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  • martedì 14 Gennaio 2014

Il business delle ciglia finte

Un importante museo di Londra ha aggiunto alla sua collezione quelle di Katy Perry, perché si discuta dei lavoratori sottopagati che le realizzano in Bangladesh e Indonesia

Il Victoria and Albert Museum, museo di Londra con collezioni d’arte tra le più importanti al mondo, ha annunciato di voler acquisire per la sua collezione due oggetti molto particolari: le ciglia finte della cantante statunitense Katy Perry fabbricate nella città di Purbalingga, nell’isola di Java (Indonesia), e alcuni jeans del rivenditore irlandese Primark fatti nei laboratori del palazzo di otto piani crollato il 24 aprile 2013 vicino a Dacca, in Bangladesh (nel crollo morirono 1.127 persone). La decisione dei curatori del Victoria and Albert Museum fa parte di una nuova strategia finalizzata ad alimentare la discussione sulla sicurezza e la dignità del lavoro.

L’inclusione di questi oggetti nella collezione del museo londinese – ha spiegato Kieran Long, uno dei curatori del Victoria and Albert Museum, al magazine di architettura e design Dezeen – serve soprattutto per discutere dei bassissimi salari con cui vengono pagati i lavoratori bengalesi e indonesiani, spesso anche significativamente più bassi di quello che richiede la soglia di sopravvivenza in quei paesi. «Il Victoria and Albert Museum non è un ente che porta avanti delle campagne, ma il suo obiettivo è raccogliere ed esporre per i posteri i momenti critici della storia delle manifatture e del design», ha detto Long, aggiungendo: «Il V&A ha molti oggetti storici fatti dagli schiavi, o sotto varie altre forme di oppressione. Alcune volte raccontiamo quelle storie, altre volte no». La decisione fa parte di una nuova strategia adottata dal museo di Londra, ma presentata per la prima volta durante la Shenzhen Bi-City Biennale of Urbanism/Architecture: si tratta della strategia della “risposta veloce” a eventi rilevanti per il design e la tecnologia. Come spiega Long:

«Un esempio che ho qui nel mio ufficio è un paio di jeans Primark. Quei jeans sono stati fatti nella fabbrica Plaza a Dacca, in Bangladesh, che è crollata in aprile, uccidendo migliaia di persone. Questi jeans normalmente non sarebbero entrati nelle nostre collezioni. Il fatto di essere stati fatti in quella fabbrica, comunque, gli ha dato una particolare rilevanza e ci ha detto qualcosa sul settore manufatturiero contemporaneo, sulle regole edilizie in Bangladesh, sul consumismo occidentale, su diverse questioni»

I lavoratori bengalesi che fanno i jeans Primark sono pagati l’equivalente di poco meno di 29 euro al mese, circa 14 centesimi all’ora. Va un po’ meglio ai lavoratori che fanno le ciglia finte di Katy Perry in Indonesia, che raggiungono quasi i 60 euro al mese, circa 35 centesimi all’ora. La differenza tra il salario al lavoratore e il prezzo di vendita rimane comunque molto grande. In pratica per ogni paio di ciglia fatte in Indonesia il lavoratore viene pagato 10 centesimi, circa 66 volte meno del prezzo con cui poi le ciglia sono vendute nel mercato britannico – cioè a 5,95 sterline, poco più di 7 euro. E il mercato delle ciglia finte è piuttosto esteso: personaggi come Katy Perry e la cantante britannica Cheryl Cole hanno contribuito a trasformare le ciglia finte in una grande industria, che secondo il Guardian oggi vale 110 milioni di sterline all’anno, circa 131 milioni di euro.

Purbalingga, capitale della provincia indonesiana di Giava Centrale, sull’isola di Giava, è diventata negli anni recenti la sede di molti stabilimenti di diversi marchi importanti nell’ambito della moda, tra cui L’Oréal, Shu Uemura, MAC, Kiss, Make Up For Ever e Maybelline: le industrie sudcoreane, tra le altre, hanno deciso di costruire qui gli stabilimenti per la produzione dei loro prodotti, perché il salario minimo legale è particolarmente basso, meno della metà di quello consentito per i lavoratori di Giacarta, la capitale dell’Indonesia.

Le ciglia finte di Katy Perry sono prodotte a Purbalingga dalla Royal Corindah e poi distribuite dal marchio Eylure: è un lavoro per giovani donne, racconta il Guardian (circa il 90 per cento dei lavoratori impiegati in questo settore sono donne). Richiede una concentrazione totale e tra le altre cose lascia gli occhi così irritati e affaticati che a 40 anni le stesse donne non sono più in grado di svolgere il lavoro, a causa dell’indebolimento della vista. Provoca anche diversi problemi alla schiena e agli arti. A non tutte le donne impegnate nella produzione di ciglia finte, comunque, è garantito il salario minimo: secondo il Guardian, centinaia di lavoratrici sono state ricollocate in laboratori satellite, dove arrivano a ricevere anche 5 centesimi per paio di ciglia, la metà del salario percepito nelle industrie “ufficiali” (la Royal Corindah, comunque, ha negato le accuse).

La situazione è ancora peggiore per le donne che lavorano da casa: alcune lavoratrici dipendenti di aziende meno rispettabili di Royal Corindah pagano poco più di 1 centesimo a paio di ciglia. Per dare una dimensione di questi salari in Indonesia: la Asia Floor Wage Alliance – organizzazione che tutela i diritti delle lavoratrici nella regione – ha calcolato che una famiglia indonesiana composta da quattro persone ha bisogno dell’equivalente di circa 200 euro al mese per coprire le necessità basilari.