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  • martedì 4 febbraio 2014

L’evasione di Gallarate

Un assalto, la sparatoria, la fuga e la morte di uno degli assaltatori, fratello dell'evaso, lasciato davanti a un ospedale: la storia che oggi è su tutti i giornali

Le prime pagine dei quotidiani e le homepage dei giornali online raccontano oggi la storia dell’assalto a un furgone della Polizia penitenziaria avvenuto a Gallarate, in provincia di Varese, nel pomeriggio di ieri, martedì 3 febbraio. La sparatoria ha portato alla fuga di un detenuto, Domenico Cutrì, e alla morte di suo fratello minore, Antonino Cutrì.

Domenico Cutrì, 32 anni, originario di un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria, Melicuccà, era coinvolto nell’omicidio di Lukacs Kobrzeniecki, un giovane polacco ucciso a Trecate, in provincia di Novara, nella notte fra il 15 e il 16 giugno del 2006. Arrestato tre anni dopo, Cutrì era stato condannato all’ergastolo in primo grado nel luglio 2011 e la sentenza era stata confermata in appello nel dicembre del 2012: secondo l’accusa, fece eliminare Kobrzeniecki perché riteneva che si fosse fatto avanti con la sua fidanzata. Fino al 2013 Domenico Cutrì era detenuto in un carcere piemontese: poi era stato trasferito a Busto Arsizio poiché, come scrive l’Eco di Bergamo, «da fonti confidenziali gli investigatori avevano appreso di un possibile tentativo di fuga». Lunedì pomeriggio Cutrì era atteso al tribunale di Gallarate, sede distaccata del Tribunale di Busto Arsizio, per testimoniare in un processo per assegni falsi.

L’evasione non è ancora stata ricostruita con chiarezza. Si sa per certo che intorno alle 15.00, tra viale Milano e via Pacinotti, fuori dal tribunale, si è fermato il furgone che trasportava Cutrì per l’udienza: tre agenti sono scesi tenendolo in manette, mentre un quarto poliziotto era rimasto seduto al posto di guida. Almeno quattro uomini sono arrivati, hanno ordinato agli agenti di lasciare le armi e gli hanno spruzzato contro dello spray al peperoncino: alcuni testimoni hanno parlato anche di un passante preso in ostaggio (circostanza però ancora da chiarire). Dopo poco è iniziata una sparatoria.

Sono stati sparati circa trenta proiettili, secondo il Corriere della Sera: nello scontro sono rimasti feriti due agenti, ma non a causa dei colpi da arma da fuoco, e uno degli uomini della banda. Gli assaltatori avevano a disposizione due auto per fuggire: una Nissan Qashqai e una Citroën C3 nera. La prima però era stata parcheggiata in una strada piuttosto stretta a fianco del tribunale ed è stata abbandonata: i carabinieri, più tardi, vi hanno trovato pistole, una mitraglietta e diverse munizioni. Due assaltatori sarebbero stati visti da alcuni testimoni fuggire a piedi; tutti gli altri, compreso Domenico Cutrì, sono saliti sulla seconda auto, la C3, e sono scappati.

Poco dopo le 15 all’ospedale di Magenta, a circa trenta chilometri dal luogo dell’assalto, è stato scaricato il corpo ormai senza vita di Antonino, fratello minore dell’evaso, colpito durante la sparatoria. Con lui c’era la madre: secondo le prime ricostruzioni gli assaltatori sarebbero passati a prendere la donna nella sua casa di Cuggiono, nel milanese, e l’avrebbero portata e lasciata con il figlio ferito all’ospedale. Questa successione degli eventi sarebbe confermata dalla difficoltà per una donna anziana di occuparsi da sola di un corpo così pesante, e dall’assenza fuori dall’ospedale della macchina utilizzata per il trasporto.

La polizia, nel frattempo, ha diffuso le caratteristiche dell’auto usata per la fuga dagli assaltatori; gli agenti hanno disposto posti di blocco in particolare al confine tra Piemonte e Lombardia. Le ricerche sono state estese anche alla Calabria nell’ipotesi, che comunque non ha per ora alcun riscontro, che Domenico Cutrì possa cercare o avere trovato rifugio o sostegno nella sua regione d’origine.

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