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  • sabato 22 Febbraio 2014

Il presidente del Venezuela contro la CNN

Accusata di fare propaganda contro il suo governo: nel frattempo, negli scontri delle ultime settimane sono morte almeno 5 persone

Il presidente del Venezuela Nicolás Maduro – che ha ottenuto dal Parlamento poteri speciali per governare dodici mesi per decreto – ha minacciato di bloccare le trasmissioni della rete satellitare statunitense CNN se non rettificherà il modo in cui ha raccontato le proteste anti-governative che stanno attraversando il paese da alcune settimane: «Bisogna smetterla con questa propaganda di guerra: guardo la CNN nel mio ufficio, si tratta di una programmazione di guerra, vogliono far credere al mondo che il nostro paese è in stato di guerra civile mentre in Venezuela la gente lavora», ha dichiarato Maduro alla televisione pubblica venezuelana.

La scorsa settimana il governo venezuelano aveva bloccato le trasmissioni della rete colombiana NTN24, accusandola di voler diffondere la paura nella popolazione mandando in onda le immagini degli scontri e delle violenze durante le manifestazioni dell’opposizione. Le reti televisive locali non hanno fornito quasi nessuna copertura in diretta delle proteste contro Maduro. Per questo, molti sostenitori dell’opposizione si sono rivolti alla CNN che nei giorni scorsi è stata l’unica a trasmettere in diretta le proteste, comprese le conferenze stampa dei leader dell’opposizione.

Nicolás Maduro non ha solo accusato i mezzi di comunicazione statunitensi di diffondere false immagini delle proteste per screditarlo, ma ha anche accusato direttamente il governo degli Stati Uniti di tramare un colpo di stato contro di lui. Nonostante queste dichiarazioni, venerdì 21 Maduro ha invitato a un incontro il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Non sarebbe un colloquio facile, ha dichiarato, ma servirebbe «a mettere la verità sul tavolo».

Nelle scorse settimane gli Stati Uniti avevano espresso preoccupazione per l’arresto da parte della polizia di alcune persone che stavano manifestando pacificamente. Lo scorso 17 febbraio, il governo venezuelano aveva anche deciso di espellere tre funzionari dell’ambasciata statunitense con l’accusa di aver istigato le proteste anti-governative. Maduro ha infine indicato in Leopoldo López, leader del partito di opposizione Voluntad Popular e delle manifestazioni, il responsabile per i disordini degli ultimi giorni; un tribunale ha poi emanato un ordine di arresto per lui e altri esponenti dell’opposizione e dopo alcuni giorni di latitanza, López si è consegnato alla polizia ed è stato formalmente accusato di incendio doloso e di cospirazione, mentre le accuse di omicidio e terrorismo sono state ritirate. Se condannato, Lopez rischia comunque fino a 10 anni di carcere.

Le manifestazioni anti-governative sono iniziate circa un mese fa, a Caracas, e anche in altre città più piccole del paese: i manifestanti protestano contro la criminalità, la corruzione, l’aumento del costo della vita e la crisi economica. In tutto il Venezuela mancano moltissimi beni di prima necessità o di largo consumo: dallo zucchero al caffé, passando per l’olio e arrivando fino alla carta igienica (che è diventata una specie di simbolo dell’attuale crisi). L’inflazione ha ormai raggiunto il 54 per cento, mentre ci sono continui blackout che lasciano al buio per ore intere aree del paese. Maduro, che ha sempre dato la responsabilità della crisi dell’economia venezuelana a una «guerra economica» che le élite del paese starebbero combattendo contro il popolo con l’aiuto degli Stati Uniti, negli ultimi mesi ha cercato di risollevare l’economia del paese con decisioni piuttosto autoritarie: ha imposto uno stretto controllo dei prezzi e dei salari, ha fatto sequestrare una catena di prodotti elettronici e ha fatto arrestare cento imprenditori con l’accusa di essere dei «parassiti capitalisti». Finora, negli scontri di piazza, sono morte almeno cinque persone.