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Che succede in Messico?

Gli omicidi sono calati, ma continua a mancare un piano contro la guerra tra i cartelli della droga, e vengono uccise quasi mille persone al mese

Negli ultimi anni, i media internazionali hanno parlato spesso del Messico per la violenza causata dalla guerra tra le bande dei narcotrafficanti e contro le forze di sicurezza. La guerra è stata in parte alimentata a sua volta dall’approccio radicale adottato dall’ex presidente Felipe Calderón. Dal dicembre 2012 il nuovo presidente del Messico è Enrique Peña Nieto: è cambiato molto nei modi in cui viene combattuta la criminalità organizzata, che a sua volta sembra aver modificato i modi di operare. Ma quello che sembra mancare, scrive l’Economist in un articolo nell’edizione di questa settimana, è un piano strutturato per combattere il crimine.

Il problema è molto chiaro a Tijuana, proprio lungo la strada che collega la California al Messico. “Sotto il ponte che porta dentro la città” descrive l’Economist “c’è un canale prosciugato cosparso di siringhe di eroina, che fa da casa a un infinito numero di migranti e vagabondi, la maggior parte espulsi dagli Stati Uniti per non avere i documenti in regola”. Tra loro ci sono stati, dice il capo della polizia di Tijuana Jesús Alberto Capella, circa diecimila ex detenuti usciti quest’anno dalle carceri americane. Il luogo è “un calderone di violenza” e uno di quelli in cui il nuovo approccio “morbido” alla lotta alla criminalità e ai reati più gravi, basato sull’assistenza e sulla prevenzione piuttosto che sulla repressione, verrà messo più a dura prova.

L’agopuntura sociale
Si stima che, dalla fine del 2006, siano morte in Messico circa 60 mila persone per le violenze collegate al traffico di droga, reati che sono di competenza federale. L’ex presidente Calderón, in carica dal 2006 al 2012, aveva investito moltissimo nella lotta alla criminalità organizzata e aveva deciso di concentrarsi sulla cattura dei capi dei grandi cartelli della droga, utilizzando dove necessario l’esercito e la marina militare, oltre alle forze di polizia. Era sostenuto in questa strategia dagli Stati Uniti, molto coinvolti nelle conseguenze del traffico di droga, che a partire dal 2008 hanno speso 1,6 miliardi di dollari nella Mérida Initiative, un programma di cooperazione tra i due paesi che ha fornito al sistema delle forze dell’ordine e della giustizia messicano mezzi tecnologici e addestramento.

Peña Nieto ha cambiato approccio, ha allontanato i consiglieri americani ed è passato a quella che la sua amministrazione chiama “agopuntura sociale”. Il principio è già noto nelle teorie urbanistiche e si basa sull’idea che, invece di grandi progetti di rinnovamento, si possano ottenere buoni effetti sociali con molti piccoli interventi mirati. In Messico, questo si è tradotto nella spesa di 118 miliardi di pesos (circa 6,7 miliardi di euro) per le scuole, i posti di lavoro e le attività culturali nelle 220 zone urbane più violente del paese. Il programma, scrive l’Economist, era cominciato già con Calderón, ma il nuovo presidente ci ha investito molti più soldi ed energia.

Tre successi
Il governo messicano dice che sono già stati ottenuti tre successi importanti. Il primo è una diminuzione nel numero degli omicidi a livello nazionale, conseguenza del differente approccio nel contrasto dei narcos. Il calo, secondo i dati della polizia, è del 18 per cento tra gennaio e agosto del 2013, e già a giugno Peña Nieto aveva annunciato con molta enfasi che per la prima volta da tre anni gli omicidi legati al traffico di droga erano scesi sotto i mille al mese (cifra pazzesca, ma è davvero una guerra).

Il secondo successo riguarda il cartello degli Zetas, una delle organizzazioni criminali più violente e più potenti, che controlla il traffico di droga in gran parte della zona orientale del paese. A luglio è stato arrestato il potente boss Miguel Ángel Treviño Morales, e l’organizzazione è stata molto indebolita, senza che nascessero sanguinarie rese dei conti come avviene spesso quando si estingue una leadership.

L’ultimo cambiamento riguarda la struttura del governo: all’interno della sua riforma amministrativa, Peña Nieto ha deciso di eliminare il potentissimo ministero di Pubblica sicurezza (Secretaría de Seguridad Pública o SSP) creato nel 2000 e di trasferire di nuovo le sue competenze al ministero dell’Interno. Secondo il governo, è una semplificazione – al di là dei grandi problemi burocratici che crea – che rende più facile il coordinamento delle politiche antidroga.

Lontano dagli occhi?
Quello che continua a mancare, dice l’Economist, è un piano complessivo per combattere la criminalità: finora, le forze dell’ordine non sembrano aver in mente un modo chiaro per affrontare il problema dei narcos, dismessa la strategia dell’attacco frontale. E se la fine della presidenza Calderón ha fatto diminuire il numero degli omicidi, un altro tipo di crimini è in rapido aumento: i rapimenti.

Un problema con le statistiche dei crimini in Messico è che circa nove reati su dieci non vengono denunciati, come riconoscono anche le autorità. Gli stessi numeri della polizia registrano un aumento dei rapimenti del 35 per cento nei primi otto mesi del 2013, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ma è difficile capire l’esatta entità del problema: in tutto il 2012, ad esempio, sono stati denunciati 1.317 rapimenti, mentre l’istituto nazionale di statistica messicano stima che siano stati oltre 105 mila. Lo stesso vale per le estorsioni: secondo la polizia sono state 7.272 nel 2012, mentre l’istituto di statistica dice che sono state più o meno sei milioni.

Infine, c’è un altro progetto in cui i piani di Peña Nieto sembrano andare a rilento: la creazione di una nuova forza di polizia federale, che nei piani iniziali doveva essere formata da circa 40 mila ex soldati da impiegare soprattutto nel controllo delle aree rurali. Le contese politiche, scrive l’Economist, hanno ridotto di molto i piani iniziali e si parla oggi di solo cinquemila uomini. Nel frattempo, in alcune zone del sud del Messico, la parte più povera del paese, sono nati gruppi di autodifesa paramilitare, spesso legati ai cartelli dei narcos. Nello stato agricolo sudoccidentale del Michoacan, una delle zone più instabili negli ultimi mesi, si sono costituiti ad esempio gruppi armati organizzati dalle comunità locali – spesso paesi senza un distaccamento locale della polizia – per combattere il cartello dei cosiddetti Cavalieri Templari. A maggio 2013, il presidente messicano ha inviato l’esercito nel tentativo di ristabilire l’ordine.

Foto: in una foto del 20 maggio 2013, membri di un gruppo di autodifesa locale entrano in una tenuta per recuperare capi di bestiame rubati dagli uomini del cartello dei Cavalieri Templari, nei pressi di Cualcoman, Messico.
(AP Photo/Marco Ugarte)