aver ballato, con gli occhi chiusi e una vodka lemon in mano, in uno di quei bicchieri di plastica che si crepano non appena stringi un po’. Mi sono tagliata un dito, con la plastica del bicchiere. Ho deciso di tornare a casa, insopportabile la mia vita, infinita, indefinita e interminabile.
In bagno non ho trovato un rasoio. Mi sono addormentata sulle piastrelle fredde. Questa mattina era il compleanno di Layla, e io non sono andata all’asilo.
Ho telefonato dicendo che stavo male. Sapessero quanto sto male davvero.
Ho messo giù il telefono con quella sensazione di quando bigi la scuola, sei contenta di averla scampata, sei distrutta dal senso di colpa. Mi tiro il piumone sulla faccia, sto come in un igloo, com’è bello piangere.

*****

Mia madre ha cinquantasei anni.
 È una donna sorridente, rotonda, con i capelli tinti dello stesso color miele da trent’anni, tailleur di Chanel di qualunque color pastello, un filo di perle che sembra sempre lo stesso, ma chiaramente non lo è, e delle orrende calze color carne che si buttano in scarpe anonime.
 Beve uno sherry prima di cena da trent’anni, ma poi più niente.
Da trent’anni è sposata con mio padre, ed è convinta di amarlo.
Da ventiquattro anni mi accusa di averle fatto perdere «quel vitino da vespa che faceva girare la testa ai ragazzi per strada». Queste sì che sono soddisfazioni.

Mio padre è un bell’uomo.
 È alto e secco. Ha i capelli grigi e le guance un po’ scavate. Mette la cravatta anche la domenica.
Parla lentamente e sottovoce.
 Porta piccoli occhiali a mezzaluna.
Non l’ho mai visto senza scarpe, che sono solo Weston’s e più sono vecchie e meglio è; non l’ho mai visto portare una maglietta e non ho mai visto una foto di lui da giovane.
 Mi accoglie senza sorridere, con un bicchiere di vino rosso in mano.
 Da ventiquattro anni accusa mia madre di non avergli saputo dare un maschio, ed è persuaso di non amarla. Chiaramente si sbaglia. Come su quasi tutto.

Ho messo un vestito di ciniglia vermiglia, perché non riesco a farmene una vera ragione, del fatto che non mi amino.
 Prendo nota di ogni minuscola critica per fare meglio la volta dopo.
E perciò ho un vestito, la coda di cavallo, degli orecchini e delle ballerine di vernice. Poco trucco, non puzzo di fumo, non parlo a voce alta, accavallo le gambe nel senso giusto.
E ciò che è patetico di me, è che per una frazione di secondo, o forse molto più tempo, io sono convinta che funzionerà.

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