Sta arrivando un nuovo guaio IMU?

Entro il 16 dicembre bisogna trovare i soldi per evitare la seconda rata, l'ipotesi al momento più accreditata è una specie di acrobatico trucchetto

Martedì 5 novembre il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, durante la conferenza stampa conclusiva di una visita di due giorni a Londra, ha detto che ci sono delle difficoltà nel trovare i soldi per l’abolizione della seconda rata dell’IMU. «Il reperimento delle risorse non è una cosa facile, si tratta di trovare il consenso politico e naturalmente con il passare del tempo le opzioni si riducono». Il problema esiste perché lo scorso 28 agosto il governo Letta aveva annunciato l’abolizione della tassa chiamata IMU sulla prima casa a partire dal 2014, rassicurando però che nel frattempo «l’IMU sulle abitazioni principali per quanto riguarda il 2013 non verrà pagata». Il governo veniva incontro alle richieste del centrodestra, con una serie di coperture finanziarie piuttosto complesse per trovare i 2,4 miliardi necessari a non far pagare la prima rata (dovuta inizialmente a giugno e poi rimandata).

Il governo annunciò che le misure per abolire la seconda rata, che ha un gettito previsto più o meno equivalente, sarebbero state annunciate al momento della presentazione della legge finanziaria per il 2014: «Nel decreto legge che accompagnerà – il 15 di ottobre – la legge di stabilità saranno indicate le coperture della eliminazione della seconda rata», disse Enrico Letta durante la conferenza stampa del 28 agosto. «Avverrà il 15 di ottobre perché alcune di queste coperture si svilupperanno le prossime settimane», aggiunse di fianco al ministro dell’Economia Saccomanni.

Da allora, le misure per abolire la seconda rata non sono state annunciate. La seconda rata è ancora lì, quindi, con la scadenza del 16 dicembre: manca poco più di un mese. Negli ultimi giorni è comunque circolata con insistenza almeno un’ipotesi sulle misure che il governo potrebbe prendere per trovare gli altri 2,4 miliardi di euro, che ha a che fare con la Banca d’Italia.

L’ipotesi della Banca d’Italia
Questa settimana sia il viceministro dell’Economia Stefano Fassina che il sottosegretario dello stesso ministero, Pier Paolo Baretta, sono intervenuti per dire che la seconda rata dell’IMU non si pagherà: quest’ultimo ha detto che per trovare i fondi c’è tempo «tutto novembre».

Diversi giornali scrivono in questi giorni che l’ipotesi più probabile – ma non sufficiente a coprire l’intero gettito – è utilizzare le entrate che verrebbero dall’aumento del valore delle quote delle banche in Banca d’Italia, da cui si stima possa venire oltre un miliardo di euro. Si tratta però di un provvedimento molto problematico, nonostante lo ripetano da molti mesi alcuni esponenti del centrodestra, tra cui soprattutto il capogruppo del PdL alla Camera Renato Brunetta. Alla base di tutto c’è il fatto che il capitale nominale della Banca d’Italia è di soli 156 mila euro: 300 milioni delle vecchie lire che furono versati nel 1936 dagli istituti di credito italiani, allora pubblici. Quegli istituti di credito sono oggi le banche private italiane.

Nonostante questa proprietà formale – che periodicamente genera diverse teorie complottiste – la Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico, in cui le banche private non hanno alcun controllo di gestione e da cui traggono pochissimi utili (come è spiegato molto bene in questa serie di domande e risposte). La situazione è comunque anomala e nel 2005 si stabilì che, entro tre anni, le quote sarebbero dovute essere trasferite allo Stato.

Qui entra in gioco la copertura dell’IMU: in questo trasferimento, le quote potrebbero essere rivalutate e il valore complessivo, secondo una stima della stessa Banca d’Italia, potrebbe essere alzato dagli attuali 156 mila euro a 5-7 miliardi. Tassando le plusvalenze di questa operazione, lo Stato ne avrebbe un gettito fiscale una tantum di oltre un miliardo di euro (con cui pagare parte della seconda rata IMU). Il governo interverrebbe con un decreto legge da approvare entro il 2013 in modo da utilizzare gli importi per il bilancio di quest’anno.

L’iniziativa ha molti punti problematici: il primo, illustrato bene in questo articolo recente di Giovanni Siciliano su Lavoce.info, è che valutazioni pari o superiori a 5-7 miliardi sembrano essere molto alte e sostanzialmente ingiustificate dal punto di vista finanziario e giuridico. Il secondo punto problematico ha a che fare con il fatto che le banche private, in caso di rivalutazione, potrebbero iscrivere a bilancio molti soldi in più – che non sarebbero però liquidità effettivamente versata dallo Stato, almeno fino al momento di una effettiva acquisizione che non sembra all’orizzonte – e per una volta sarebbero contente di pagare alcuni miliardi di tasse sulla plusvalenza. Ma, come ha spiegato Tito Boeri di nuovo su Lavoce.info:

Questa rivalutazione collusiva lascia un’eredità pesantissima sui contribuenti futuri, perché dovranno d’ora in poi pagare per il tramite di Banca d’Italia dividendi più alti agli istituti di credito privati. Mantenendo l’attuale riparto a un millesimo delle quote, i dividendi distribuiti salirebbero a circa un miliardo all’anno rispetto ai 45 milioni attuali. Inoltre, prima o poi, la banca centrale, quindi tutti noi, dovranno ricomprarsi le quote a prezzi che sono stati artatamente gonfiati per esigenze di breve periodo.

Oltre alla misura che riguarda la Banca d’Italia, i mezzi di comunicazione riportano in questi giorni altre possibilità ancora più vaghe: tra queste, una serie di “cessioni lampo” di pezzi del patrimonio pubblico – che difficilmente però, anche mettendo in conto di trovare compratori, potrebbero essere completate e messe a bilancio in un mese – o la vendita di quote di società di proprietà pubblica.

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